{"id":12170,"date":"2009-08-09T00:00:00","date_gmt":"2009-08-08T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/identita-nazionale-e-politica-estera-un-nesso-indissolubile\/"},"modified":"2017-11-03T15:38:41","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:41","slug":"identita-nazionale-e-politica-estera-un-nesso-indissolubile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/08\/identita-nazionale-e-politica-estera-un-nesso-indissolubile\/","title":{"rendered":"Identit\u00e0 nazionale e politica estera: un nesso indissolubile"},"content":{"rendered":"<p>Porre il quesito sulla collocazione internazionale dell\u2019Italia sarebbe un modo non rituale di ricordarne i centocinquanta anni dalla nascita. Tanto pi\u00f9 che gli ultimi eventi danno un\u2019immagine talmente fragile dell\u2019Italia da farne sembrare inesistente l\u2019idea stessa. Nessuno sembra volersi assumere la responsabilit\u00e0 di ricordare il senso ed il valore della nostra unit\u00e0 e identit\u00e0 nazionale per riproporre tale idea al mondo. Mentre ogni diplomazia degna di questo nome \u00e8 l\u2019espressione esteriore di una determinata presa di coscienza politica. La pluralit\u00e0 delle piccole patrie, a Nord come a Sud, non riesce ad alimentare un senso di comune appartenenza. La casa comune \u00e8 semmai sentita come tale soprattutto quando se ne vogliono chiudere le porte agli altri.<\/p>\n<p><b>La sfida dell\u2019adattamento al nuovo scenario globale<\/b><br \/>L\u2019Italia soffre nei cambiamenti di ritmo della storia. Ogni revisione delle gerarchie internazionali la trova spesso alquanto impreparata, timorosa di perdere il rango fino allora conquistato non senza fatica, con la sua onesta debolezza, a fronte della potenza e della callida scaltrezza degli altri. Era accaduto ieri con la fine della solitaria dialettica tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Oggi il tramonto della breve illusione di una egemonia americana potrebbe accompagnarsi ad un allontanamento progressivo del nostro  paese dalla storia che si sta creando. Le recenti dispute sulla nostra presenza in Afghanistan indicano come non esista nemmeno all\u2019interno della coalizione governativa un consenso solido sulle grandi scelte della politica estera. Il dissenso probabilmente emergerebbe con chiarezza da un\u2019accelerazione della crisi sui teatri pi\u00f9 sensibili, dall\u2019Afghanistan all\u2019Iran. Potrebbe anzi essere la politica estera a rivelarsi come la faglia carica di maggiori capacit\u00e0 disgregative.<\/p>\n<p>Come si colloca l\u2019Italia in Europa e nel rapporto con gli Stati Uniti,  e nei confronti di potenze emergenti o riemergenti, come la Cina e la Russia, nel segno, con queste ultime, di una crescente interdipendenza economica accanto ad una progressiva divaricazione dei modelli politici e sociali?  Il  peso dell\u2019Italia nella costruzione europea e nella governance globale decider\u00e0 anche del suo rango nella comunit\u00e0 degli Stati.<\/p>\n<p><b>In Europa non si pu\u00f2 giocare di rimessa<\/b><br \/>L\u2019Europa \u00e8 apparsa da ultimo un profeta disarmato.  Come costruire il potere europeo, ora che il ritorno alla \u201cnormalit\u00e0\u201d della Germania si manifesta, vedi la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe, con una presa di distanza dal progetto di integrazione? Ora che l\u2019Europa non pu\u00f2 pi\u00f9 contare, come in passato, sulla spinta federatrice derivante dal sostegno di una delle due grandi potenze dominanti e dall\u2019ostilit\u00e0 dell\u2019altra? In Gran Bretagna si prepara un ritorno  dei conservatori che, con la caduta delle illusioni sollevate a suo tempo dal <i>New  Labour <\/i>di Blair, segna forse la definitiva uscita di scena dell\u2019europeismo di rito anglicano. <\/p>\n<p>La crisi economica e finanziaria rende necessari concreti architetti piuttosto che verbosi profeti. La Francia \u00e8 pur sempre il grande paese raziocinante, ma \u00e8 difficile immaginare che ancora una volta dalle due nazioni storicamente rivali sul Reno possano venire gesti clamorosi di fede nell\u2019avvenire dell\u2019Europa. <\/p>\n<p>In Europa l\u2019Italia non ha mai giocato di rimessa, ha dovuto sempre muoversi fra la poca fede degli uni e la mala fede degli altri. Potrebbe essere allora l\u2019Italia a spingere affinch\u00e9 si traggano dal trattato di Lisbona, una volta entrato in vigore, tutte le potenzialit\u00e0 che pure esso conserva, nonostante le concessioni per ottenerne la ratifica lo abbiano allontanato dai punti di partenza, rendendone l\u2019assetto meno adatto a reggere le forze centrifughe dell\u2019allargamento. Dovremmo tornare protagonisti spingendo per la valorizzazione di tutte le potenzialit\u00e0 del trattato, a cominciare dalla scelta dei vertici dell\u2019Unione.  Ci\u00f2 che l\u2019Italia non pu\u00f2 fare \u00e8 attendere con le braccia conserte. Il buon senso impone di agire. Che \u00e8 poi il <i>common sense  <\/i>del libro di Thomas Paine che fu il segnale della rivoluzione da cui nacquero gli Stati Uniti.<\/p>\n<p><b>Le opportunit\u00e0 del trattato di Lisbona<\/b><br \/>Bisogner\u00e0 muoversi entro il trattato di Lisbona con spirito empirico, senza lasciarsi deviare dal desiderio di costruzioni geometricamente perfette, di meccanismi impeccabili. Fare leva sulle comuni esigenze, le comuni difficolt\u00e0 da superare mediante uno sforzo concorde. Il trattato contiene ipotesi di revisioni semplificate, passaggi dalla unanimit\u00e0 alla maggioranza, avanguardie da mettere in moto gradualmente, ma con costanza e lungimiranza, nuovi equilibri tra la vocazione intergovernativa e quella comunitaria nell\u2019Unione. <\/p>\n<p>Il trattato non allarga la sfera della sovranit\u00e0 consorziata, ma rende pi\u00f9 forte il potere dell\u2019Europa nelle materie riconosciute di sua competenza, dall\u2019energia alla ricerca. Almeno al livello europeo governo dell\u2019economia significa ridurre se non annullare del tutto il divario tra il perimetro dei mercati e quello dei poteri pubblici. Non basteranno,  nel tempo che ci attende, le consuete misure fatte di cautela, di scaltrezza, di equilibrismi, di relativismo etico. Perch\u00e9 l\u2019Europa continui ad apparire come un cantiere ancora aperto e non come un cantiere abbandonato sar\u00e0 necessario procedere in modo differenziato, dalla sicurezza interna alla politica estera e di difesa.<\/p>\n<p> <b><i>Governance <\/i>globale e interessi dell\u2019Italia<\/b><br \/>Il posto dell\u2019Italia nell\u2019universo globale dipender\u00e0 poi dagli strumenti di governo che usciranno dalla crisi economica e finanziaria. Il vertice dell\u2019Aquila \u00e8 stato solo una tappa intermedia. L\u2019assetto definitivo nella distribuzione delle carte del nuovo potere mondiale si conoscer\u00e0 solo pi\u00f9 avanti. Per il nostro paese sar\u00e0 essenziale non solo il formato del nuovo organismo di vertice costruito intorno al G8, che dovr\u00e0 essere efficace, ma anche sufficientemente rappresentativo; sar\u00e0 anche utile lavorare perch\u00e9 esso abbia una pi\u00f9 forte base normativa e una struttura propria (ad es. una segreteria permanente), competenze pi\u00f9 ampie, economiche e politiche, e credibili meccanismi di monitoraggio degli impegni assunti. Solo cos\u00ec potremmo, se non disinnescare, almeno ridurre i rischi connessi all\u2019eventuale allargamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p> Superata la crisi potremmo avere a che fare con un\u2019America almeno in parte ridimensionata, un\u2019Europa indebolita e divisa &#8211; se non interverr\u00e0 una spinta in senso contrario &#8211;  e una grande potenza autoritaria, la Cina, che si candida a gestire l\u2019economia del mondo in condominio con gli Stati Uniti. La  crescita \u00e8  stata finora trainata dal consumo a credito, una crescita senza risparmio proprio. Solo il rafforzamento della rete di regole e istituzioni multilaterali consentir\u00e0 di tenere alto il peso del mondo occidentale, e con esso dell\u2019Italia, la sua capacit\u00e0 di far valere i suoi valori e le sue concezioni. Qui sta il nocciolo della grande sfida: la ricerca di una chiave istituzionale che consenta di superare il dilemma tra l\u2019interdipendenza economica e l\u2019emergere di potenze autoritarie da un lato e la staticit\u00e0 degli ordinamenti di governo della economia mondiale dall\u2019altro.<\/p>\n<p>L\u2019Italia, pi\u00f9 di altri, ha interesse ad evitare un eccesso di rigidit\u00e0 nella politica monetaria e fiscale, ma anche un ritorno al protezionismo. Mentre la crisi va affrontata con appropriate misure sociali, sarebbe un errore  farci sostenitori di una sospensione delle norme sulla concorrenza. Infine non dovremmo essere gli ultimi a riflettere su un adeguamento dell\u2019ordinamento monetario internazionale. Forse all\u2019Aquila il problema avrebbe almeno potuto essere evocato. La crisi attuale pu\u00f2 essere, per il mondo, l\u2019equivalente di quella che per i paesi europei fu avviata negli anni Settanta dal doppio sganciamento del dollaro dall\u2019oro e delle monete europee dal dollaro, premessa della lunga marcia verso l\u2019euro. Ma anche qui  solo l\u2019Europa potrebbe avere la legittimit\u00e0 e l\u2019influenza per avviare una riflessione collettiva.<\/p>\n<p>In ultima analisi il rango dell\u2019Italia dipender\u00e0 essenzialmente dal grado di competitivit\u00e0 del suo sistema produttivo nella economia mondiale; da riforme costituzionali che rendano pi\u00f9 spedito il meccanismo sia legislativo che di governo del paese; da una struttura della comunit\u00e0 internazionale che privilegi le regole e le istituzioni rispetto alle alleanze occasionali e ai soli rapporti di forza.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1200\" target= \"blank\"><b><u> Italia o Italietta, al vertice o media potenza?<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Porre il quesito sulla collocazione internazionale dell\u2019Italia sarebbe un modo non rituale di ricordarne i centocinquanta anni dalla nascita. 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