{"id":12180,"date":"2009-08-09T00:00:00","date_gmt":"2009-08-08T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/come-evitare-un-destino-da-italietta\/"},"modified":"2017-11-03T15:38:42","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:42","slug":"come-evitare-un-destino-da-italietta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/08\/come-evitare-un-destino-da-italietta\/","title":{"rendered":"Come evitare  un destino da Italietta"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 dalle origini dello Stato nazionale che l\u2019Italia si interroga su quale debba essere il suo \u201cposto tra le nazioni\u201d, la posizione che \u201cle spetta\u201d in virt\u00f9 di un passato grande, ma sempre pi\u00f9 lontano. Queste proiezioni sono state tutt\u2019altro che univoche, e spesso velleitarie o pretestuose, come peraltro, in maniera speculare, sono state velleitarie o pretestuose, quelle \u201cfughe in avanti\u201d sostenute dalle sottoculture critiche o alienate rispetto allo sforzo unitario (come per lungo tempo \u00e8 stato il cattolicesimo politico) o sostenitrici di paradigmi differenti rispetto allo Stato liberale e borghese (come nel caso della cultura comunista e del suo difficile rapportarsi con le istituzioni nazionali, la storia patria e la collocazione internazionale dell\u2019Italia).<\/p>\n<p><b>Tra miraggi ideologici e velleitarismo<\/b><br \/>\nTra i miraggi africani di Crispi, le suggestioni moraliste e astoricamente pacifiste di un Dossetti e le parabole sul superamento dei blocchi, magari velate di un terzomondismo di maniera che per lungo tempo hanno alimentato i dirigenti del vecchio Pci, non c\u2019\u00e8 poi molta differenza. Tutte e tre accomunate come sono dal sostanziale rifiuto del principio di realt\u00e0, dalla sistematica opzione a favore dell\u2019etica della convinzione a discapito dell\u2019etica della responsabilit\u00e0, riflettono la dimensione e la pervicacia delle forze ostili con cui si \u00e8 dovuto a lungo confrontare chi cercasse di tracciare le linee di una politica estera ragionevolmente audace e non programmaticamente rinunciataria.<\/p>\n<p>Il velleitarismo e la pretestuosit\u00e0 rappresentano cos\u00ec due sindromi sempre in agguato nelle vicende dell\u2019Italia e della sua politica estera, oltretutto alimentate da quella vera e propria diffidenza che una serie di insuccessi largamente inattesi ha creato nei governi e nelle opinioni pubbliche dei Paesi presso i quali abbiamo cercato di accreditarci. In fondo, la nostra ambizione di politica estera ha sempre dovuto muoversi tenendo bene a mente un nobile ammonimento e una sprezzante battuta. L\u2019ammonimento \u00e8 di Niccol\u00f2 Machiavelli: quando si scocca una freccia \u00e8 necessario mirare molto in alto, giacch\u00e9 chi punta invece al bersaglio finisce con il colpire i propri piedi. La battuta \u00e8 di Otto von Bismarck: che paragonava l\u2019atteggiamento dell\u2019Italia in politica estera a quello di una persona dotata di grande appetito, ma anche di denti irrimediabilmente guasti. \u00c8 d\u2019altra parte vero che, spesso, la classe dirigente del Paese si \u00e8 mossa in maniera anacronistica rispetto agli eventi di cui era perlomeno comprimaria, talvolta anticipando tendenze che si sarebbero manifestate a distanza di decenni, talaltra, e prevalentemente, in palese ritardo sulla comprensione dello <i>Zeitgeist<\/i>. Persino in uno dei momenti storici in cui l\u2019Italia ebbe maggiormente l\u2019impressione di \u201ccontare\u201d in politica estera, di essere finalmente giunta al riconoscimento di quello status di grande potenza a lungo agognato \u2013 dopo la prima guerra mondiale e negli anni Trenta del Novecento \u2013 l\u2019avventurismo coloniale fuori tempo massimo e la non comprensione del quadro ormai definitivamente mondiale dello scenario internazionale finirono con il rendere quel traguardo illusorio.<\/p>\n<p><b>La sindrome di Carlo VIII<\/b><br \/>\nL\u2019atteggiamento di sufficienza recentemente espresso dal manchesteriano <i>The Guardian<\/i> e da un editorialista di <i>The New York Times <\/i>riflettono un pregiudizio radicato e duro a morire, immediatamente ripreso da molta stampa internazionale, a riprova di quanto gli stereotipi funzionino nel tempo e nello spazio. In maniera altrettanto prevedibile, questi giudizi caustici sono riecheggiati su organi di stampa e soggetti politici nostrani, in ossequio alla \u201csindrome di Carlo VIII\u201d, per cui alle fazioni \u2013 guelfe o ghibelline che siano, milanesi piuttosto che fiorentine o romane \u2013 non par vero di chiamare in proprio aiuto \u201cil gran signore\u201d dall\u2019esterno, pur di colpire il proprio \u201cnemico\u201d interno. Bizzarro che in cos\u00ec poco tempo, gli stessi che si credono emuli del grande giornalismo indipendente stile <i>The Washington Post<\/i>, abbiano memoria cos\u00ec corta da aver dimenticato come <i>The Economist <\/i>avesse praticamente una rubrica fissa sui misfatti e le inadempienze del povero Romano Prodi, quand\u2019era presidente della Commissione europea.<\/p>\n<p>Ora, ha ragione <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1200\" target=\"blank\"><b><u> Stefano Silvestri<\/u><\/b><\/a>, quando ricorda i successi oggettivamente messi a segno dall\u2019Italia repubblicana nel secondo dopoguerra in termini di incremento di status. A quelli pi\u00f9 oggettivi, legati all\u2019ingresso nell\u2019Onu, nella Nato, nella Ceca, nel G7 e poi nell\u2019euro, vanno sommati quelli di percezione, che resero glamour l\u2019italianit\u00e0 a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni Ottanta. Possiamo dire che furono successi legati a una condizione storica irripetibile e peraltro non degna di rimpianti. La divisione del mondo in due blocchi nuclearizzati e ideologicamente avversi, la riduzione dell\u2019Europa al suo troncone occidentale, il fatto che quel mondo ossificato chiedesse di effettuare grandi scelte \u201cuna volta per tutte\u201d e poco pi\u00f9 (magari ribadendole 30 anni dopo, come nel caso dell\u2019appartenenza alla Nato e della scelta di installare gli euromissili): tutto ci\u00f2 fu compreso e sfruttato con intelligenza da una classe politica, comunque ancora memore della guerra e della guerra civile e, occorre ricordarlo, nella fase del suo declino comunque temprata dalla stagione del terrorismo e della sua sconfitta.<\/p>\n<p><b>Nuovi orizzonti e fine della rendita di posizione<\/b><br \/>\nQuesto scenario \u00e8 tramontato. E quelli che vengono emergendo sono orizzonti molto meno promettenti. C\u2019\u00e8 intanto il fatto che il sistema internazionale \u00e8 sostanzialmente universale, nonostante la persistenza e il rafforzamento di ambiti regionali, diversificati, ma tutt\u2019altro che impermeabili gli uni alle influenze degli altri. C\u2019\u00e8 poi che il confine non scorre pi\u00f9 sulla \u201csoglia di Gorizia\u201d e che quella del Mediterraneo assume molto pi\u00f9 l\u2019aspetto di una frontiera (aperta nei due sensi, osmotica e non per questo, naturalmente sicura), in cui nessun Paese pu\u00f2 coltivare l\u2019illusione di godere di un qualche privilegio per la sua mera collocazione geografica. Due delle immagini che per tutta la Guerra fredda si erano contese (in apparenza) l\u2019immaginario della politica estera italiana (l\u2019estremo Occidente e il ponte sul Mediterraneo) sono ormai inservibili, se non per fare localismo politico travestito di una dimensione internazionale. L\u2019Italia, fosse anche governata da nuovi geniali emuli di Machiavelli e Cavour, deve agire in un ambiente internazionale per il quale essa \u00e8 sempre pi\u00f9 \u201cfuori scala\u201d, per cui, se gi\u00e0 era difficile ritagliarsi un posto nel concerto europeo, \u00e8 sostanzialmente impossibile farlo nel mondo globale.<\/p>\n<p>A meno di non comprendere lo spirito del tempo e sintonizzarsi con esso, per cercare di capire quali siano le carte a disposizione del nostro Paese che possono avere un oggettivo valore sulla scena internazionale. E queste sono sintetizzabili in tre parole: Europa, affidabilit\u00e0 istituzionale, corresponsabilit\u00e0 per la sicurezza.<\/p>\n<p>Proprio per le nostre dimensioni e per il nostro passato non brillante, dobbiamo capire che la possibilit\u00e0 per la politica estera italiana di incidere nella riformulazione del nuovo sistema internazionale passa per la capacit\u00e0 dell\u2019Europa di essere un attore effettivo ed efficace della politica internazionale. In questo quadro, \u00e8 nostro vitale interesse non solo favorire ogni movimento che vada nella direzione di rafforzare la presenza europea sullo scacchiere internazionale, ma anche rendere pi\u00f9 incisiva la nostra presenza in Europa.<\/p>\n<p>Il mondo che si sta profilando \u00e8 un mondo ancora in buona misura intessuto di regole e istituzioni \u201coccidentali\u201d, immaginato principalmente a misura di democrazie ed economie di mercato. A fronte del crescere della rilevanza di attori nuovi e diversi rispetto a queste caratteristiche (la Cina, ad esempio) o del ritorno di altri che stentano a imboccare definitivamente la strada di uno sviluppo e di una stabilit\u00e0 legati a democrazia e mercato (la Russia), l\u2019Italia continua a vantare una permanenza ormai irreversibile nel club \u201coccidentale\u201d e una esperienza nella partecipazione a forme di governance democratiche di tutto rispetto. Non si tratta di farsene vanto, e neppure di immaginarsi un fortino delle democrazie in cui rinchiudersi, ma piuttosto di non svilire la comune appartenenza alle democrazie, tanto pi\u00f9 in una fase storica in cui, ancora, il loro peso \u00e8 sovrarappresentato nelle principali istituzioni internazionali. Il che implica, operativamente, essere tra i Paesi all\u2019avanguardia rispetto ai temi che sono sempre pi\u00f9 rilevanti e connotanti per le grandi democrazie e per le loro opinioni pubbliche: ambiente ed energia sono evidentemente tra questi.<\/p>\n<p><b>Pensare in grande per non tornare all\u2019Italietta<\/b><br \/>\nIl riferimento alla politica estera di Cavour non era solo una <i>boutade<\/i>. Una delle poche caratteristiche comuni ai governi di vario colore della cosiddetta \u201cseconda repubblica\u201d, \u00e8 stata quella di comprendere che, se voleva continuare a essere presa in considerazione come una possibile azionista della governance mondiale dopo la fine della Guerra Fredda, l\u2019Italia doveva essere disposta a pagare alcuni sovrapprezzi, ad assumersi alcuni rischi in pi\u00f9, in particolare nel settore della sicurezza. \u00c8 stata questa acquisizione comune a guidare scelte anche molto diverse in ordine al grado della loro legalit\u00e0 e legittimit\u00e0 internazionale, come l\u2019invio di truppe in Iraq, Afghanistan, Libano. E la stessa logica pu\u00f2 essere rintracciata nella nostra partecipazione alle operazioni nei Balcani.<\/p>\n<p>Oggi l\u2019Italia \u00e8 apprezzata anche per la sua disponibilit\u00e0 a far parte di queste missioni. \u00c8 un rispetto che travalica gli ambiti delle nostre alleanze militari ed \u00e8 manifestato apertamente in sede Onu. Disperdere questo patrimonio di nuova credibilit\u00e0, acquisito con cos\u00ec alti sacrifici da parte del personale militare, o renderlo ostaggio di sterili e pretestuose polemiche politiche locali, rappresenterebbe, questo s\u00ec, il ritorno all\u2019Italietta, e la perdita di consapevolezza che pensare in grande \u00e8 l\u2019unico modo per sfuggire al vincolo della dimensione: piccola o media che sia.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1200\" target=\"blank\"><b><u> Italia o Italietta, al vertice o media potenza?<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 dalle origini dello Stato nazionale che l\u2019Italia si interroga su quale debba essere il suo \u201cposto tra le nazioni\u201d, la posizione che \u201cle spetta\u201d in virt\u00f9 di un passato grande, ma sempre pi\u00f9 lontano. 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