{"id":12420,"date":"2009-09-09T00:00:00","date_gmt":"2009-09-08T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/leffetto-obama-e-le-oscillazioni-del-pendolo-transatlantico\/"},"modified":"2017-11-03T15:38:36","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:36","slug":"leffetto-obama-e-le-oscillazioni-del-pendolo-transatlantico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/09\/leffetto-obama-e-le-oscillazioni-del-pendolo-transatlantico\/","title":{"rendered":"L\u2019effetto Obama e le oscillazioni del pendolo transatlantico"},"content":{"rendered":"<p>Chi non conosce l\u2019ironica canzone sulle disgrazie di madama la marchesa, cui si annunciano disastri in serie sempre accompagnati dal ritornello \u201ctout va tr\u00e8s bien\u201d? Sappiamo come le apparenze possano ingannare e di come sia necessario diffidare dei medici \u201cpietosi\u201d. Una eguale attenzione dovrebbe guidare la nostra lettura degli ultimi interessanti dati sull\u2019opinione pubblica euro-americana. Il fatto certamente positivo \u00e8 che l\u2019elezione di Barack Obama, forse ancora pi\u00f9 popolare in Europa che in America, ha chiuso l\u2019era disastrosa di George W. Bush e ha rilanciato i legami transatlantici.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in profondit\u00e0 per\u00f2, cominciano i dubbi. Infatti, questo rapporto sull\u2019opinione pubblica transatlantica, prodotto annualmente dal German Marshall Fund americano e dalla Compagnia di San Paolo, mostra anche il confermarsi e l\u2019indurirsi di alcune divergenze di fondo tra americani ed europei.<\/p>\n<p>La pi\u00f9 evidente \u00e8 naturalmente quella sull\u2019utilit\u00e0 di usare la forza militare: lo scetticismo europeo raggiunge (con la sola parziale eccezione della Gran Bretagna) livelli altissimi, mentre negli Stati Uniti l\u2019opzione \u201cguerra\u201d \u00e8 considerata sempre non solo possibile, ma in qualche caso anche opportuna. Ma non basta, divergenze evidenti, anche se meno pronunciate, si rilevano anche sulla politica economica (gli europei sono in genere pi\u00f9 favorevoli all\u2019intervento massiccio della mano pubblica, e anzi una maggioranza di essi si lamenta del fatto  che i rispettivi governi, durante questa crisi, non spendono abbastanza) e soprattutto sul problema dei mutamenti climatici e sulla necessit\u00e0 o meno di dare ad esso una fortissima priorit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Europa divisa<\/b><br \/>Bisogna naturalmente distinguere. Se si raffina l\u2019analisi si vede che, in realt\u00e0, gli americani che si definiscono \u201cdemocratici\u201d hanno opinioni molto pi\u00f9 vicine a quelle dell\u2019opinione pubblica europea (che invece su questi temi \u00e8 piuttosto della stessa opinione sia a destra che a sinistra), ma si tratta di una minoranza rispetto agli americani che si definiscono invece \u201crepubblicani\u201d o \u201cindipendenti\u201d. Certo, il fatto che oggi abbiamo a Washington un\u2019amministrazione democratica rafforza in Europa la percezione di una vicinanza, ma rafforza anche l\u2019opposizione interna agli Stati Uniti ed evoca lo spettro di una nuova brusca oscillazione del pendolo.<\/p>\n<p>Non \u00e8 questo il solo elemento di preoccupazione. Il rapporto mostra anche quanto ancora sia difficile una reale e completa integrazione dell\u2019opinione pubblica europea (e spiega quindi anche, almeno in parte, le difficolt\u00e0 che sta sperimentando il processo di integrazione). Sappiamo tutti che molta parte dell\u2019ex-Europa dell\u2019Est era molto pi\u00f9 vicina a Bush del resto dell\u2019Ue, ma altre differenze si confermano sia per quel che riguarda la politica economica (un maggior potenziale protezionismo) che per quel che riguarda la Russia, insieme temuta (molti cittadini dell\u2019Europa centro-orientale non vogliono un impegno della Nato o dell\u2019Ue per la sicurezza di Ucraina e Georgia) e disprezzata (non vogliono neanche una ricerca di compromessi con Mosca in campo energetico e politico \u2013 apparentemente convinti che, di fronte ad una dura politica \u201cdi blocco\u201d, il Cremlino non potrebbe che cedere). C\u2019\u00e8 anche, verso Est, un maggiore scetticismo sulle possibilit\u00e0 dell\u2019Ue di esercitare reali forme di leadership politica o economica, e si punta piuttosto sugli Usa.<\/p>\n<p><b>La contraddizione turca<\/b><br \/>C\u2019\u00e8 poi la contraddizione turca. L\u2019opposizione all\u2019ingresso della Turchia sembra rafforzarsi, proprio mentre in Turchia, dopo una forte svolta nazionalista ed antieuropea maturata negli scorsi anni, la situazione sembra evolvere a favore di una futura integrazione in Europa. Ma allo stesso tempo c\u2019\u00e8 la quasi universale convinzione di una maggioranza degli europei che alla fine la Turchia entrer\u00e0 a far parte dell\u2019Ue (un\u2018inevitabilit\u00e0 su cui i turchi sono invece molto pi\u00f9 scettici).<\/p>\n<p>Qui non entra in gioco solo l\u2019evidente difficolt\u00e0 dei governi a spiegare alle loro opinioni pubbliche l\u2019importanza di un eventuale ingresso della Turchia nell\u2019Ue, ma anche l\u2019atteggiamento insieme passivo e critico che una parte crescente dell\u2019opinione pubblica europea sembra sviluppare nei confronti dell\u2019Ue, considerata come una sorta di grande macchina che procede per suo conto, senza prendere in conto le reali preferenze dei suoi cittadini. Il fatto che questa immagine sia sempre meno vera (consideriamo lo sconquasso provocato dai recenti referendum in Francia, Olanda e Irlanda) non \u00e8 evidentemente bastato ad accorciare le distanze tra l\u2019Unione e l\u2019opinione pubblica, come si \u00e8 visto alle recenti elezioni del Parlamento europeo, che hanno registrato un ulteriore calo del numero dei votanti.<\/p>\n<p><b>Guardando oltre l\u2019Atlantico<\/b><br \/>Sotto un\u2019apparenza tranquillizzante e positiva, questo rapporto cela dunque numerose preoccupazioni che dovrebbero essere considerate con attenzione dai nostri responsabili politici.<\/p>\n<p>Bisognerebbe infine domandarsi se non sia il caso di allargare il campo di investigazione ad altri soggetti. Il rapporto si concentra sulla dimensione transatlantica, Europa e Stati Uniti. Si tratta evidentemente di una delle dimensioni chiave della politica internazionale, ma che deve essere ormai relativizzata alla luce del rafforzarsi dell\u2019Asia (Cina, India, Giappone, Corea, Indonesia eccetera) e dell\u2019emergere di altre potenze come il Brasile o il Messico. \u00c8 in realt\u00e0 difficile apprezzare pienamente l\u2019importanza del rapporto transatlantico e valutarne l\u2019evoluzione senza metterlo in rapporto con questi altri assi della politica internazionale, o almeno senza domandarsi quanto questi altri protagonisti pesano sulle scelte americane ed europee e sui rapporti transatlantici in genere. Potrebbe essere un errore lasciare tutto questo sullo sfondo, senza affrontarlo direttamente.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p><a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?id=1243\" target= \"blank\"><b><u>Transatlantic Trends 2009 <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Asmus: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1241 \" target= \"blank\"><b><u>Lo storico \u2018rimbalzo\u2019 di Obama<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1240 \" target= \"blank\"><b><u>L\u2019Italia, la crisi e le opportunit\u00e0 dell\u2019effetto Obama<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi non conosce l\u2019ironica canzone sulle disgrazie di madama la marchesa, cui si annunciano disastri in serie sempre accompagnati dal ritornello \u201ctout va tr\u00e8s bien\u201d? Sappiamo come le apparenze possano ingannare e di come sia necessario diffidare dei medici \u201cpietosi\u201d. Una eguale attenzione dovrebbe guidare la nostra lettura degli ultimi interessanti dati sull\u2019opinione pubblica euro-americana. 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