{"id":12510,"date":"2009-09-20T00:00:00","date_gmt":"2009-09-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/le-sfide-della-politica-di-obama-in-medio-oriente\/"},"modified":"2021-10-12T12:33:58","modified_gmt":"2021-10-12T10:33:58","slug":"le-sfide-della-politica-di-obama-in-medio-oriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/09\/le-sfide-della-politica-di-obama-in-medio-oriente\/","title":{"rendered":"Le sfide della politica di Obama in Medio Oriente"},"content":{"rendered":"<p>Obama ha annunciato che il 23 settembre, nel suo discorso all\u2019Assemblea Generale dell\u2019Onu, render\u00e0 noto un piano per riavviare il processo di pace israelo-palestinese. In giugno, quando il presidente pronunci\u00f2 al Cairo un discorso di grande apertura nei confronti del mondo musulmano, suscit\u00f2 grande aspettative. Che negli ultimi due mesi per\u00f2 si sono un po\u2019 affievolite. Da un lato, l\u2019approccio di Washington alla questione palestinese sembra essere divenuto pi\u00f9 prudente. Dall\u2019altro, la nuova strategia americana verso il Medioriente, in cui rientrano anche gli sforzi per rilanciare il processo di pace, sta incontrando difficolt\u00e0.<\/p>\n<p><b>Le convergenze parallele della nuova politica di <i>engagement<\/i><\/b><br \/>Contrapponendosi all\u2019unilateralismo di Bush, Obama ha adottato in Medioriente, come altrove, una strategia fondata sull\u2019<i>engagement<\/i>. Inoltre, in una regione dove i vari conflitti sono legati fra loro, ha scelto di non affrontarli uno alla volta, ma tutti allo stesso tempo, fidando che i risultati positivi su una questione possano, proprio in forza dei legami che la legano alle altre, riflettersi positivamente su queste ultime. <\/p>\n<p>Il presidente americano ha esplicitamente invocato questo parallelismo durante la visita del primo ministro israeliano Netanyahu a Washington lo scorso maggio. All\u2019insistenza del suo ospite perch\u00e9 si desse precedenza assoluta alla minaccia iraniana, Obama ha risposto: \u201cSe c\u2019\u00e8 un legame fra l\u2019Iran e il processo di pace israelo-palestinese, personalmente credo che esso operi nell\u2019altro senso. Nella misura in cui riusciamo a costruire la  pace fra palestinesi e israeliani,  penso che in effetti ci\u00f2 ci rafforzi nell\u2019ambito della comunit\u00e0 internazionale per affrontare la potenziale minaccia dell\u2019Iran\u201d.<\/p>\n<p>Le parole di Obama mostrano chiaramente che parallelismo non significa che venga meno il quadro generale e che i vari conflitti siano indipendenti l\u2019uno dall\u2019altro. Significa che si lavora simultaneamente su tutto senza stabilire gerarchie fra i \u201clinkages\u201d, ma che tutto questo avviene in un quadro generale in cui i \u201clinkages\u201d restano operanti. Occorre quindi operare indipendentemente nei due quadri, quello iraniano e quello israelo-palestinese,  ma senza dimenticare che essi rimangono, in ultima analisi, interdipendenti.<\/p>\n<p><b>Due passi avanti e uno indietro sulla questione palestinese<\/b><br \/>Dopo il discorso del Cairo si sono avuti due sviluppi: da un lato l\u2019approccio verso il conflitto israelo-palestinese, che era sembrato molto risoluto, ha perso mordente; dall\u2019altro, l\u2019evoluzione in Iran si \u00e8 rivelata molto pi\u00f9 complessa e sfavorevole di quanto forse l\u2019amministrazione avesse anticipato. Va aggiunto che anche l\u2019esito delle iniziative verso la Siria appare incerto. Occorre infatti non dimenticare che la strategia di normalizzazione regionale si sviluppa lungo due assi complementari: uno \u00e8 quello del dialogo con l\u2019Iran, l\u2019altro quello dell\u2019erosione delle sue alleanze nella regione mediante una reintegrazione della Siria (restituzione del Golan e pace con Israele).<\/p>\n<p>La nuova amministrazione ha esordito nel quadrante israelo-palestinese con una richiesta insolitamente intransigente al governo israeliano di arrestare e congelare gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme. Indubbiamente, questa mossa ha suscitato aspettative esagerate nel mondo arabo e musulmano (e anche in Europa). \u00c8 sembrato che finalmente gli Usa volessero adottare verso Israele un approccio pi\u00f9 \u201dimpositivo\u201d. Cos\u00ec, sono simultaneamente emersi in Europa approcci simili, anche se basati su politiche diverse, come per esempio quello del <a href= \"http:\/\/www.consilium.europa.eu\/uedocs\/cms_data\/docs\/pressdata\/EN\/discours\/109193.pdf\" target= \"blank\"><b><u> discorso<\/u><\/b><\/a> che Javier Solana ha tenuto alla Ditchley Foundation l\u201911 luglio 2009.<\/p>\n<p>Naturalmente non \u00e8 proprio cos\u00ec. Gi\u00e0 in giugno, i colloqui condotti nella regione dall\u2019inviato di Obama, George Mitchell, evidenziavano un progetto meno volitivo, con il pi\u00f9 modesto obiettivo di ripristinare un clima di fiducia in vista di un rilancio del processo politico. Cos\u00ec  Mitchell ha proposto agli stati arabi moderati di fare alcune concessioni (per es. di permettere agli aerei della compagnia israeliana El Al di sorvolare il loro territorio) in cambio di un congelamento degli insediamenti da parte di Israele. Questo ha immediatamente suscitato una levata di scudi, in particolare in Arabia Saudita: l\u2019approccio \u201c<i>freeze for peace<\/i>\u201d \u2013 congelamento degli insediamenti in cambio di concessioni da parte araba &#8211; \u00e8 stato rigettato. Nessuna sorpresa, in realt\u00e0, poich\u00e9 gli arabi da sempre avversano qualsiasi politica basata su misure di fiducia, argomentando \u2013 non del tutto a torto \u2013 che l\u2019esperienza fatta fin qui insegna che Israele incassa le misure e continua imperterrito nella sua politica, in particolare nella colonizzazione attraverso gli insediamenti.<\/p>\n<p><b>Le incognite delle aperture all\u2019Iran<\/b><br \/>Gli ulteriori colloqui di Mitchell hanno aggravato il malessere arabo: a quanto \u00e8 dato sapere, gli Usa avrebbero raggiunto con Israele un compromesso che prevedrebbe un congelamento degli insediamenti temporaneo e limitato (non riguarderebbe Gerusalemme), nonch\u00e9 condizionato ad una valutazione israeliana sui passi successivi che gli Usa compiranno verso l\u2019Iran. Difficilmente quest\u2019approccio pu\u00f2 offrire la base per  un nuovo processo negoziale. <\/p>\n<p>Mentre appare debole la politica verso il conflitto israelo-palestinese, incontra difficolt\u00e0 la politica di \u201cengagement\u201d verso l\u2019Iran e la Siria. Le elezioni iraniane hanno inferto un duro colpo alle profferte di dialogo del nuovo presidente americano, non solo e non tanto perch\u00e9 sono state vinte dal gruppo pi\u00f9 conservatore, ma per le circostanze di questa vittoria: la rivolta popolare che ha fatto seguito alla proclamazione della vittoria di Ahmadinejad e la successiva dura repressione; l\u2019ambiguit\u00e0 del legame fra i capi dell\u2019opposizione perdente, Moussavi, Rafsanjani e, sullo sfondo, Khatami, e le masse di manifestanti (non \u00e8 chiaro se quelli siano davvero i leader dei giovani manifestanti di Teheran e Isfahan). <\/p>\n<p>\u00c8 probabile che Khamenei, la guida suprema, messo di fronte all\u2019apertura di Obama, abbia deciso che fosse troppo rischiosa accettarla e abbia quindi operato per escludere ad ogni costo non tanto l\u2019improbabile vittoria dei riformisti, ma soprattutto quella dei conservatori pragmatici (la cui vittoria era attesa dagli Usa). Dopo tutto, il pragmatismo potrebbe portare ad aperture oggettivamente pericolose per la stabilit\u00e0 del regime. Represse le manifestazioni, il nuovo governo Ahmadinejad da un lato non intende negoziare sul suo programma nucleare, che \u00e8 il punto che interessa gli Usa e gli altri membri del gruppo cosiddetto dei 5 + 1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna pi\u00f9 Germania); dall\u2019altro, all\u2019inizio di settembre, ha fatto un\u2019offerta di colloqui su un\u2019agenda molto generale, autopromuovendosi a grande potenza alla pari con i 5 +1. L\u2019amministrazione ha accettato, coerentemente con la dottrina d\u2019impegno che guida la sua politica estera. Il problema, come dimostrarono i negoziati dell\u2019Iran con gli EU-3 (Francia, Germania e Gran Bretagna), sar\u00e0 di evitare che Teheran meni il can per l\u2019aia. Se i negoziati falliranno, si aprir\u00e0 una fase difficile, sia sul fronte dell\u2019inasprimento delle sanzioni, sia nel quadro della politica mediorientale.<\/p>\n<p><b>Rapporti con la Siria in alto mare <\/b><br \/>Nel Levante, il riavvicinamento alla Siria non ha dato per ora dividendi. Gli Usa hanno ripreso le relazioni diplomatiche in giugno. Per ora non hanno messo mano alla ripresa della mediazione fra Siria e Israele (condotta da Ankara fino alla sospensione provocata dall\u2019intervento israeliano a Gaza alla fine del 2008) n\u00e9 a dialoghi pi\u00f9 impegnativi sul ruolo regionale di Damasco, ma si sono concentrati sul miglioramento dei rapporti della Siria con l\u2019Iraq, vale a dire sul controllo della frontiera siriana onde evitare infiltrazioni jihadiste e baathiste verso l\u2019Iraq. Una missione del comando delle forze americane nella regione (Centcom) si \u00e8 recata a Damasco per imbastire un discorso politico e tecnico di collaborazione bilaterale sulla questione. I gravi attentati del 19 agosto a Baghdad, tuttavia, sono stati addebitati dal governo iracheno all\u2019appoggio che la Siria continuerebbe a fornire ai baathisti espatriati. Sono seguite riunioni fra i ministri degli Esteri dei due paesi (nella solita Turchia) ma senza risultato. <\/p>\n<p>Dunque, la collaborazione con la Siria sembra in alto mare. Anche le sollecitazioni americane per una mediazione siriana fra Hamas e Fatah non hanno avuto seguito finora. Secondo alcuni analisti, inoltre, se Saad Hariri non \u00e8 ancora riuscito a costituire un governo in Libano, dopo tre mesi di trattative, \u00e8 anche perch\u00e9 la Siria, dietro le quinte, le ha sabotate.<\/p>\n<p><b>Il discorso all\u2019Onu, un\u2019occasione da non perdere<\/b><br \/>Obama ha teso la mano all\u2019inizio del suo mandato, ma per ora i pugni dei potenziali interlocutori restano chiusi. Ci\u00f2 non pregiudica ancora la strategia di dialogo ed \u201cengagement\u201d che Obama ha intrapreso. \u00c8 ovvio che va dato tempo al tempo. Questa strategia ha comunque il merito di favorire la coesione tra gli alleati transatlantici, che sar\u00e0 importante quando verranno i momenti difficili. <\/p>\n<p>Date le difficolt\u00e0 sul versante iraniano, \u00e8 essenziale che Obama ridia vigore e coerenza al suo approccio verso il conflitto israelo-palestinese, andando oltre i modesti compromessi che sembrano annunciarsi e su cui difficilmente pu\u00f2 essere costruito un nuovo processo di pace. Se all\u2019Onu il presidente americano annunciasse un progetto inadeguato, rischierebbe di esserne danneggiata non solo la sua politica sul conflitto israelo-palestinese, ma anche la sua strategia complessiva in Medioriente.<\/p>\n<p><i>Roberto Aliboni \u00e8 vicepresidente dello IAI<\/i><\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>Testo originale della dichiarazione del presidente Obama:<br \/>.<\/p>\n<p>R. Aliboni: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1228\" target= \"blank\"><b><u> Un ombrello nucleare Usa sul Golfo?<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Aliboni: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1159\" target= \"blank\"><b><u> La tela di Obama in Medioriente<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1158\" target= \"blank\"><b><u> Obama e il ruolo dell&#8217;Ue in Medio Oriente<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>B. Voltolini: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1139\" target= \"blank\"><b><u> Prove di dialogo con la Siria<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Obama ha annunciato che il 23 settembre, nel suo discorso all\u2019Assemblea Generale dell\u2019Onu, render\u00e0 noto un piano per riavviare il processo di pace israelo-palestinese. 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