{"id":12590,"date":"2009-10-01T00:00:00","date_gmt":"2009-09-30T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-percorso-ad-ostacoli-verso-copenhagen\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:44","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:44","slug":"il-percorso-ad-ostacoli-verso-copenhagen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/10\/il-percorso-ad-ostacoli-verso-copenhagen\/","title":{"rendered":"Il percorso ad ostacoli verso Copenhagen"},"content":{"rendered":"<p>Dal 7 al 18 dicembre si svolger\u00e0 a Copenhagen la conferenza mondiale per la revisione del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. I lavori preparatori del summit si sono tenuti nel corso di tutto il 2009, ma non sono stati in grado di mettere d\u2019accordo i rappresentanti dei 190 Paesi che nel 1997 firmarono il Protocollo. Le divergenze pi\u00f9 importanti si manifestano fra le principali potenze mondiali (Cina, India, Ue, Usa), prime responsabili per le emissioni di CO2.<\/p>\n<p><b<La leadership europea <\/b><br \/>L\u2019Unione europea \u00e8 ancora leader nella lotta al cambiamento climatico, grazie all\u2019approvazione nel mese di dicembre 2008 della cosiddetta direttiva 20-20-20. Si tratta di un insieme di atti legislativi che prevedono entro il 2020 non solo una riduzione delle emissioni del 20% rispetto al 1990, ma anche l\u2019aumento del 20% nell\u2019utilizzo delle energie rinnovabili. Tuttavia, molti analisti dubitano della reale capacit\u00e0 dell\u2019Ue di raggiungere tali obiettivi. <\/p>\n<p>L\u2019attuale crisi economica ed il conseguente crollo dei consumi, associato ad un prezzo del petrolio e del gas relativamente basso, hanno ridotto notevolmente gli utili delle societ\u00e0 energetiche. Di conseguenza molti gruppi energetici sono stati costretti a rivedere i loro investimenti in tecnologie meno inquinanti, mettendo in dubbio il raggiungimento degli obiettivi della direttiva. <\/p>\n<p>Inoltre l\u2019Ue appare spaccata al suo interno sulla definizione delle misure comunitarie per la lotta al cambiamento climatico a sostegno dei paesi in via di sviluppo. Nelle negoziazioni sulla revisione del Protocollo, alcune economie emergenti (Brasile, Filippine, Malesia, etc.) hanno infatti chiesto, a fronte del loro impegno a  ridurre le emissioni, \u201cknow how\u201d e sostegno finanziario da parte dei paesi industrializzati per progetti a favore della mitigazione del cambiamento climatico. Alcuni paesi europei  sembrano propensi a finanziare solo in minima parte questi progetti, preferendo fornire solamente tecnologie e &#8220;know how&#8221;. Tale posizione \u00e8 giustificata dai timori di molti governi europei sull\u2019effettivo utilizzo dei fondi da parte delle \u00e8lites governative dei paesi in via di sviluppo. <\/p>\n<p>Nel corso di tutto il 2009, prima la Presidenza ceca, poi quella svedese dell\u2019Ue,  hanno cercato, in sede negoziale, di convincere  Usa e Cina ad accettare obiettivi vincolanti di riduzione simili a quelli europei. I risultati sono stati tuttavia scarsi, a causa delle diverse posizioni che gli altri Paesi partecipanti ai lavori hanno dimostrato nel corso dei negoziati.<\/p>\n<p><b>Le difficolt\u00e0 di Obama al Senato<\/b><br \/>Se l\u2019amministrazione Bush era decisamente critica verso il Protocollo di Kyoto e l\u2019introduzione di limiti alle emissioni di CO2, l\u2019elezione di Obama ha determinato un nuovo approccio per gli Stati Uniti. Nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Copenhagen la nuova amministrazione americana si \u00e8 dichiarata disponibile ad impegnarsi affinch\u00e9 gli Usa riducano entro il 2020 le proprie emissioni del 17% rispetto ai livelli del 2005. Questo sforzo \u00e8 tuttavia considerato insoddisfacente sia dall\u2019Ue, sia dalle lobby ambientaliste americane, secondo le quali tale impegno porterebbe ad una riduzione delle emissioni solo del 4% rispetto al 1990: percentuale ben lontana dall\u2019obiettivo del 20% proposto dall\u2019Ue. <\/p>\n<p>Sebbene al Congresso siano in discussione diverse iniziative legislative per la lotta al cambiamento climatico, molti analisti mostrano scetticismo sulla reale capacit\u00e0 dell\u2019amministrazione americana di adottare misure effettive per la riduzione delle emissioni. L\u2019opinione pubbica americana \u00e8 decisamente meno sensibile, rispetto a quella europea, alle problematiche climatiche e questo costituisce sicuramente un problema importante per l\u2019attuale amministrazione. Diversi sondaggi dimostrano infatti che la maggioranza degli americani considera il rischio del cambiamento climatico solo come un pericolo per il livello occupazionale nel paese. Tali considerazioni si ripercuotono inevitabilmente sul Congresso, dove la maggioranza democratica sta incontrando serie difficolt\u00e0 nel far approvare l\u2019<i>American Clean Energy and Security Act <\/i>(Aces) Si tratta di una serie di atti legislativi che oltre a prevedere l\u2019aumento del 20% dell\u2019utilizzo di energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (misura peraltro gi\u00e0 approvata dall\u2019Ue), mirano anche a sviluppare su ampia scala impianti per la cattura e lo stoccaggio del carbonio per le centrali elettriche (responsabili del 40% delle emissioni). <\/p>\n<p>Sebbene l\u2019Aces sia stato approvato, non senza difficolt\u00e0,  dalla Camera dei Rappresentanti il 26 giugno scorso, molti deputati appaiono scettici sulle effettive possibilit\u00e0 di farlo approvare al Senato, ove la maggioranza democratica necessaria ad evitare l\u2019ostruzionismo (<i>filibustering<\/i>) dei repubblicani \u00e8 molto a rischio. Nonostante le difficolt\u00e0 di politica interna appaiano determinanti, il problema fondamentale \u00e8 rappresentato dall\u2019ostilit\u00e0 dei paesi in via di sviluppo (Brasile, Cina e India) all\u2019introduzione di obblighi di riduzione vincolanti.<\/p>\n<p>Questo rifiuto \u00e8 stato utilizzato dalle lobby industriali fin dal luglio 1998, quando il Senato statunitense approv\u00f2 la \u201c<i>Byrd-Hagel Resolution<\/i>\u201d che dichiarava l\u2019impossibilit\u00e0 per l\u2019esecutivo di siglare qualunque tipo di accordo internazionale che potesse ridurre la competitivit\u00e0 delle imprese statunitensi o che non prevedesse obiettivi di riduzione obbligatori per i paesi in via di sviluppo. Alla luce dei numerosi problemi dell\u2019amministrazione Obama, esiste la possibilit\u00e0 che gli Usa non aderiscano ad un nuovo accordo internazionale, per evitare possibili ostruzionismi al Congresso in sede di ratifica, preferendo invece la sigla di un accordo diretto con Cina, India e Ue. Tale approccio andrebbe tuttavia contro il nuovo corso multilaterale intrapreso  sia dal presidente americano che dal Segretario di stato negli ultimi 9 mesi, ed appare dunque non facilmente perseguibile.<\/p>\n<p><b>Cina, India e il gruppo dei 37<\/b><br \/>Sebbene Cina e India si siano sempre opposte all\u2019introduzione di obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas serra, al recente summit Onu di New York i governi di Pechino e Nuova Delhi hanno dato cenni di apertura alla possibilit\u00e0 di contenere le emissioni, pur senza proporre impegni precisi. Il presidente cinese Hu Jintao ha infatti dichiarato che entro il 2020 la Cina ridurr\u00e0 le emissioni in misura consistente rispetto ai valori registrati nel 2005. Hu Jintao ha inoltre dichiarato che al 2020 il 15% dell\u2019energia consumata in Cina sar\u00e0 prodotta da fonti rinnovabili. <\/p>\n<p>Nonostante l\u2019apertura delle due potenze asiatiche, c\u2019\u00e8 grande scetticismo sulla reale volont\u00e0  cinese e indiana  di sottoscrivere un accordo internazionale che vincoli le loro economie a tetti  massimi per le emissioni. Secondo molti diplomatici, infatti, India e Cina preferiscono verificare la reale volont\u00e0 dei paesi occidentali di ridurre le proprie emissioni prima di prendere in considerazione la possibilit\u00e0 di adottare piani di riduzione, causando in questo modo una sostanziale paralisi dei negoziati. Contemporaneamente un gruppo di 37 paesi, costituiti per lo pi\u00f9 dalle economie in via di sviluppo (fra le quali rientrano Brasile e Cina), si sono dichiarati disponibili a ridurre  le loro emissioni del 40%  rispetto ai valori del 1990, a fronte per\u00f2 di un notevole sostegno finanziario da parte dei paesi industrializzati.<\/p>\n<p><b>Mesi infuocati <\/b><br \/>La firma di un nuovo accordo internazionale sul cambiamento climatico appare tanto importante quanto difficile da raggiungere. Sebbene i principali leader mondiali dichiarino la necessit\u00e0 di raggiungere un accordo entro la met\u00e0 di dicembre, gli ostacoli appaiono, ad oggi, quasi insormontabili. Le difficolt\u00e0 interne di Obama (la risicata maggioranza al Congresso e lo scarso sostegno dell\u2019opinione pubblica), le paure di Cina e India per i propri settori industriali e la debolezza della diplomazia ambientalista europea lasciano presagire che, molto probabilmente, a Copenhagen non si riusciranno a raggiungere gli obiettivi largamente auspicati.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>F. Bindi: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1260\" target= \"blank\"><b><u>Il ritorno degli Usa alle Nazioni Unite<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>F. Chiesa: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1226\" target= \"blank\"><b><u> L\u2019autunno caldo di Obama in vista di Copenhagen<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p> R. Matarazzo: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1248\" target= \"blank\"><b><u> L\u2019autunno caldo dell\u2019Ue<\/u><\/b><\/a>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dal 7 al 18 dicembre si svolger\u00e0 a Copenhagen la conferenza mondiale per la revisione del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. 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