{"id":12740,"date":"2009-10-12T00:00:00","date_gmt":"2009-10-11T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/per-una-politica-estera-meno-provinciale\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:43","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:43","slug":"per-una-politica-estera-meno-provinciale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/10\/per-una-politica-estera-meno-provinciale\/","title":{"rendered":"Per una politica estera meno provinciale"},"content":{"rendered":"<p>Capita sempre pi\u00f9 spesso di leggere, sulle pagine dei quotidiani nazionali, interventi sul rischio di una perdita di status dell\u2019Italia sulla scena internazionale, e sulle carte che il paese deve giocarsi per conservare un ruolo politico significativo. Gli autorevoli interventi apparsi su questa rivista costituiscono un importante contributo al riguardo e uno stimolo a ulteriori considerazioni sull\u2019evoluzione della politica estera italiana negli ultimi anni.Nella lunga stagione  avviata con il primo Governo Berlusconi del 1994, vanno distinte due fasi. <\/p>\n<p>In una prima, dal 1996 fino al 2008, e in particolare durante gli anni della Presidenza Bush, si \u00e8 assistito, come bene ha scritto nel suo intervento <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1236\" target= \"blank\"><b><u> Alessandro Politi<\/u><\/b><\/a>, allo sforzo di ridefinizione di alcune direttrici politiche tradizionali della politica estera italiana: un rapporto pi\u00f9 critico con l\u2019Europa, un atteggiamento pi\u00f9 scettico nei riguardi dell\u2019efficacia delle organizzazioni internazionali universali e del \u201cmultilateralismo\u201d, una posizione sul conflitto arabo-israeliano caratterizzata da una maggiore attenzione alle preoccupazioni di Gerusalemme. A conti fatti, questo spostamento di baricentro, alla base anche delle dimissioni del Ministro degli Esteri Renato Ruggiero nel 2002, non \u00e8 sembrato portare alcun vantaggio reale all\u2019Italia n\u00e9 sotto il profilo della \u201c<i>special relationship<\/i>\u201d con Washington, che si \u00e8 esaurita nell\u2019evanescenza politica di un rapporto personale tra leader, n\u00e9 sotto quello di concrete acquisizioni in termini di status diplomatico. Al contrario, si potrebbe sostenere fondatamente, proprio questo nuovo \u201cprofilo\u201d italiano ha finito per escluderci da alcuni importanti \u201cformat diplomatici\u201d, a partire da quelli che si sono occupati del nucleare iraniano (attualmente il cosiddetto 5 pi\u00f9 1).<\/p>\n<p>\u00c8 una valutazione di questo genere, oltre che il cambiamento del contesto internazionale  che ha convinto il nuovo governo Berlusconi ad inaugurare nel 2008 un approccio diverso anche se ugualmente preoccupante. Venuta meno la sponda dell&#8217;\u201damico Bush\u201d ed esaurita la necessit\u00e0 di rimarcare l\u2019euroscetticismo, sia per un autonomo indebolimento dell\u2019Europa sia per la convenienza, in tempo di crisi economica, ad avere  Bruxelles come garanzia per i mercati finanziari, l\u2019azione di politica estera pare aver perso di \u201cvisione ideale\u201d ed essersi piegata a ragioni pi\u00f9 pragmatiche.<\/p>\n<p><b>Interessi commerciali in prima linea <\/b><br \/>Quali appaiono, infatti, i principi ispiratori di questa nuova fase della politica estera berlusconiana? Innanzitutto l\u2019idea che l&#8217;interesse nazionale del Paese coincida prevalentemente o esclusivamente con il sostegno alla penetrazione commerciale di alcune grandi aziende italiane, le pi\u00f9 internazionalizzate, sui mercati esteri. L\u2019esposizione politica sul progetto South Stream con Turchia e Russia, i rapporti con la Russia di Putin e Medvedev, i termini politici del trattato con la Libia, il dialogo avanzato con il presidente bielorusso, il respiro esclusivamente commerciale ed economico dell\u2019azione nel Mediterraneo sono altrettanti segnali di un approccio che tende a circoscrivere il ruolo dell\u2019Italia &#8211; o ad adattarlo &#8211; alle esigenze di mercato e agli interessi economici. <\/p>\n<p>Di per s\u00e9 l\u2019idea di sostenere il dinamismo economico delle aziende italiane va benissimo. Il problema \u00e8 quando ne consegue l\u2019appannamento del profilo politico del paese e magari la sottovalutazione di esigenze di coerenza dell\u2019azione, sia come Italia sia rispetto al contesto delle posizioni europee o \u201coccidentali\u201d. D\u2019altra parte tale impostazione porta a trascurare alcune aree ritenute meno \u201cinteressanti\u201d, ma oggetto di tradizionale influenza ed attenzione da parte italiana: dall&#8217;Africa, specie nella difficile ma strategica area del Corno, ai Balcani dove il pur condivisibile piano in otto punti di Frattini non ha finora fatto passi in avanti e l&#8217;Italia non pare aver il peso politico per trovare alleanze adeguate a sciogliere i nodi di fondo (dal problema serbo-kosovaro al futuro assetto della Bosnia, alla prospettiva europea per la regione). Infine, coerente con questa impostazione \u00e8 la stessa idea di ridurre la nostra presenza militare all\u2019estero (dall\u2019Afghanistan al Libano alla Bosnia appunto), annunciata e richiesta da settori del governo, posizioni che tradiscono una volont\u00e0 di rinuncia al nostro ruolo politico in favore di forme in parte di \u201cisolazionismo\u201d provinciale (nel caso della Lega), in parte di \u201cneomercantilismo\u201d.<\/p>\n<p>Inevitabile precondizione per un pi\u00f9 agile perseguimento di tale strategia politica \u00e8 l\u2019abbandono di qualsiasi \u201cidealismo\u201d &#8211;  anche di quello non velleitario, per venire incontro ai giusti rilievi di <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1218\" target= \"blank\"><b><u> Vittorio Emanuele Parsi<\/u><\/b><\/a> &#8211; nella nostra politica estera a favore di una \u201crealismo\u201d che smentisce nei fatti tutta la retorica su libert\u00e0 e democrazia versata a parole.<\/p>\n<p>La \u201cpersonalizzazione\u201d delle relazioni internazionali in cui la figura del premier diventa lo strumento unico e ultimo dell&#8217;iniziativa italiana sulla scena internazionale, \u00e8 un\u2019ulteriore caratteristica di questa linea politica, un elemento, per\u00f2, che spinge gli interlocutori esteri a interrogarsi sulla affidabilit\u00e0 e sulla persistenza delle scelte del Paese nel tempo, vista la loro scarsa \u201cistituzionalit\u00e0\u201d e condivisione.<\/p>\n<p> Il disegno complessivo che sembra venir fuori rimanda pericolosamente a quella nostalgia dell&#8217;Italietta indicata da <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1200\" target= \"blank\"><b><u> Stefano Silvestri <\/u><\/b><\/a>nell\u2019intervento iniziale del dibattito promosso da questa rivista , una media potenza senza ambizioni, che gioca su tutti i tavoli per conseguire piccoli vantaggi particolari. Parrebbe questa, dunque, la risposta data dall\u2019Italia alla transizione del sistema internazionale verso un probabile multipolarismo, in cui mutano rapporti di forza e punti di riferimento. <\/p>\n<p>\u00c8 palese, d\u2019altra parte, la difficolt\u00e0 dell\u2019opposizione nel denunciare questa deriva, quando l\u2019accusa di anti-italianit\u00e0 e di lavorare contro gli interessi del paese rende, per la debolezza della stessa opposizione, qualsiasi azione politica e parlamentare di critica o di stimolo facilmente strumentalizzabile. <\/p>\n<p>Si potrebbe provare a ripartire da alcune proposte in grado di animare un dibattito bipartisan pi\u00f9 serio e riflessivo, volto a indicare una strada comune al paese che almeno parzialmente compensi i  forti limiti dell\u2019attuale azione di politica estera. Provo a indicare, a titolo esemplificativo, alcune strade.<\/p>\n<p><b>Recuperare un profilo ideale <\/b><br \/>La vittoria del s\u00ec nel recente referendum in Irlanda e la probabile entrata in vigore del trattato di Lisbona, restituiscono all\u2019Italia l\u2019opportunit\u00e0 di rilanciare il progetto europeo da protagonista. Si potrebbe pensare ad una sorta di \u201cNuovo Piano Delors\u201d che proponga, ai paesi fondatori o a quelli dell\u2019area euro,  forme di \u201ccooperazione rafforzata\u201d nei settori di interesse strategico italiano (difesa, immigrazione, energia) e costruisca alleanze attorno a una incisiva riforma del bilancio comunitario e all\u2019adozione di  strumenti di debito pubblico europeo (eurobond). A questi temi, oltre che all\u2019impegno ad esplorare in senso \u201ceuropeista\u201d tutte le potenzialit\u00e0 del Trattato \u2013 come ben ha scritto l\u2019Ambasciatore <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1217\" target= \"blank\"><b><u> Fagiolo<\/u><\/b><\/a> &#8211; dovrebbe essere legato il nostro sostegno al futuro Presidente del Consiglio europeo, attribuendogli quella forza politica e quello spirito \u201ccomunitarista\u201d che lo sottraggono a una logica puramente intergovernativa.<\/p>\n<p>Una seconda direttrice dovrebbe riguardare il recupero di un profilo ideale, di una visione politica coerente e moderna della nostra politica estera, a cui andrebbe riattribuito il compito di contribuire a costruire un mondo pi\u00f9 giusto, pi\u00f9 democratico e pi\u00f9 vivibile. Non inseguendo un \u201caltromondismo\u201d retorico, ma cercando di marcare, con idee e azioni, una presenza qualificata su alcuni temi centrali dell&#8217;agenda internazionale: dalla promozione e la tutela dei diritti umani, particolarmente nel Mediterraneo, all\u2019impegno sul disarmo e la non proliferazione, da una visione forte e coerente per la nuova governance mondiale all\u2019impegno per l\u2019attuazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Tutti temi sui quali l\u2019Italia deve ritrovare autorevolezza e uscire  dalla dimensione provinciale e marginale di media potenza.<\/p>\n<p>Per fare tutto questo, tuttavia, \u00e8 improcrastinabile una riforma degli strumenti della politica estera italiana. Ad iniziare da un potenziamento della Farnesina, le cui risorse sono andate assottigliandosi e sono oggi considerevolmente pi\u00f9 scarse della media dei partner europei. Al Ministero degli Esteri  va affidato un maggior ruolo di valutazione strategica anche per politiche come quella energetica o degli armamenti, che pur essendo estranee al suo <i>core business<\/i>, sono cruciali per la proiezione esterna del paese e devono pertanto essere sottoposte a meccanismi di coordinamento che ne assicurino la coerenza con gli interessi nazionali ed europei.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>F. Salleo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1223\" target= \"blank\"><b><u>Il pericoloso paradosso del nazionalismo <\/u><\/b><\/a> <\/p>\n<p>A. De Robertis: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1261\" target= \"blank\"><b><u>Le opportunit\u00e0 dell\u2019Italia nell\u2019era Obama<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1252\" target= \"blank\"><b><u>L&#8217;impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l&#8217;Italia<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Capita sempre pi\u00f9 spesso di leggere, sulle pagine dei quotidiani nazionali, interventi sul rischio di una perdita di status dell\u2019Italia sulla scena internazionale, e sulle carte che il paese deve giocarsi per conservare un ruolo politico significativo. 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