{"id":12830,"date":"2009-10-23T00:00:00","date_gmt":"2009-10-22T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/politica-estera-e-nevrosi-nazionali\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:40","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:40","slug":"politica-estera-e-nevrosi-nazionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/10\/politica-estera-e-nevrosi-nazionali\/","title":{"rendered":"Politica estera e nevrosi nazionali"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019articolo di Stefano Silvestri dello scorso luglio sullo status internazionale dell\u2019Italia \u00e8 acuto e ben argomentato, ma agli occhi di un non italiano \u2013 o almeno a quelli di un britannico &#8211; risulta per la verit\u00e0 un po\u2019 curioso. C\u2019\u00e8 chiaramente un divario culturale e linguistico tra le nostre rispettive concezioni della gerarchia del potere internazionale. Secondo Silvestri, vi \u00e8 un contrasto netto tra grandi potenze (buone) e medie potenze (mediocri). La visione che prevale nel mondo anglosassone \u00e8 differente.<\/p>\n<p><b>La scomparsa delle \u201cgrandi potenze\u201d<\/b><br \/>Dopo l\u2019invenzione del concetto di \u2018superpotenza\u2019 nel 1944, fu subito chiaro che l\u2019Inghilterra non avrebbe potuto ambire a tale rango. Solo gli Stati Uniti e l\u2019Unione Sovietica lo meritavano. Dopo il 1991 anche la Russia perse questo status. Il termine \u2018grandi potenze\u2019, cos\u00ec strettamente associato all\u2019&#8221;equilibrio di potenza&#8221; pre-1914, cadde in disuso nella lingua inglese. Questo lasci\u00f2 l\u2019Inghilterra e la Francia, in particolare, in una sorta di limbo, con il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu e successivamente con l\u2019arma atomica, ma in declino globale a causa della perdita dell\u2019impero.<\/p>\n<p>Inoltre, nel sistema bipolare della Guerra Fredda non c\u2019era spazio per un club di potenze riconosciute come \u201cgrandi\u201d che si riunisse in conclave per risolvere i problemi emergenti. Anche la Cina post-rivoluzione non sembrava rientrare in nessuna categoria definita: troppo debole come superpotenza, ma troppo grande come potenza di medio rango. Le nazioni sconfitte &#8211; Germania, Giappone e Italia &#8211; avevano le potenzialit\u00e0 per ridiventare attori di peso nelle relazioni internazionali, ma non erano a loro volta nella condizione di rivendicare lo status di \u2018potenze\u2019 fintantoch\u00e9 il resto della comunit\u00e0 internazionale non ne avesse riconosciuto la legittimit\u00e0 come stati normali.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, per buona parte del secondo dopoguerra, stati che non erano n\u00e9 superpotenze n\u00e9 potenze minori finirono giocoforza nella categoria delle \u2018potenze di media grandezza\u2019. Considerare paesi come l\u2019Inghilterra e la Francia come \u2018i grandi\u2019 e nutrire dubbi che l\u2019Italia appartenga alla stessa categoria \u00e8 un chiaro segno del complesso di inferiorit\u00e0 di cui soffre il paese.<\/p>\n<p>Per gran parte della storia dell\u2019Italia repubblicana l\u2019Unione europea \u00e8 stata vista come una soluzione a questo problema del rango internazionale. L\u2019integrazione, si argomentava, avrebbe incanalato le ambizioni nazionali verso la costruzione di una nuova identit\u00e0 di potenza. Ma, a giudicare dall\u2019articolo di Silvestri  sull\u2019&#8221;Italietta&#8221;, che neppure  menziona l\u2019Ue, questo non \u00e8 pi\u00f9 vero.<\/p>\n<p><b>La trappola del provincialismo<\/b><br \/>L\u2019Italia non ha ragione di preoccuparsi cos\u00ec tanto del perch\u00e9 non \u00e8 una grande potenza n\u00e9 di chiedersi se lo status di media potenza sia degradante o meno. Tutti i maggiori stati dell\u2019Ue sono attualmente medie potenze, anche se esercitano gradi diversi di influenza nei vari ambiti della politica internazionale \u2013 l\u2019Inghilterra nella Nato, la Francia e la Germania all\u2019interno dell\u2019Ue, la Spagna in America Latina. La Russia sta forse recuperando ora il suo antico status di grande potenza, e la Cina pu\u00f2 aspirare a quello di \u2018superpotenza\u2019. Ma ha davvero poco senso vedere i vari stati europei in quest\u2019ottica. Se gli europei fossero in grado di agire in modo coerentemente unitario  attraverso l\u2019Ue, mettendo in campo tutte le risorse di cui dispongono, allora s\u00ec potrebbero dare vita ad una nuova superpotenza. Ma questo \u00e8  un altro discorso.<\/p>\n<p>\u00c8 il provincialismo che impedisce all\u2019elite italiana di abbracciare questa prospettiva pi\u00f9 ampia, da cui tra l\u2019altro l\u2019Italia avrebbe tutto da guadagnare, poich\u00e9 essa sottolinea le somiglianze, anzich\u00e9 le differenze, con gli altri stati europei. Questa tendenza a lamentarsi di una situazione di svantaggio, in cui s\u2019immagina che solo l\u2019Italia si trovi, indica come la sconfitta del 1943 e la guerra civile che ne segu\u00ec non siano ancora state pienamente metabolizzate. Nel dopoguerra la Germania ha patito di un analogo senso di vulnerabilit\u00e0, ma attraverso l\u2019Historikerstreit, i successivi dibattiti sulla necessit\u00e0 di essere un \u2018paese normale\u2019, e la catarsi dell\u2019unificazione, ha evitato di farsi ossessionare dal problema dello status, pur non essendo riuscita a ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu. Al contrario, l\u2019Italia, che pure ha  fatto progressi sullo scacchiere internazionale negli ultimi quindici anni, continua a tradire almeno due nevrosi collettive: un\u2019ossessione per la personalit\u00e0, i rapporti personali e l\u2019immagine come fattore determinante delle relazioni internazionali; la preoccupazione per il rango e il conseguente timore per l\u2019esclusione. Esaminiamo queste due tendenze in maggior dettaglio.<\/p>\n<p><b>Il nuovo approccio personalistico alla politica estera<\/b><br \/>L\u2019ossessione per la personalit\u00e0 \u00e8 un fenomeno molto recente. Figure come De Gasperi, Craxi, e Andreotti ebbero grande potere e influenza, ma la breve durata dei governi, e la reazione al culto della personalit\u00e0 coltivato da Mussolini li indussero a mantenere un basso profilo. Fu questo, a ben vedere, uno dei tratti distintivi dei governi italiani dopo la Guerra Fredda. Anche dopo il crollo dei vecchi partiti all\u2019inizio degli anni novanta, figure di spicco, come Romano Prodi o Giuliano Amato, misero l\u2019accento sulla loro qualit\u00e0 di tecnici, senza pretendere di accreditarsi come personalit\u00e0 dinamiche.<\/p>\n<p>L\u2019approccio personalistico si \u00e8 dunque affermato con l\u2019ingresso in politica di Silvio Berlusconi, che nel bene o nel male ha dominato la scena politica italiana degli ultimi quindici anni. Con Berlusconi la politica estera italiana \u00e8 stata fortemente condizionata da quelle che egli ritiene amicizie personali, ma che a ben guardare assomigliano di pi\u00f9 alle pacche sulle spalle che gli uomini politici sono soliti scambiarsi non appena emerga fra loro una coincidenza, anche solo temporanea, di interessi.<\/p>\n<p>L\u2019anomalia \u00e8 che Berlusconi ha tentato di trasformare ogni contatto bilaterale in un rapporto di  amicizia. \u00c8 accaduto con Bush, Blair, Putin, Gheddafi e altri. Egli ha potuto peraltro contare sul fatto che il suo partito \u00e8 stato fin dall\u2019inizio e in larga misura una piattaforma per la promozione della sua immagine. Di recente, questo tratto di Berlusconi pare essersi ulteriormente accentuato, cos\u00ec come la ricerca che a volte pare persino ossessiva della provocazione  Tale comportamento ha reso Berlusconi (e di riflesso l\u2019Italia) vulnerabile ai tentativi di tenerlo a distanza \u2013 in cui si \u00e8 distinta la Francia \u2013  e al tipo di umiliazione cui si \u00e8 esposto in occasione del grottesco scambio di visite con il leader libico Gheddafi.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile trovare un altro leader italiano che sia caduto in questa medesima trappola dai tempi di Mussolini, il quale aveva notoriamente riposto una fiducia eccessiva nel suo rapporto privilegiato con Hitler. A dire il vero, l\u2019elite italiana del dopoguerra, incarnata da personalit\u00e0 come Andreotti, vide nel carisma una malattia pericolosa. Si pu\u00f2 quindi accusarla dell\u2019errore opposto, ovvero di aver concepito le relazioni internazionali come un mero esercizio di realpolitik e di calcolo politico.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 parlo dunque di una nevrosi nazionale persistente? Perch\u00e9 l\u2019altra faccia della medaglia della vanteria e del sentimentalismo esibiti da Berlusconi \u00e8 la tendenza a esagerare l\u2019importanza dei leader degli altri paesi, e la convinzione che, assecondandoli, se ne possano ricavare vantaggi significativi per l\u2019Italia. L\u2019approccio di Berlusconi verso i presidenti Usa, ma in grado minore anche verso i presidenti francesi, i cancellieri tedeschi, e i primi ministri inglesi nasce da questa convinzione.<\/p>\n<p>Si \u00e8 spesa fin troppa energia nella ricerca dell\u2019approvazione dei principali leader stranieri o di un rapporto speciale con loro. Non vi \u00e8 dubbio che i contatti personali contano, ma \u00e8 sbagliato coltivarli a scapito di una visione di pi\u00f9 lungo termine e strutturale delle relazioni bilaterali. \u00c8 un errore molto diffuso in politica estera, in cui incorrono spesso anche i governi degli altri paesi. Ma nel caso dell\u2019Italia si combina con una debolezza storica dello stato, con una sua rinuncia ad affermare in modo deciso le sue prerogative. Con il risultato che anche la politica estera manca di solide fondamenta.<\/p>\n<p>Nonostante questo handicap in larga misura autoinflitto, l\u2019Italia ha ottenuto importanti risultati. All\u2019Onu \u00e8 riuscita a promuovere con particolare efficacia la sua posizione sulla riforma del Consiglio di Sicurezza proprio perch\u00e9 capacit\u00e0 diplomatiche e politiche sono state impiegate non per ottenere ritorni di immagine o accordi personali di breve termine, ma per promuovere legittimi interessi nazionali di lungo periodo. Pi\u00f9 in generale, e indipendentemente dal colore del governo in carica, l\u2019Italia ha trovato negli ultimi vent\u2019anni un maggior equilibrio tra la necessit\u00e0 di cooperare con alleati potenti e il suo diritto a essere ascoltata in quanto stato, non grazie alla leadership politica del momento.<\/p>\n<p><b>L\u2019ossessione per il rango<\/b><br \/>La seconda nevrosi collettiva, tuttavia, continua ad operare a livello dello stato e a minare la capacit\u00e0 dell\u2019Italia di affrontare i problemi a livello internazionale. Si tratta della ben nota ossessione per il rango, del desiderio che l\u2019Italia \u201cconti\u201d. Questa nevrosi \u00e8 legata alla prima in quanto troppo spesso per valutare il ruolo del paese sulla scena internazionale si guarda alla reputazione di cui godono i leader nazionali all\u2019estero \u2013 ne \u00e8 un esempio recente l\u2019uso che il quotidiano<i> La Repubblica <\/i>ha fatto delle opinioni di personalit\u00e0 straniere nella sua campagna contro Berlusconi.<\/p>\n<p>Ma il problema va oltre gli individui. \u00c8 indubbio che, pur essendo uno dei soci fondatori della Nato e della Comunit\u00e0 europea, e un leale sostenitore del multilateralismo in entrambi i contesti, l\u2019Italia non ha mai avuto una posizione stabile nei circoli ristretti che hanno guidato le due istituzioni. L\u2019iniziale esclusione dal Gruppo di Contatto per i Balcani negli anni \u201990 mostr\u00f2 che l\u2019Italia non contava abbastanza per essere ascoltata ai livelli pi\u00f9 alti della politica internazionale, nonostante fosse il paese occidentale geograficamente pi\u00f9 vicino al conflitto nell\u2019ex Jugoslavia. Ma da allora la musica non sembra essere cambiata granch\u00e9, se il ministro Frattini sul <i>Financial Times <\/i>del 14 settembre scorso si \u00e8 lamentato per l\u2019esclusione dell\u2019Italia da un\u2019iniziativa sull\u2019Afghanistan, nonostante il contingente italiano sia tra i pi\u00f9 corposi.<\/p>\n<p>Questa persistente marginalizzazione ha prodotto per reazione uno sforzo spasmodico per rimediare a quella che \u00e8 vista come un\u2019ingiustizia e al contempo come un serio ostacolo alla promozione degli interessi nazionali. Ma le ossessioni spesso annebbiano la vista. I responsabili della politica estera italiana dovrebbero innanzitutto chiedersi (a) se a quest\u2019ingiustizia si possa realisticamente porre rimedio; (b) se la cosa abbia davvero tutta questa importanza.<\/p>\n<p><b>Un problema mal posto<\/b><br \/>Quanto alla prima questione, sembra improbabile che l\u2019Italia riesca a diventare un membro permanente dei raggruppamenti ristretti che esercitano oggi un ruolo di leadership nelle relazioni internazionali, data la crescente globalizzazione del sistema internazionale e l\u2019ascesa di nazioni non europee, come l\u2019India, il Brasile ed il Sudafrica, che sempre pi\u00f9 appaiono validi candidati alternativi.<\/p>\n<p>Anche dentro l\u2019Ue \u00e8 difficile che l\u2019Italia ottenga un ruolo di leadership, non avendolo ottenuto finora. Inoltre, una trasformazione dell\u2019Ue-3 in Ue-4 spingerebbe capitali quali Madrid e Varsavia a chiedere, a loro volta, che l\u2019Ue-4 diventi un\u2019Ue-5 o Ue-6, il che vanificherebbe i guadagni ottenuti. L\u2019Italia farebbe pertanto meglio a non mettere in gioco il credito prezioso di cui gode sulla questione del rango, anche se ha tutto il diritto di protestare quando le regole europee vengono violate per favorire l\u2019interesse particolare di Francia, Inghilterra e Germania, o a riconsiderare il livello del suo impegno nelle missioni internazionali quando lo si d\u00e0 per scontato senza che vi corrisponda un coinvolgimento nei processi decisionali. Ma a livello tattico, l\u2019Italia dovrebbe comprendere che pi\u00f9 si agita per ottenere riconoscimenti, pi\u00f9 d\u00e0 agli altri stati il destro per tenerla ai margini, proprio come accade a un bambino che si metta alla ricerca affannosa di amici.<\/p>\n<p><b>Fare di necessit\u00e0 virt\u00f9<\/b><br \/>Venendo alla seconda questione, l\u2019Italia dovrebbe fare di necessit\u00e0 virt\u00f9, chiedendosi  che cosa realmente perderebbe se non ottenesse il rango a cui aspira.<\/p>\n<p>Per definizione, solo pochi paesi possono sedere al tavolo dei pi\u00f9 potenti e per farlo devono spesso pagare un prezzo salato in termini di risorse e di vite umane (quando si tratta di missioni militari). Ma \u00e8 davvero cos\u00ec importante avere una politica estera d\u2019alto profilo, con ci\u00f2 che essa comporta in termini di responsabilit\u00e0 e doveri internazionali? \u00c8 possibile continuare a fornire un contributo importante all\u2019ordine internazionale anche da posizioni di rango inferiore. Ne danno continua conferma paesi come la Svezia, la Norvegia, la Danimarca e la Svizzera. E, a dire il vero, lo ha dimostrato la stessa Italia con l\u2019Operazione Alba e con la campagna sulla riforma del Consiglio di Sicurezza.<\/p>\n<p>Inoltre, nonostante il prestigio del Consiglio di Sicurezza e del G8, la politica internazionale si sviluppa oggi su pi\u00f9 di uno scacchiere, e gli stati esercitano diverse forme di influenza a secondo dell\u2019ambito o della specifica questione in gioco. All\u2019interno dell\u2019Ue, se l\u2019Italia accettasse di essere esclusa dall\u2019Ue-3, potrebbe cercare invece di proporsi come guida dei restanti ventiquattro. Ci\u00f2 le darebbe paradossalmente pi\u00f9 potere che svolgendo un ruolo marginale  in un gruppo ristretto.<\/p>\n<p><b>Riforme interne e politica estera<\/b><br \/>Per l\u2019Italia, come per gli altri stati, sarebbe importante capire meglio l\u2019interazione tra politica interna ed estera. \u00c8 infatti difficile che la politica estera raggiunga i suoi obiettivi se poggia su di una base interna debole. Se l\u2019Italia facesse progressi nei vari ambiti in cui ha bisogno di riforme, come l\u2019economia, le istituzioni dello stato, la democrazia interna (\u00e8 molto preoccupante che l\u2019Italia sia scivolata al 49\u00b0 posto nella classifica mondiale sulla libert\u00e0 di stampa stilata da <i>Reporters sans fronti\u00e8res<\/i>), l\u2019equilibrio tra Nord e Sud, questo di per s\u00e9 le darebbe un maggiore potere nel mondo e pi\u00f9 risorse per perseguire i suoi obiettivi. Certo, queste riforme sono difficili da attuare e dipendono in una certa misura, come Silvestri ha giustamente notato, dagli sviluppi internazionali. Allo stesso tempo, per quanto significative, azioni, come quella di ospitare sul territorio italiano gli euromissili, o di inviare truppe in Libano, non possono sostituirsi alla capacit\u00e0 di gestire le proprie questioni interne.<\/p>\n<p>Ancora una volta, sarebbe sbagliato pensare che non vi sia stato alcun progresso. La lotta contro la mafia, ad esempio, \u00e8 inevitabilmente difficile e lunga ma, grazie alla determinazione e il coraggio di cui molti hanno dato prova negli ultimi anni, sta cominciando a dare alcuni frutti, rafforzando la reputazione dello stato italiano sia a livello interno che internazionale.<\/p>\n<p><b>Sostanza ed etichette<\/b><br \/>In ultima analisi, l\u2019Italia dovr\u00e0 rassegnarsi che le decisioni su alcune questioni importanti, come la stabilizzazione dell\u2019Afghanistan e del Pakistan (Afpak), non verranno prese a Roma. Qui \u00e8 solo Washington che conta veramente, anche se gli stessi Stati Uniti troveranno sempre pi\u00f9 difficile agire senza l\u2019aiuto degli alleati. Ma la stessa cosa vale per Londra, Parigi, e Berlino.<\/p>\n<p>Su altre questioni chiave &#8211;  la Palestina, la proliferazione nucleare, il cambiamento climatico &#8211; l\u2019unica vera alternativa al multilateralismo \u00e8 l\u2019inazione o la sconfitta. Il che richiede che tutti i paesi accettino di  contribuire in modo diverso e flessibile, a seconda delle esigenze specifiche che si pongono di volta in volta.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, importa davvero poco l\u2019etichetta affibbiata a un paese \u2013 \u2018Italietta\u2019 o \u2018grande potenza\u2019. Lavorare sull\u2019immagine pu\u00f2 aiutare nel campo delle relazioni pubbliche e ridare per qualche tempo fiducia in s\u00e9 stessi, ma serve a poco se si vogliono ottenere solidi risultati. Tanto meno pu\u00f2 sostituirsi alla capacit\u00e0 di creare coalizioni durature. L\u2019Italia deve ritrovare fiducia in quello che sa fare, al di l\u00e0 delle etichette. Se poi riuscir\u00e0 ad affrontare seriamente i suoi problemi interni, gli stessi problemi di immagine e status \u2013 non tarder\u00e0 ad accorgersene &#8211; troveranno una soluzione.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1200\" target= \"blank\"><b><u>Italia o Italietta, al vertice o media potenza?<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1252\" target= \"blank\"><b><u>L&#8217;impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l&#8217;Italia<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>S. Fagiolo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1217\" target= \"blank\"><b><u>Identit\u00e0 nazionale e politica estera: un nesso indissolubile<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>V.E. Parsi:  <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1218\" target= \"blank\"><b><u> Come evitare un destino da Italietta<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019articolo di Stefano Silvestri dello scorso luglio sullo status internazionale dell\u2019Italia \u00e8 acuto e ben argomentato, ma agli occhi di un non italiano \u2013 o almeno a quelli di un britannico &#8211; risulta per la verit\u00e0 un po\u2019 curioso. 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