{"id":12870,"date":"2009-10-29T00:00:00","date_gmt":"2009-10-28T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lombra-della-crisi-sulla-conferenza-di-copenaghen\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:40","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:40","slug":"lombra-della-crisi-sulla-conferenza-di-copenaghen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/10\/lombra-della-crisi-sulla-conferenza-di-copenaghen\/","title":{"rendered":"L\u2019ombra della crisi sulla conferenza di Copenaghen"},"content":{"rendered":"<p>Mancano poche settimane alla conferenza sul clima di Copenhagen, dove i 190 paesi che nel 2007 avevano trovato un accordo di massima a Bali, saranno chiamati a tradurlo in impegni e politiche concrete. Che cosa aspettarsi? Continuit\u00e0 con l\u2019accordo di Kyoto, nonostante i risultati deludenti fin qui raggiunti, o un drastico cambiamento di rotta? Gli scenari oscillano tra due estremi: uno scontro potenzialmente insanabile sulle questioni pi\u00f9 spinose &#8211; ripartizione degli oneri  fra le varie aree, quantificazione degli obiettivi, definizione degli strumenti &#8211;  o, all\u2019opposto, una mera adesione di principio agli indirizzi generali della Convenzione quadro dell\u2019Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc).<\/p>\n<p>Gli effetti della crisi finanziaria potrebbero tuttavia far emergere, un nuovo approccio pragmatico, ma sorretto da una visione di ampio respiro, che sarebbe di grande vantaggio per lo sviluppo sostenibile globale. Dipender\u00e0 dall\u2019atteggiamento che assumeranno i leader dei principali paesi inquinatori. Terranno conto delle interdipendenze tra le politiche di contrasto al cambiamento climatico  e quelle volte a correggere gli altri macro-squilibri? Sapranno collegare in positivo le politiche climatiche con gli accordi commerciali, con le strategie di uscita dalla crisi e con le esigenze di crescita e di sicurezza energetica? O rimarranno impantanati nelle tante contraddizioni che oggi caratterizzano queste politiche?<\/p>\n<p>Un esempio positivo di raccordo tra diversi tavoli negoziali fu proprio la ratifica del Protocollo di Kyoto da parte di Putin, nel 2004, che consent\u00ec l\u2019entrata in vigore dell\u2019accordo, in cambio dell\u2019impegno dell\u2019Ue a sostenere l\u2019ingresso della Russia nell\u2019Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Un esempio negativo, invece, \u00e8 il recente blocco dei negoziati nell\u2019Omc, a causa della minaccia di alcuni paesi industrializzati di imporre <i>border taxes <\/i>per difendere le proprie imprese dal <i>dumping<\/i> ambientale dei paesi non sottoposti a vincoli.<\/p>\n<p><b>Una soluzione<i> win-win <\/i>a Copenhagen<\/b><br \/>In un\u2019ottica di lungo periodo la tecnologia pu\u00f2 essere la chiave di un nuovo modello di crescita. \u00c8 fin troppo scontato che la ricerca nei paesi industrializzati \u00e8 un fattore cruciale per compiere il salto tecnologico richiesto dalla conservazione del pianeta. Ma la crisi, paradossalmente, offre la possibilit\u00e0 di individuare soluzioni <i>win-win <\/i>anche per trasferire le tecnologie meno inquinanti ai paesi emergenti che inquinano di pi\u00f9, ad esempio per la produzione di energia elettrica, purch\u00e9 ci\u00f2 si accompagni a vincoli ambientali condivisi anche in quelle regioni.<\/p>\n<p>Questa politica presenterebbe un triplo vantaggio: porrebbe le basi per consentire a quei paesi (in particolare Cina e India) di saltare la fase di industrializzazione ad altissima densit\u00e0 di carbone e di contenere le emissioni legate alla crescita industriale, senza imporre freni allo sviluppo; contribuirebbe alla crescita della domanda dei paesi asiatici, le cui esportazioni si sono drasticamente ridotte per la crisi e dai quali non ci si possono attendere misure per sostenere la domanda interna; offrirebbe ai paesi industrializzati un mercato per i beni intermedi e ad alta tecnologia dopo che si \u00e8 inceppato il motore rappresentato dalla domanda interna americana.<\/p>\n<p> Gli strumenti ci sono anche in Europa e nell\u2019ambito del Protocollo di Kyoto. I <i>clean development mechanisms<\/i>, ad esempio, per promuovere progetti congiunti e investimenti <i>low carbon<\/i> tra paesi europei e paesi in via di sviluppo andrebbero tolti dall\u2019angolo in cui li ha relegati la Commissione europea, che ha imposto un tetto troppo stretto al loro utilizzo da parte delle imprese per ottenere crediti di emissioni. Questi strumenti potrebbero costituire per i paesi dell\u2019Unione europea una leva per la crescita economica sostenibile, insieme ad altri che, consentendo la formazione di un prezzo per le emissioni di Co2, con lo sviluppo di mercati globali dei diritti di emissione, darebbero pi\u00f9 certezze agli investitori.<\/p>\n<p>Senza attendersi accordi dettagliati e obiettivi troppo ambiziosi, se  prevalesse una simile impostazione pragmatica la conferenza di Copenhagen potrebbe costituire un\u2019occasione importante per uscire dagli egoismi miopi dei governi nazionali, stretti tra la sfida competitiva e le tentazioni protezionistiche verso il nuovo Oriente.<\/p>\n<p><b>Interessi contrastanti in gioco<\/b><br \/>I contrasti sorgono tra chi produce inquinando (soprattutto i paesi emergenti dell\u2019Asia) e chi consuma inquinando (gli Stati Uniti in primis, ma anche Australia o Canada, che ben poco si sono spesi in politiche attive per il contenimento delle emissioni). Tra di essi si colloca l\u2019Europa, che ha assunto un ruolo trainante nei negoziati multilaterali, ma non ha poi adempiuto con coerenza agli impegni assunti. A questi contrasti si aggiunge il problema dei paesi e delle regioni pi\u00f9 povere, che contribuiscono in misura consistente alle emissioni e sono particolarmente  esposti alle conseguenze del riscaldamento del pianeta come l\u2019Indonesia, terzo paese tra i grandi inquinatori a causa della deforestazione,  e l\u2019Africa, che paradossalmente inquina proprio per mancanza di energia elettrica. <\/p>\n<p>Dagli indicatori di inquinamento che verranno scelti nel corso della conferenza si capir\u00e0 anche su quali paesi ricadranno le maggiori responsabilit\u00e0. Se l\u2019accento verr\u00e0 posto sulla produzione, l\u2019onere  maggiore peser\u00e0 sui paesi asiatici, che utilizzano tecnologie inquinanti e fanno un uso intenso del carbone. Se l\u2019accento verr\u00e0 posto invece sulle emissioni pro capite si evidenzier\u00e0 il basso consumo di energia dei paesi emergenti e  saranno  i paesi pi\u00f9 industrializzati a doversi sobbarcare i maggiori costi. In una stagione di recessione globale si riuscir\u00e0 a trovare un punto di equilibrio tra  queste diverse esigenze? <\/p>\n<p><b>La crisi e l\u2019agenda del clima<\/b><br \/>Nell\u2019immediato, come era da aspettarsi, la crisi ha fortemente ridotto i consumi energetici, cui si imputa il 70% delle emissioni di biossido di carbonio nell\u2019atmosfera. Nel 2009, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, l\u2019Agenzia internazionale dell\u2019energia ha registrato una contrazione netta della domanda mondiale di energia, stimando una riduzione della domanda di elettricit\u00e0 del 3,5%. Ci\u00f2 non implica affatto, tuttavia, un miglioramento strutturale della questione ambientale. La difficolt\u00e0 di ottenere credito e la riduzione del prezzo dei combustibili fossili, infatti, non possono che favorire il ricorso a fonti pi\u00f9 economiche, ma anche pi\u00f9 inquinanti, rispetto ad altre pi\u00f9 costose, come le rinnovabili, o a pi\u00f9 alta intensit\u00e0 di capitale, come il nucleare. Inoltre, la straordinaria contrazione degli investimenti in impianti di produzione di energia rinnovabile (diminuiti del 42% globalmente nel 2009, dopo la crescita che si era registrata nel 2007-2008) non potr\u00e0 che avere effetti duraturi.<\/p>\n<p>Sugli investimenti si gioca larga parte della partita energetica. L\u2019abbattimento delle emissioni richiede finanziamenti ingenti per il lungo periodo. I governi potranno decidere di fare del cambiamento climatico una delle componenti chiave delle strategie di uscita dalla crisi o, al contrario, relegare la questione ambientale a obiettivo secondario, ad esempio, rispetto alla stabilizzazione del settore finanziario. L\u2019Ocse stima che solo il 5% circa degli interventi di stimolo per uscire dalla crisi, che ammontano a 2,6 trilioni di dollari, \u00e8 stato destinato al sostegno dell\u2019efficienza energetica e della produzione di energie pulite:  si va, dal 39% della Francia al 3.6% dell\u2019Italia, e dal 10,4% del Giappone al 5,2% della Cina. L\u2019Ocse ha anche segnalato che gli incentivi offerti dai governi  spesso contrastano con gli indirizzi ambientali; ne sono un esempio evidente gli interventi incondizionati a sostegno del settore dell\u2019auto o il sostegno indifferenziato ai consumi di energia elettrica.<\/p>\n<p>Infine, la svolta impressa dal presidente Obama alle politiche ambientali americane potrebbe segnare un punto di convergenza positiva nei rapporti transatlantici, ma solo se l\u2019Europa sapr\u00e0 cogliere l\u2019occasione che le si prospetta.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>A. Dai Pra:  <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1259\" target= \"blank\"><b><u> Il percorso ad ostacoli verso Copenhagen<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>F. Chiesa: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1226\" target= \"blank\"><b><u>L\u2019autunno caldo di Obama in vista di Copenhagen<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p> F. Chiesa: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1248\" target= \"blank\"><b><u>Uno scudo di emergenza contro il riscaldamento climatico<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mancano poche settimane alla conferenza sul clima di Copenhagen, dove i 190 paesi che nel 2007 avevano trovato un accordo di massima a Bali, saranno chiamati a tradurlo in impegni e politiche concrete. Che cosa aspettarsi? 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