{"id":13310,"date":"2009-12-02T00:00:00","date_gmt":"2009-12-01T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/cosa-aspettarsi-da-copenaghen\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:26","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:26","slug":"cosa-aspettarsi-da-copenaghen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/12\/cosa-aspettarsi-da-copenaghen\/","title":{"rendered":"Cosa aspettarsi da Copenaghen"},"content":{"rendered":"<p>A pochi giorni dall\u2019inizio della conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico &#8211; che si terr\u00e0 a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre &#8211; le speranze che vi si stipuli un trattato globale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra sembrano essere sfumate. A Copenaghen potrebbero per\u00f2 essere avviate una serie di iniziative concrete per aprire la strada ad una transizione verso un\u2019economia mondiale pi\u00f9 sostenibile.<\/p>\n<p><b>Il circolo vizioso che grava su Copenaghen<\/b><br \/>Nel 2007, gli oltre 190 paesi membri della Convenzione quadro dell\u2019Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), riunitisi a Bali, si impegnarono a negoziare entro la fine del 2009 un trattato che potesse subentrare al protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005 senza la ratifica degli Usa e in scadenza nel 2012. L\u2019obiettivo era quello di arrivare alla firma di un trattato globale per arrestare la concentrazione dei gas ad effetto serra nell\u2019atmosfera. Il cammino verso Copenaghen si \u00e8 presto trasformato, per\u00f2, in una corsa a ostacoli contro il tempo.<\/p>\n<p>Innanzitutto, le posizioni negoziali delle maggiori economie mondiali, quelle che pi\u00f9 contribuiscono alle emissioni di gas serra, differiscono notevolmente. L\u2019Unione europea mira a  realizzare entro il 2020 la strategia del \u201c20-20-20\u201d, che prevede (1) un calo delle emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990; (2) un aumento dell&#8217;energia derivante dalle fonti rinnovabili in modo che queste ultimi arrivino a coprire il 20% del fabbisogno energetico interno dell\u2019Ue; (3) una riduzione del 20% del consumo di energia grazie a misure dirette a renderlo pi\u00f9 efficiente. Con questo piano ambizioso l&#8217;Ue ha cercato di assumere un ruolo propulsivo e di guida nell&#8217;ambito dei negoziati internazionali, ma si \u00e8 scontrata con le forti resistenze dei paesi in via di sviluppo da un lato e con le  reticenze degli Usa dall\u2019altro.<\/p>\n<p>Cina e India hanno ripetuto a pi\u00f9 riprese che non accetteranno alcun limite alle proprie emissioni di gas serra, in quanto le loro emissioni pro capite sono notevolmente pi\u00f9 basse di quelle di Europa e Stati Uniti che, oltretutto, hanno iniziato ad inquinare ben prima. Gli Stati Uniti, con la presidenza Obama, hanno infine riconosciuto la necessit\u00e0 di ridurre le loro emissioni di CO2, ma i progetti di legge in discussione al Congresso contemplano tagli molto pi\u00f9 limitati di quelli Ue (che prevederebbero addirittura un calo delle emissioni pari al 30% entro il 2020 qualora gli Usa e altri paesi si impegnassero a prendere \u201cmisure comparabili\u201d). La difficolt\u00e0 di conciliare queste differenze \u00e8 diventata esplicita quando sia il presidente Usa Obama sia il primo ministro danese Rasmussen hanno dichiarato di non aspettarsi la firma di un trattato globale al termine dei negoziati di Copenaghen.<\/p>\n<p>Tra quanto deciso a Bali e la meta di Copenaghen si sono frapposti anche altri ostacoli. Come sottolineato da Valeria Termini e Antonio Dai Pra su questa rivista, la contrazione del credito dovuta alla crisi internazionale e la diminuzione del prezzo del petrolio hanno scoraggiato gli investimenti nelle fonti di energia rinnovabile. Inoltre, bench\u00e9 Obama abbia impresso un cambiamento di rotta alle politiche americane, il presidente Usa sta incontrando molte difficolt\u00e0 a   convincere il Congresso in assenza di un chiaro impegno internazionale da parte della Cina, che recentemente ha superato gli Stati Uniti come maggior paese emettitore di gas serra in termini assoluti. Dal canto suo, la Cina non \u00e8 disposta a prendere impegni prima dell&#8217;approvazione negli Usa del pacchetto legislativo sul clima. \u00c8 un circolo vizioso che getta un&#8217;ombra pesante su Copenaghen.<\/p>\n<p><b>Alcuni segnali positivi<\/b><br \/>Negli ultimi dieci giorni sono arrivati per\u00f2 alcuni segnali positivi, che potrebbero contribuire al  superamento dell\u2019attuale impasse. Obama ha annunciato il 25 novembre che parteciper\u00e0 alla settimana di apertura di Copenaghen, portando al tavolo dei negoziati l\u2019impegno  a ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 17% rispetto ai livelli del 2005. \u00c8 una riduzione che appare quasi insignificante se si prende come anno base il 1990, come fa l\u2019Ue. \u00c8 anche vero, per\u00f2, che, se si prendono in considerazione anche le misure di efficienza energetica e gli investimenti in energia rinnovabile previsti dal progetto di legge gi\u00e0 approvato dalla Camera dei rappresentanti Usa, la riduzione effettiva di emissioni si avvicina notevolmente agli obiettivi posti dall\u2019Ue, come sottolineato da un\u2019analisi del World Resources Institute. Inoltre, l&#8217;obiettivo Usa per il 2020 rappresenterebbe solo il primo passo verso la creazione di un sistema di incentivi economici  volti a  favorire la transizione ad un\u2019economia meno dipendente dalla coppia petrolio-carbone e a portare ad un calo delle emissioni dell\u2019ordine dell\u201980% entro il 2050, in linea con gli obiettivi Ue.<\/p>\n<p>Le dichiarazioni di Obama hanno trovato un riscontro positivo da parte cinese. Il giorno dopo Pechino ha annunciato che ridurr\u00e0 l\u2019intensit\u00e0 carbonica della sua economia (la quantit\u00e0 di CO2 emessa per unit\u00e0 di Pil) del 40 o 45% entro il 2020. Sebbene ci\u00f2 non voglia dire che le emissioni dell\u2019economia cinese inizieranno a calare in termini assoluti &#8211; dato l\u2019alto tasso di crescita del Pil cinese &#8211; tale misura comporterebbe comunque una fondamentale trasformazione dei processi di produzione e di utilizzo dell\u2019energia in un paese che \u00e8 gi\u00e0 leader nella produzione di energie rinnovabili. A sua volta,  l\u2019India ha dichiarato che l\u2019obiettivo cinese rappresenta un modello per le economie emergenti. Questo circolo virtuoso innescato dalla dichiarazione di Obama potrebbe portare a un consolidamento della volont\u00e0 politica di ridurre le emissioni di gas serra durante la conferenza di Copenaghen.<\/p>\n<p><b>Le alternative ad un trattato globale<\/b><br \/>Resta il fatto che \u00e8 ormai tardi per negoziare e firmare a Copenaghen un accordo globale. Cosa ci si pu\u00f2 dunque aspettare dalla conferenza? Tre sono i fronti principali. In primo luogo, pare ancora possibile raggiungere un accordo politico sulle misure per ridurre la deforestazione, che contribuisce per il 15-20% delle emissioni globali di CO2. Il programma anti-deforestazione dell\u2019Onu (Un-Redd) ha gi\u00e0 riscosso un consenso di base; un accordo sulla preservazione delle foreste tropicali avrebbe anche il vantaggio di coinvolgere il Brasile, che ha gi\u00e0 dimostrato di poter  porre un argine alla distruzione della foresta amazzonica (che \u00e8 la causa principale delle emissioni brasiliane).<\/p>\n<p>In secondo luogo, la maggioranza dei paesi sviluppati riconosce la necessit\u00e0 di creare un fondo internazionale per l\u2019adattamento dei paesi poveri ai cambiamenti climatici. I paesi dell\u2019Africa subsahariana e le isole del Pacifico sono i meno responsabili e al tempo stesso i pi\u00f9 esposti a cambiamenti del clima e all&#8217;innalzamento degli oceani che potrebbe derivarne. Per questo motivo i paesi ricchi del Commonwealth si sono gi\u00e0 impegnati a stanziare dieci miliardi di dollari all\u2019anno per aiutare i paesi pi\u00f9 poveri ad affrontare le conseguenze del surriscaldamento globale; a Copenaghen si potrebbe decidere di intensificare gli sforzi in tal senso.<\/p>\n<p>Infine, i paesi partecipanti alla conferenza potrebbero dare ancor pi\u00f9 slancio alle iniziative nazionali, bilaterali e multilaterali che hanno un enorme potenziale nella lotta contro il cambiamento climatico. Durante il viaggio del presidente Usa in Cina, per esempio, i due governi si sono impegnati a istituire centri di ricerca congiunti sull\u2019energia pulita, lanciando iniziative comuni su veicoli elettrici e efficienza energetica e una partnership sull\u2019estrazione del gas naturale e sulla cattura e lo stoccaggio dell\u2019anidride carbonica.<\/p>\n<p>Queste iniziative pragmatiche e immediatamente realizzabili potrebbero dare impulso alla trasformazione dell\u2019economia mondiale, facilitando la formazione di un consenso che possa portare alla firma di un trattato internazionale entro la scadenza del protocollo di Kyoto. Vincolarsi ora ad obiettivi pi\u00f9 ambiziosi di quelli che sono politicamente realizzabili (Obama ha bisogno di 67 voti su 100 in Senato per ottenere la ratifica di un trattato internazionale), equivarrebbe a fare il passo pi\u00f9 lungo della gamba. Una serie di iniziative pragmatiche nei paesi in via di sviluppo, insieme al sostegno degli Usa e alla leadership europea, potrebbero invece consentire di realizzare da subito ci\u00f2 che \u00e8 possibile in modo che domani diventi possibile ci\u00f2 che oggi non lo \u00e8.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>V. Termini, <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1287\" target= \"blank\"><b><u> L\u2019ombra della crisi sulla conferenza di Copenaghen <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>A. Dai Pra: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1259\" target= \"blank\"><b><u> Il percorso ad ostacoli verso Copenaghen <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>F. Chiesa: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1226\" target= \"blank\"><b><u> L\u2019autunno caldo di Obama in vista di Copenaghen <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p> <a href= \"http:\/\/www.wri.org\/publication\/usclimatetargets\" target= \"blank\"><b><u> World Resources Institute: Emission Reductions Under Cap &#038; Trade Proposals In The 111th Congress<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>The Economist: <a href= \"http:\/\/www.economist.com\/displayStory.cfm?story_id=14915108\" target= \"blank\"><b><u> Let\u2019s agree to agree<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>The Economist: <a href= \"http:\/\/www.economist.com\/world\/displaystory.cfm?story_id=14974291\" target= \"blank\"><b><u> It\u2019s off to Denmark we go<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A pochi giorni dall\u2019inizio della conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico &#8211; che si terr\u00e0 a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre &#8211; le speranze che vi si stipuli un trattato globale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra sembrano essere sfumate. 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