{"id":13350,"date":"2009-12-04T00:00:00","date_gmt":"2009-12-03T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/immigrazione-cosa-vogliono-davvero-le-opinioni-pubbliche\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:25","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:25","slug":"immigrazione-cosa-vogliono-davvero-le-opinioni-pubbliche","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/12\/immigrazione-cosa-vogliono-davvero-le-opinioni-pubbliche\/","title":{"rendered":"Immigrazione: cosa vogliono davvero le opinioni pubbliche"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;immigrazione \u00e8 un fenomeno che muta di continuo, nello spazio e nel tempo. Per conoscerlo, presupposto ovvio al fine di governarlo, sono quindi necessarie strategie di ricerca <i>comparative<\/i> e <i>continuative<\/i>. Ma queste richiedono capacit\u00e0 di collaborazione e risorse, fino ad oggi  poco, troppo poco, diffuse. Un&#8217;eccezione importante \u00e8 il <i>Transatlantic Trends: Immigration<\/i> (TTI), articolato sondaggio degli atteggiamenti delle opinioni pubbliche in otto paesi avanzati (due nord-americani: Canada e Usa; sei europei: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna), condotto per il secondo anno consecutivo da un consorzio di fondazioni europee e statunitensi tra cui il <i>German Marshall Fund of the United States <\/i>e la <i>Compagnia di San Paolo <\/i>di Torino. <\/p>\n<p>A partire dalla seconda edizione, qualsiasi indagine longitudinale (cio\u00e8 ripetuta nel tempo sullo stesso campione, o su un campione analogo e comparabile), se ben condotta moltiplica i suoi frutti. Perch\u00e9 consente di cogliere continuit\u00e0 e variazioni, evidenziando persistenze e tendenze al mutamento. <\/p>\n<p><b>Percezioni distorte\u2026<\/b><br \/>Il primo punto \u00e8 un&#8217;ovviet\u00e0: le opinioni pubbliche (OP) possono sbagliare. Meno ovvio, e prezioso, \u00e8 invece sapere come, di quanto e perch\u00e9 la <i>vox populi <\/i>sbaglia. Il sondaggio ci rivela che le OP occidentali \u201cpercepiscono\u201d un&#8217;immigrazione assai pi\u00f9 massiccia di quella reale: circa quattro volte tanto, nel caso italiano (cfr. grafico 3 del TTI). All&#8217;ignoranza empirica si assommano gli effetti di una profonda ideologizzazione dell&#8217;opinione in materia di immigrazione (grafico 6); questa lettura del fenomeno a partire da griglie politico-ideologiche pi\u00f9 ampie sembra accentuarsi, come segnala la crescita della polarizzazione tra intervistati appartenenti a schieramenti politici diversi, particolarmente evidente nel caso statunitense.<\/p>\n<p>Per quanto viziata, l&#8217;OP rimane ovviamente una sonda indispensabile, capace talvolta di cogliere tendenze reali meglio di molti osservatori qualificati. \u00c8 significativo, per esempio, il fatto che gli intervistati si dimostrino pi\u00f9 preoccupati proprio nei paesi che, negli ultimi anni, hanno conosciuto di fatto afflussi pi\u00f9 ingenti, specialmente di immigrazione <i>low-skilled<\/i>: Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Italia (grafici 1-2). In questi stessi paesi, la popolazione si mostra anche comparativamente pi\u00f9 insoddisfatta dell&#8217;operato dei rispettivi governi nazionali in materia migratoria (grafico 16).<\/p>\n<p>La crescente preoccupazione complessiva (tra gli europei intervistati, la quota di coloro che considerano l&#8217;immigrazione \u201cun problema, pi\u00f9 che un&#8217;opportunit\u00e0\u201d \u00e8 cresciuta, tra 2008 e 2009, dal 43 al 50%) \u00e8 naturalmente, almeno in parte, un effetto della crisi economica e occupazionale in corso (la rilevazione \u00e8 stata condotta a settembre 2009). In proposito, \u00e8 tuttavia importante rilevare che la percentuale dei nativi che ritiene che gli immigrati portino via lavoro o inducano ribassi salariali rimane minoritaria in tutti i paesi considerati, tranne la Spagna e il Regno Unito (grafico 4).<\/p>\n<p><b>\u2026 e convergenze europee<\/b><br \/>Nel complesso, colpisce la variabilit\u00e0 su base nazionale delle percezioni e degli atteggiamenti, nonch\u00e9 delle istanze rivolte alla politica. Per fare un solo esempio, l&#8217;incremento degli aiuti ai paesi di origine \u00e8 ritenuto il miglior rimedio per ridurre l&#8217;immigrazione illegale dal 51% degli spagnoli (e dal 45% degli italiani) contro il 16% soltanto degli statunitensi e il 20% degli olandesi (grafico 12). Eppure, malgrado questa eterogeneit\u00e0 di fondo, il sostegno a politiche comuni europee appare elevato (58% media europea), con l\u2019unica, prevedibile eccezione dei britannici. L\u2019immigrazione sembra dunque emergere come uno degli ultimi bastioni di un europeismo \u201cfacile\u201d, che in altri campi \u00e8 in via di estinzione; un europeismo \u201cin negativo\u201d, cio\u00e8 alimentato pi\u00f9 dalla insoddisfazione verso la politica nazionale che da una meditata fiducia nel livello europeo.<\/p>\n<p>Un altro tratto comune alle opinioni espresse nei diversi paesi \u00e8 la cruciale importanza attribuita allo status, legale o illegale, degli immigrati, il quale diventa un criterio decisivo nell\u2019orientare gli atteggiamenti (grafici 7-8). L\u2019assolutizzazione di questa, pur importante, dicotomia \u00e8 frutto di una semplificazione indebita. Almeno per chi conosca l\u2019alto grado di permeabilit\u00e0 tra le due condizioni (irregolare\/regolare, o legale\/illegale, secondo la terminologia adottata dal TTI 2009), particolarmente elevata nei paesi del sud Europa. L\u2019importanza della legalit\u00e0 della presenza come <i>driver <\/i>degli atteggiamenti suscita perplessit\u00e0 anche maggiore, quando si consideri il sostegno accordato da minoranze importanti (addirittura maggioranze nel caso francese e \u2013 sorprendentemente \u2013 tedesco) a misure di regolarizzazione dei <i>sans-papiers<\/i>.<\/p>\n<p>Un ultimo tratto comune, ma di grande importanza (anche perch\u00e9 contrastante con le credenze dominanti tra le classi dirigenti), consiste nella sensibilit\u00e0 elevata e abbastanza omogeneamente diffusa rispetto alla dimensione dei <i>diritti soggettivi<\/i>. E ancora pi\u00f9 specificamente dei <i>diritti acquisiti<\/i>, o per effetto del tempo (durata della presenza) oppure grazie al contributo (lavorativo, contributivo etc.) alla collettivit\u00e0 nazionale del paese di arrivo. Ne sono indici evidenti le maggioranze che, in tutti i paesi  sondati, vengono accordate all\u2019opzione di una immigrazione permanente anzich\u00e9 (forzosamente) temporanea (grafico 10), all\u2019accesso su basi di eguaglianza ai servizi sociali per i regolari (grafico 13), alla concessione dei diritti politici (grafico 14).<\/p>\n<p><b>Una risorsa strategica da coltivare<\/b><br \/>Le societ\u00e0 europee hanno di fronte un dilemma grave e fondamentale: come conciliare necessit\u00e0 e paure, ovvero come accordare i bisogni economici e demografici di immigrazione con le inquietudini sociali e le turbolenze politiche che essa suscita? Posto che n\u00e9 la chiusura n\u00e9 l\u2019apertura indiscriminate e assolute rappresentano opzioni reali, la contesa si svolge tra due antipodi ideali e politici: il modello \u201cporte aperte, senza diritti\u201d e quello \u201cporte chiuse, con diritti\u201d. In mezzo, naturalmente, si collocano molteplici varianti, che miscelano diversamente apertura (o chiusura) sul piano degli ingressi e su quello dei diritti soggettivi attribuiti (ed effettivamente garantititi) a chi entra.<\/p>\n<p>Nei paesi che pi\u00f9 hanno trainato la forte crescita dell\u2019immigrazione nello spazio transatlantico nell\u2019ultimo decennio (tre blocchi: Usa-Canada; Regno Unito-Irlanda; Europa meridionale, Spagna e Italia in testa) i governi hanno generalmente privilegiato il primo modello (\u201cporte pi\u00f9 aperte, meno diritti\u201d). Le opinioni pubbliche, specialmente in questi paesi, sembrano esprimere una preferenza di massima per il modello opposto. \u00c8 un segnale importante, su cui, particolarmente in Italia, occorre riflettere. Senza mai dimenticare, per\u00f2, che per societ\u00e0 che &#8211; crisi o non crisi &#8211; esprimono un fabbisogno strutturale di immigrazione, un\u2019opinione pubblica ragionevolmente favorevole (o almeno non pregiudizialmente ostile) \u00e8 una <i>risorsa strategica essenziale<\/i>. La tolleranza, in altri termini, \u00e8 una risorsa immateriale ma preziosa, da coltivare come si fa (o si dovrebbe fare) con la creativit\u00e0 o la fiducia nel futuro.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p> Vedi anche:<\/p>\n<p><a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/Documenti\/TT-immigr09_IT.pdf\" target= \"blank\"><b><u> Transatlantic Trends 2009, Immigration <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1334\" target= \"blank\"><b><u> L\u2019Italia e l\u2019immigrazione, tra fobie e integrazione <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>B. Nascimbene: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1244\" target= \"blank\"><b><u> I respingimenti e i rapporti Italia-Ue <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=997\" target= \"blank\"><b><u> Se in Europa e in America cresce la paura dell\u2019immigrazione<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;immigrazione \u00e8 un fenomeno che muta di continuo, nello spazio e nel tempo. Per conoscerlo, presupposto ovvio al fine di governarlo, sono quindi necessarie strategie di ricerca comparative e continuative. Ma queste richiedono capacit\u00e0 di collaborazione e risorse, fino ad oggi poco, troppo poco, diffuse. 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