{"id":13460,"date":"2009-12-21T00:00:00","date_gmt":"2009-12-20T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/copenaghen-e-il-nuovo-ordine-mondiale\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:23","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:23","slug":"copenaghen-e-il-nuovo-ordine-mondiale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/12\/copenaghen-e-il-nuovo-ordine-mondiale\/","title":{"rendered":"Copenaghen e il nuovo ordine mondiale"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019accordo raggiunto al termine della conferenza di Copenaghen sul clima pu\u00f2 essere giudicato deludente per diverse ragioni. Lo conferma il fatto che le Nazioni Unite, organizzatrici del summit, hanno scelto di <i>prendere nota dell\u2019accordo di Copenaghen<\/i>, invece che di approvarlo formalmente, e di lasciare quindi la decisione sull\u2019adesione ai singoli paesi. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto dopo che l\u2019Unione europea, estremamente delusa per i risultati di una conferenza su cui aveva scommesso molto e probabilmente umiliata per l\u2019esclusione dai colloqui conclusivi, ha accettato l\u2019accordo in ritardo e con riluttanza. <\/p>\n<p>Anche una serie di paesi in via di sviluppo, capeggiati da Venezuela e Bolivia, si sono  rifiutati di sottoscrivere l\u2019accordo a causa della vaghezza delle promesse di aiuto finanziario e tecnologico da parte dei paesi pi\u00f9 ricchi.<\/p>\n<p>La lista dei punti dove Copenaghen ha fallito pu\u00f2 essere sintetizzata rapidamente:<br \/>&#8211; l\u2019accordo cui si \u00e8 arrivati, anche se fosse sottoscritto da tutti i paesi, non \u00e8 legalmente vincolante: i paesi esprimono cio\u00e8 delle intenzioni, ma non si impegnano formalmente a rispettarle;<br \/>&#8211; l\u2019accordo non prevede controlli (soprattutto per la ferma opposizione della Cina): con la conseguenza che molti paesi, e tra questi forse gli stessi Stati Uniti, avranno difficolt\u00e0 a far accettare al loro interno misure ambientali potenzialmente dannose per la competitivit\u00e0 mondiale delle proprie imprese;<br \/>&#8211; l\u2019accordo esprime in maniera vaga l\u2019obiettivo da conseguire entro il 2050 &#8211; \u201cnon pi\u00f9 di due gradi di aumento della temperatura rispetto all\u2019era preindustriale\u201d invece che \u201cdimezzare le emissioni dei gas-serra\u201d &#8211; e non stabilisce alcun obiettivo intermedio (ad esempio al 2020) che funga da momento di verifica dello stato di avanzamento;<br \/>&#8211; l\u2019accordo parla di un impegno dei paesi ricchi a iniziare a corrispondere a quelli pi\u00f9 poveri &#8211; prima del 2020 &#8211; una cifra complessiva annua dell\u2019ordine dei 100 miliardi di dollari, ma \u00e8 molto vago sulle modalit\u00e0 con cui questi soldi potranno essere reperiti.<\/p>\n<p><b>Impegni da mantenere<\/b><br \/>Rimangono le promesse della vigilia. Gli Stati Uniti si sono impegnati (anche se l\u2019<i>American Clean Energy and Security Act <\/i>(Aces), approvato sul filo di lana dalla Camera, giace senza grandi prospettive al Senato) a ridurre le emissioni dei gas-serra del 17 per cento entro il 2020, ma assumendo come base il livello di emissioni del 2005 invece di quello del 1990, cui faceva riferimento il protocollo di Kyoto. Per questo gli Usa sono stati accusati di scorrettezza dagli europei, in quanto la riduzione &#8211; riportata al 1990 &#8211; sarebbe solo del 4 per cento.<\/p>\n<p>L\u2019Unione europea si \u00e8 impegnata formalmente (a differenza degli Stati Uniti) a ridurre le emissioni del 20 per cento rispetto al 1990: con una controaccusa  per\u00f2 da parte degli Stati Uniti che &#8211; riportata al 2005 &#8211; la riduzione sarebbe solo del 13 per cento (contro il loro 17), a causa dei rilevanti miglioramenti nei paesi est-europei dopo l\u2019uscita dai regimi filosovietici.<\/p>\n<p>La Cina si \u00e8 impegnata a sua volta a ridurre del 40-45 per cento &#8211; entro il 2020 e assumendo come base il 2005 &#8211; l\u2019<i>intensit\u00e0 delle emissioni rispetto al Pil <\/i>(la cosiddetta <i>carbon-intensity<\/i>): pi\u00f9 di quanto faranno gli Stati Uniti nello stesso periodo (come da loro evidenziato), ma senza con questo riuscire a bilanciare l\u2019incremento delle emissioni legato all\u2019elevatissimo tasso di crescita della loro economia.<\/p>\n<p>L\u2019assenza di accordi legalmente vincolanti lascia ampi margini alle <i>lobbies <\/i>dei comparti potenzialmente pi\u00f9 danneggiati dall\u2019accordo (prima di tutto quelli che hanno a che fare con l\u2019energia di origine fossile) per cercare di bloccare la formalizzazione degli impegni o per spingere verso una loro dilazione.  Queste <i>lobbies <\/i>saranno tuttavia contrastate da quelle che invece dall\u2019economia verde hanno tutto da guadagnare: perch\u00e9 operanti nel settore delle energie alternative (l\u2019energia eolica, l\u2019energia solare nelle sue diverse configurazioni e l\u2019energia da biomasse) o dell\u2019energia nucleare o dei beni (quali le auto di nuova concezione) e dei servizi orientati all\u2019efficienza e al risparmio energetico. Si opporranno le aree industrializzate che pi\u00f9 temono la delocalizzazione degli impianti in paesi <i>tolleranti<\/i>, mentre saranno favorevoli quelle per cui l\u2019ambiente pu\u00f2 rappresentare un fattore di sviluppo. Potranno nascere pericolose tentazioni di porre limiti al commercio internazionale, in presenza di forti squilibri &#8211; fra le diverse aree &#8211; nei costi imputabili all\u2019ambiente. <\/p>\n<p>  <b>Un nuovo patto <\/b><br \/>Era realistico aspettarsi molto di pi\u00f9? Guardando alle posizioni assunte dai vari paesi all\u2019approssimarsi della conferenza di Copenaghen, probabilmente no. Cos\u00ec come \u00e8 poco realistico pensare che a breve si possa giungere  ad un nuovo accordo organico.<\/p>\n<p>Da quando il mondo si \u00e8 convinto che siano i cosiddetti <i>gas-serra <\/i>(la maggior parte dei quali originati nei processi di trasformazione e utilizzo dell\u2019energia) e non la natura i principali responsabili del riscaldamento terrestre in atto, l\u2019ambiente e l\u2019energia sono diventati la principale <i>risorsa scarsa su scala globale<\/i>. Una risorsa intimamente legata allo sviluppo, per cui il rispetto di un tetto alle emissioni globali  potrebbe verificarsi solo a fronte di un patto che stabilisca, in assenza di un governo mondiale, come distribuire i <i>doveri <\/i>di ridurre le emissioni e i <i>diritti <\/i>di far crescere le economie. Soprattutto in un momento di impetuosa crescita economica di paesi popolosi come la  Cina e l\u2019India, rispettivamente al primo e al quinto posto mondiale nelle emissioni dei gas-serra.<\/p>\n<p>Alcuni paesi &#8211; quelli che stanno crescendo e aspirano a un ruolo mondiale pi\u00f9 proporzionato alla loro consistenza economica e demografica, ma anche quelli, come il Venezuela, che aspirano a pi\u00f9 potere grazie al petrolio &#8211; hanno usato la conferenza di  Copenaghen come occasione per mettere alla corda i paesi occidentali e puntare a un nuovo ordine internazionale in cui anche la soluzione dei problemi ambientali non possa fare a meno del loro consenso.<\/p>\n<p> In questo Copenaghen ricorda gli Stati Generali riunitisi a Versailles nel 1789, quando le classi dominanti del tempo, la nobilt\u00e0 e il clero, non pi\u00f9 in grado di gestire la voragine finanziaria della Francia, dovettero chiedere al terzo stato &#8211; e quindi alla borghesia emergente &#8211; di cooperare alla soluzione dei problemi, dando inizio ad un nuovo assetto dei poteri.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>F. Chiesa: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1331\" target= \"blank\"><b><u>Cosa aspettarsi da Copenaghen <\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019accordo raggiunto al termine della conferenza di Copenaghen sul clima pu\u00f2 essere giudicato deludente per diverse ragioni. Lo conferma il fatto che le Nazioni Unite, organizzatrici del summit, hanno scelto di prendere nota dell\u2019accordo di Copenaghen, invece che di approvarlo formalmente, e di lasciare quindi la decisione sull\u2019adesione ai singoli paesi. 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