{"id":13480,"date":"2009-12-22T00:00:00","date_gmt":"2009-12-21T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/leuropa-e-litalia-dopo-copenaghen\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:22","slug":"leuropa-e-litalia-dopo-copenaghen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/12\/leuropa-e-litalia-dopo-copenaghen\/","title":{"rendered":"L&#8217;Europa e l&#8217;Italia dopo Copenaghen"},"content":{"rendered":"<p>Rispetto agli obiettivi che si era posta di un accordo universale da tradurre a breve in impegni  vincolanti, l&#8217;Europa non pu\u00f2 che essere insoddisfatta dei risultati del vertice dell\u2019Onu sul clima che si \u00e8 svolto a Copenhagen. Detto questo, \u00e8 bene che il rammarico per un&#8217;occasione in parte persa, che resta comunque una tappa utile e rilevante di un grande processo politico e di trasformazione economica e tecnologica gi\u00e0 in atto, non diventi sterile pessimismo; o, ancor peggio, non si traduca in disfattismo e ostacoli o freni alle politiche in corso.<\/p>\n<p><b>Ruolo chiave dell\u2019Ue<\/b><br \/>In questo senso va letto il cauto, ma solido, ottimismo che traspare dalle dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel, gi\u00e0 al lavoro da padrona di casa per il prossimo appuntamento di Bonn, fra sei mesi. O anche quelle del Presidente Sarkozy, come la Merkel molto attento a leggere i lati pi\u00f9 positivi di Copenaghen: carattere globale dell&#8217;accordo; 30 miliardi di dollari ai paesi poveri entro il 2013 e, probabilmente, 100 miliardi l&#8217;anno da qui al 2020; rinnovato consenso a non superare i 2 gradi di aumento della temperatura globale entro il 2050; scambio di dati relativi alle emissioni. E, dopo Bonn, nuovo appuntamento a fine 2010 in Messico per tentare di strappare un accordo vincolante.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 davvero stato il famoso G2 tanto caro ai media nostrani in cui l&#8217;Ue viene raffigurata come il classico vaso di coccio? Ed \u00e8 mai possibile che la prima potenza commerciale ed economica, nel cui mercato passano un quarto degli scambi del mondo, capace di definire obiettivi ambiziosi unilaterali gi\u00e0 vincolanti ed esprimere la volont\u00e0 di fare anche di pi\u00f9, sia trattata quasi come una Cenerentola, una comparsa minore? In realt\u00e0 l&#8217;Europa sta pesando molto pi\u00f9 di quanto appare, anche se forse errori tattici e di comunicazione sono stati fatti.<\/p>\n<p>Se si va alla sostanza, l&#8217;Ue esce da Copenaghen meglio di Cina ed Usa.  Le due potenze che si contendono il primato su chi inquina pi\u00f9 il mondo appaiono, difatti, politicamente ed industrialmente in ritardo rispetto all&#8217;Ue, gi\u00e0 spronata da anni dagli impegni di Kyoto e da un &#8220;burden sharing&#8221; sanzionabile anche con multe agli Stati inadempienti. <\/p>\n<p>Una larga maggioranza dell&#8217;opinione pubblica europea \u00e8 convinta della necessit\u00e0 di ridurre le emissioni e passare a uno sviluppo pi\u00f9 sostenibile. E anche l&#8217;industria ha cominciato da tempo a muoversi in questa direzione sviluppando tecnologie all&#8217;avanguardia e conquistando quote di mercato con prodotti pi\u00f9 efficienti e capacit\u00e0 di produrre energia pulita. La stessa Germania, paese a vocazione industriale con forte export, \u00e8 quella che pi\u00f9 ha spinto per target e norme europee avanzate. Non a caso la nuova politica Ue per l&#8217;energia e il clima \u00e8 stata approvata proprio sotto presidenza tedesca al Consiglio europeo di Berlino del marzo 2007. <\/p>\n<p>Salvo qualche eccezione (in Italia, ad esempio) quasi tutta la classe dirigente europea \u00e8 convinta della necessit\u00e0 di puntare in modo deciso verso un&#8217;economia a basso tenore di carbonio e di mantenere la leadership sul fronte della <i>green devolution<\/i>; anche per ragioni che trascendono il problema del surriscaldamento e legate alla sicurezza di approvvigionamento ed evitare un declino della competitivit\u00e0 europea.<\/p>\n<p><b>I ritardi di Usa e Cina<\/b><br \/>In questa corsa alla supremazia nella nuova economia verde Cina e Usa sono ancora in parte appesantite da difficolt\u00e0 e ritardi. Gli Usa scontano la non politica dell&#8217;era Bush e forti resistenze interne. La Cina ha ancora bisogno di energia a basso costo (derivante in primo luogo dal carbone) per poter continuare la sua straordinaria crescita. I risultati modesti del vertice riflettono in parte questi limiti interni. Obama, arrivato a Copenaghen con margini di manovra ridottissimi, ha subito comunque ripercussione sulla sua immagine internazionale; e la Cina ha confermato i pregiudizi di chi la vede come poco trasparente e disponibile ad accettare standard ambientali e sociali. E non \u00e8 detto che il permanere di queste resistenze cinesi non finisca per spingere Europa e Usa a introdurre salvaguardie sul piano del commercio internazionale.<\/p>\n<p>L&#8217;Europa  \u00e8 l&#8217;unica ad avere un quadro di regole gi\u00e0 stabili e vincolanti per sviluppare politiche nazionali e locali, attirare investimenti, promuovere ricerca e sviluppo ( R&#038;S); e definire standard industriali pi\u00f9 ambiziosi condizionando l&#8217;industria mondiale e avvantaggiando i produttori europei pi\u00f9 avanzati sulle <i>green tecnologies<\/i>.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 dei limiti rilevati, va comunque riconosciuto che Cina e Usa stanno prendendo molto sul serio a livello nazionale il rapporto tra surriscaldamento climatico e sicurezza energetica, facendone un vero e proprio cavallo di battaglia per promuovere la competitivit\u00e0 delle loro economie. Lo &#8220;U turn&#8221; di Obama, gi\u00e0 evidente nella campagna presidenziale, sta contribuendo a spostare importanti gruppi d&#8217;interessi verso un&#8217;economia a pi\u00f9 basso tenore di carbonio. Anche se il passaggio al Senato della proposta di legge su clima e energia con target vincolanti e un primo sistema di <i>cap &#038; trade<\/i> non sar\u00e0 una passeggiata, specie con l&#8217;avvicinarsi delle elezioni di mezzo termine del Congresso del prossimo anno, tradizionalmente difficili per il partito del presidente in carica. <\/p>\n<p>Un impegno di Obama a Copenaghen superiore al taglio del 17% entro il 2020 rispetto al 2005 (- 4% rispetto al 1990) avrebbe reso ancor pi\u00f9 ardua l&#8217;approvazione della legge. Ma questo non vuol dire che l&#8217;America sia ferma o abbia rinunciato a traguardi pi\u00f9 ambiziosi. A Obama serve pi\u00f9 tempo. Intanto il <i>recovery plan <\/i>Usa ha nettamente puntato sul rilancio della competitivit\u00e0 e dell&#8217;occupazione attraverso investimenti verdi (62 miliardi di dollari): auto con minor consumi, rinnovamento del sistema delle reti elettriche, pi\u00f9 R&#038;S, maggiori stimoli per rinnovabili ed efficienza energetica. Una politica chiara e determinata che rischia di togliere molti primati del settore all&#8217;industria europea. <\/p>\n<p>Anche la Cina non sta a guardare, con ingenti investimenti per promuovere i target di efficienza energetica e le tecnologie per rinnovabili, di cui \u00e8 gi\u00e0 grande esportatore. E una crescente consapevolezza sui rischi ambientali che il paese, pi\u00f9 di tanti altri, sta correndo, specie in relazione al rapido deteriorarsi del fragile ecosistema dell&#8217;Himalaya.<\/p>\n<p>In Europa massicci investimenti privati e pubblici si stanno mobilitando verso progetti ambiziosi e all&#8217;avanguardia come Desertec, il Piano solare per il Mediterraneo, siti di cattura e stoccaggio del carbonio o lo sviluppo e il rinnovamento delle reti che collegano l&#8217;Europa al suo interno e con i paesi terzi fornitori. Decine di miliardi di investimenti indispensabili anche per far fronte alla crescente dipendenza energetica.<\/p>\n<p><b>L\u2019esigenza di una  nuova <i>governance <\/i>globale<\/b><br \/>Se per il momento la<i> governance <\/i>mondiale, con l&#8217;unica eccezione del modello Ue, \u00e8 apparsa inadeguata a gestire le nuove sfide del mondo globale, parte dell&#8217;economia e dello sviluppo tecnologico si muovono dunque nella giusta direzione. Ma in assenza di politiche adeguate a livello globale, il processo di trasformazione sar\u00e0 sufficientemente rapido per evitare i disastri economici e sociali legati a surriscaldamento o a speculazione su gas e petrolio? <\/p>\n<p>Nell&#8217;attesa, un messaggio chiaro e urgente che deve continuare ad arrivare alla politica \u00e8 che per fare la rivoluzione verde, affrontarne le sfide e coglierne appieno le opportunit\u00e0, imprese e consumatori da soli non bastano. A tutti i livelli, europeo,  nazionale e locale, i poteri pubblici devono fare la loro parte. Con incentivi e regole chiare che consentano agli investitori di orientarsi e all&#8217;industria di sviluppare nuovi standard.<\/p>\n<p>L&#8217;Europa sta facendo la sua parte. Con l&#8217;approvazione a breve delle nuove direttive sull&#8217;eco-edilizia e sull&#8217;etichettatura dei prodotti a consumo energetico si va completando un quadro normativo tra i pi\u00f9 avanzati al mondo per ridurre l\u2019anidride carbonica  anche attraverso la creazione di un sistema di scambio e di aste per  produrre energie rinnovabili, catturare e stoccare il carbonio, ridurre le emissioni nei trasporti, promuovere l&#8217;efficienza energetica, la sicurezza di approvvigionamento e l&#8217;integrazione di un mercato europeo pi\u00f9 concorrenziale. E molti Stati e amministrazioni locali stanno attuando normative e politiche che vanno anche al di l\u00e0 dei gi\u00e0 ambiziosi traguardi dell\u2019Ue.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 di alcune regioni e comuni virtuosi, L\u2019Italia sembra ancora recalcitrante rispetto ai nuovi obiettivi europei, quasi non fossero gi\u00e0 irreversibili e, comunque, parte essenziale di un processo di trasformazione in atto dell&#8217;intera economia mondiale. Tanto le imprese sentono l&#8217;aria nuova che tira dimostrandosi attente a cogliere le opportunit\u00e0, tanto invece la politica appare distratta, talvolta quasi infastidita dal doversi occupare di un tema troppe volte considerato &#8220;ecologista&#8221; e contrapposto ai temi  &#8220;seri&#8221; dell&#8217;economia e della crescita. <\/p>\n<p>Speriamo non sia davvero cos\u00ec. Prendere con superficialit\u00e0 e sufficienza quello che \u00e8 divenuto necessariamente la chiave essenziale per ogni possibile nuovo sviluppo in economie mature e tecnologicamente avanzate sarebbe un grave errore. Le imprese italiane intuiscono che partecipare alla rivoluzione in atto significa scommettere e guardare avanti con grande fiducia nelle proprie capacit\u00e0. L&#8217;augurio \u00e8 che la politica non le abbandoni, rinunciando, per l&#8217;ennesima volta, a puntare sul futuro e sulle straordinarie risorse dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>U. Bertel\u00e8: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1346\" target= \"blank\"><b><u> Copenaghen e il nuovo ordine mondiale<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>F. Chiesa: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1331\" target= \"blank\"><b><u> Cosa aspettarsi da Copenaghen<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Rispetto agli obiettivi che si era posta di un accordo universale da tradurre a breve in impegni vincolanti, l&#8217;Europa non pu\u00f2 che essere insoddisfatta dei risultati del vertice dell\u2019Onu sul clima che si \u00e8 svolto a Copenhagen. 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