{"id":13520,"date":"2009-12-28T00:00:00","date_gmt":"2009-12-27T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/un-anno-di-svolta-per-leuropa\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:22","slug":"un-anno-di-svolta-per-leuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/12\/un-anno-di-svolta-per-leuropa\/","title":{"rendered":"Un anno di svolta per l\u2019Europa?"},"content":{"rendered":"<p>Poteva essere un altro <i>annus horribilis <\/i>per l\u2019Unione Europea, come lo erano stati i precedenti, con l\u2019inizio della recessione, il referendum negativo dell\u2019Irlanda sul Trattato di Lisbona, e, peggio, il tramonto del Trattato costituzionale. E invece il destino ha voluto che nel 2009 gli irlandesi ci ripensassero, i cechi e i polacchi si adeguassero e, dopo un intervallo di nove anni dall\u2019ultimo Trattato di Nizza, nuove istituzioni e regole entrassero in vigore per completare il tragitto di riforme dell\u2019Unione iniziato ben 25 anni fa con l\u2019Atto Unico europeo. Diciamo \u201ccompletare\u201d non tanto perch\u00e9 il nuovo Trattato contenga il meglio di quanto immaginato ai tempi della Convenzione europea, quanto perch\u00e9 Lisbona rappresenter\u00e0 probabilmente l\u2019ultimo sforzo di riforma delle istituzioni per almeno una generazione.<\/p>\n<p>L\u2019<i>institutional fatigue<\/i> dell\u2019Ue \u00e8 infatti quasi maggiore di quella da allargamento, essendo, per certi versi, meno comprensibile, e vendibile, di una politica che inglobi altri stati membri all\u2019interno dei confini dell\u2019Unione.<\/p>\n<p><b>L\u2019importanza di Lisbona<\/b><br \/>Eppure il significato di questo positivo passaggio verso nuove regole e istituzioni alla fine del 2009 \u00e8 di straordinaria importanza. Non solo come fatto in s\u00e9, ma anche come segnale verso il  resto del mondo. In un periodo di radicale mutamento degli assetti internazionali, con gli Stati Uniti esplicitamente in ritirata, l\u2019emergere disordinato di nuove potenze regionali con ambizioni globali, l\u2019affermarsi del G20 al posto del pi\u00f9 tradizionale e rassicurante G8, il moltiplicarsi di altri raggruppamenti, magari effimeri, come il G2 o i Bric, non \u00e8 davvero banale che un gruppo sempre pi\u00f9 largo di stati, oggi arrivati a 27, riesca a riformare, rafforzandolo, il proprio assetto istituzionale.<\/p>\n<p>Gli altri sistemi di integrazione regionale, dall\u2019Asean al Mercosur, dall\u2019Unione Africana al Nafta stanno invece attraversando una fase involutiva o stentano a trovare un cammino di cooperazione pi\u00f9 stretta. Il varo del Trattato di Lisbona \u00e8 quindi un segnale in controtendenza sia nei confronti del risorgente multipolarismo, sia verso quasi tutti gli altri modelli multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, oggi in profonda crisi d\u2019identit\u00e0 e di funzionamento. \u00c8 soprattutto preoccupante la crescente debolezza dei sistemi di cooperazione regionale nei confronti dei quali l\u2019Ue aveva impostato nel passato una <i>group-to-group policy <\/i>molto adatta alle caratteristiche e competenze dell\u2019Unione e in particolare della Commissione.<\/p>\n<p><b>L\u2019Ue e la crisi del multilateralismo regionale<\/b><br \/>Nel caso dell\u2019America Latina, ad esempio, la conseguenza del declino del Mercosur, come pure di altri gruppi regionali, \u00e8 stato lo spostamento dell\u2019Ue verso partnership strategiche bilaterali con singoli paesi, Brasile in testa. In questo modo non solo si \u00e8 allentato il sostegno agli sforzi politici dei promotori del Mercosur, ma si \u00e8 anche creato un ulteriore squilibrio fra i membri di quell\u2019organizzazione, offrendo indirettamente al Brasile lo status di paese guida nei rapporti con l\u2019Europa.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, il sistema multilaterale \u201crafforzato\u201d dell\u2019Ue continua a trovare ben pochi seguaci nel mondo. E nel lungo periodo il fallimento del modello multilaterale a livello globale e regionale pu\u00f2 portare alla paralisi della stessa Ue: i singoli membri dell\u2019Ue non sono infatti in grado di reggere da soli il confronto internazionale, come  mostrano il declino della Gran Bretagna, il velleitarismo senza risultati di Sarkozy o le difficolt\u00e0 che incontra la Germania ad affermarsi come <i>provider <\/i>di sicurezza internazionale.<\/p>\n<p>Di qui la grande attenzione da dedicare alla messa in pratica delle regole di Lisbona che, \u00e8 bene ricordarlo, sono per la maggior parte indirizzate a dare sostanza ed efficacia al ruolo dell\u2019Ue come attore politico e di sicurezza internazionale, in aggiunta alle capacit\u00e0 di cui l\u2019Unione gi\u00e0 dispone in campo economico e commerciale. La quadriga composta dal nuovo Presidente stabile del Consiglio europeo, dal nuovo Alto Rappresentante per la politica estera, dal Presidente della Commissione e dalla Presidenza di turno del Consiglio dovr\u00e0 dare prova di grande capacit\u00e0 di coordinamento, ma soprattutto di visione strategica del ruolo e degli interessi dell\u2019Ue.<\/p>\n<p><b>Il problema della democrazia europea<\/b><br \/>Il 2009 ha evidenziato un altro problema di fondo con cui l\u2019Ue dovr\u00e0 confrontarsi nei prossimi anni: la legittimazione democratica, a cominciare dal ruolo del Parlamento europeo e dalla funzione dei cosiddetti partiti politici europei. Anche qui assistiamo ad un paradosso: il Trattato di Lisbona ha esteso i poteri di codecisione del Parlamento europeo a quasi tutti i settori delle politiche comunitarie. Il Pe avr\u00e0 inoltre maggiore influenza in materia di bilancio, essendo state eliminata la distinzione fra spese obbligatorie e non. A fronte di questo importante approfondimento, l\u2019immagine del Parlamento di Strasburgo diventa tuttavia sempre pi\u00f9 evanescente presso l\u2019opinione pubblica, come testimoniato dall\u2019ulteriore calo dell\u2019affluenza alle elezioni europee del maggio 2009.<\/p>\n<p> La causa principale di questa crescente disaffezione sta nella mancanza di veri partiti politici europei che facciano da tramite e collegamento con gli elettori. Il problema \u00e8 sicuramente complesso, ma i partiti europei (il cui ruolo ottiene peraltro dal Trattato di Lisbona un ulteriore riconoscimento) non hanno fatto nulla per rimediare a questo stato di cose. Non hanno neppure colto l\u2019occasione delle elezioni per fare quello che numerosi osservatori, fra i quali il nostro istituto, avevano suggerito: indicare propri candidati per la presidenza della Commissione europea gi\u00e0 nel corso della campagna elettorale. Ed \u00e8 davvero deprimente vedere come il Presidente dei Socialisti europei, Poul Nyrap Rasmussen, abbia solo adesso riconosciuto questo errore, promettendo nel corso della recente riunione a Praga del partito di pensarci in tempo la prossima volta, cio\u00e8 alle elezioni del 2014.<\/p>\n<p>Si assiste, nel complesso, a una mancanza di visione e strategia politica da parte del Parlamento europeo e delle forze politiche che lo compongono proprio mentre si \u00e8 aggravato il problema della legittimazione democratica. Lo stesso ruolo del Pe diventa pi\u00f9 complesso ora che Parlamenti nazionali hanno ottenuto, con il trattato di Lisbona, di partecipare pi\u00f9 direttamente al controllo democratico del processo legislativo comunitario. Con il rischio peraltro che ci\u00f2 indebolisca anzich\u00e9 rafforzare un sistema politico e partitico europeo dalle basi ancora fragili.<\/p>\n<p><b>L\u2019interesse dell\u2019Italia <\/b><br \/>Infine, una riflessione generale sull\u2019Italia. Nell\u2019anno appena trascorso sono venuti attenuandosi i contrasti che erano emersi con l\u2019Ue su alcuni temi, come i limiti alle emissioni di CO2 e la politica di respingimento degli immigrati. Ma, a parte le battaglie perse sulle nomine ai vertici dell\u2019Ue, non si \u00e8 visto da parte dell\u2019Italia un grande contributo, in termini di proposte o di iniziative, al processo di integrazione. Proprio di fronte alla sfida che il multipolarismo pone all\u2019Ue e ai suoi membri, l\u2019Italia dovrebbe fare una riflessione strategica sul suo ruolo nell\u2019Ue. La relativa marginalizzazione dell\u2019Italia all\u2019interno dell\u2019Unione, di fronte al persistere del gruppo informale dei Tre grandi o alle pi\u00f9 recenti manifestazioni di <i>entente <\/i>a due, Francia-Gran Bretagna, o Francia-Germania, \u00e8 gi\u00e0 di per s\u00e9 preoccupante. Ma c\u2019\u00e8 anche il rischio di una  crescente marginalit\u00e0 dell\u2019Italia nei gruppi multipolari, soprattutto quando questi si allargano, come nel caso del passaggio dal G8 al G20.<\/p>\n<p>All\u2019Italia conviene quindi impegnarsi affinch\u00e9 l\u2019Ue rimanga il quadro di riferimento per tutti i paesi membri e le regole al suo interno vengano rispettate. Magari anche tramite il ricorso a cooperazioni rafforzate, purch\u00e9 queste ultime maturino nel contesto dell\u2019Ue, non al di fuori o ai margini dell\u2019Unione. All\u2019Italia conviene nettamente che l\u2019Ue si rafforzi e acquisti la capacit\u00e0 di reagire con tempestivit\u00e0 e decisione ai mutamenti del quadro internazionale: altrimenti il paese avr\u00e0 minori possibilit\u00e0 del passato di contare sulla scena internazionale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>P. Guerrieri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1354\" target= \"blank\"><b><u>La ripresa globale e lo spettro di una nuova crisi <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Aliboni: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1353\" target= \"blank\"><b><u>L\u2019impasse di Obama in Medio Oriente <\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Poteva essere un altro annus horribilis per l\u2019Unione Europea, come lo erano stati i precedenti, con l\u2019inizio della recessione, il referendum negativo dell\u2019Irlanda sul Trattato di Lisbona, e, peggio, il tramonto del Trattato costituzionale. 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