{"id":14080,"date":"2010-03-10T00:00:00","date_gmt":"2010-03-09T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/due-stati-unica-soluzione-per-la-palestina\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:11","slug":"due-stati-unica-soluzione-per-la-palestina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/03\/due-stati-unica-soluzione-per-la-palestina\/","title":{"rendered":"Due stati, unica soluzione per la Palestina"},"content":{"rendered":"<p>La recente visita di Silvio Berlusconi in Israele e le sue dichiarazioni sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania quali \u201costacolo per la pace\u201d hanno riportato al centro dell&#8217;attenzione, anche in Italia,  i molti ostacoli che si frappongono alla soluzione dei due stati. Che anzi molti analisti considerano ormai non pi\u00f9 praticabile. In effetti, negli ultimi tempi sono state formulate, o rilanciate, alcune proposte alternative. Ma, realisticamente, che possibilit\u00e0 hanno di essere realizzate? E sono davvero pi\u00f9 convincenti di quella dei due stati? <\/p>\n<p><b>Tiro alla fune<\/b><br \/>Il tentativo dell\u2019amministrazione americana, tramite il presidente Obama, il Segretario di Stato Clinton e l\u2019inviato speciale Mitchell di condurre i negoziati a una soluzione giusta e duratura del conflitto che da pi\u00f9 di sessant&#8217;anni insanguina il Medio Oriente si \u00e8 incentrato sulla questione degli insediamenti. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto, tuttavia, al prezzo di un estenuante tiro alla fune che non solo ha profondamente minato la credibilit\u00e0 della strategia di Obama in Medioriente, ma ha anche diffuso la percezione che  le parti non siano realmente motivate a raggiungere un accordo. Come ha causticamente osservato Thomas Friedman in un articolo su <i>The New York Times<\/i>, l\u2019impressione \u00e8 che i palestinesi vorrebbero giungere a un accordo senza condurre negoziati, mentre gli israeliani non avrebbero problemi a sedersi al tavolo delle trattative, ma non hanno alcuna intenzione di siglare un accordo.<\/p>\n<p>Le divisioni all\u2019interno della leadership israeliana e di quella palestinese e nelle rispettive societ\u00e0, nonch\u00e9 le mutate condizioni sul terreno dal punto di vista sia demografico che di sicurezza, sembrerebbero favorire lo <i>status quo<\/i>. Per molti palestinesi lo <i>status quo <\/i>potrebbe essere un\u2019opzione pi\u00f9 allettante, almeno nel breve termine, delle prospettive pi\u00f9 idealiste, che allo stato dei fatti hanno scarse possibilit\u00e0 di successo. La stessa strategia di Obama prevede di congelare, per il momento, il negoziato sulle questioni centrali, puntando a fare progressi su alcune questioni minori, ma molto concrete. Il rischio \u00e8 duplice: da una parte, quello di fossilizzare a tal punto il negoziato da non essere pi\u00f9 in grado di riavviarlo in seguito; dall&#8217;altra, di cristallizzare la divisione tra Fatah e Hamas e di accrescere lo squilibrio nei rapporti di forza tra israeliani e palestinesi.<\/p>\n<p><b>Riconoscimento unilaterale?<\/b><br \/>Proprio al rafforzamento dell&#8217;Autorit\u00e0 nazionale palestinese (Anp) mira, invece, il piano biennale lanciato nell&#8217;estate del 2009 dal primo ministro palestinese Salam Fayyad. Il piano, che intende creare le premesse in termini economici, di sicurezza, di servizi sociali e di <i>governance <\/i>per la creazione <i>de facto<\/i> dello stato palestinese, ha il sostegno degli Stati Uniti e dell&#8217;Unione europea. Il piano ha suscitato tuttavia numerose perplessit\u00e0 tra gli stessi palestinesi. Molti si chiedono se non sia solo una mossa tattica per forzare gli israeliani a bloccare gli insediamenti, compresi quelli di Gerusalemme Est, anche in vista di una riapertura dei negoziati.<\/p>\n<p>Secondo altri, inclusi alcuni commentatori stranieri, Abu Mazen e Fayyad mirano soprattutto a convincere la comunit\u00e0 internazionale che un futuro stato palestinese avrebbe istituzioni funzionanti e adotterebbe atteggiamenti responsabili. Secondo altri ancora &#8211; i pi\u00f9 scettici &#8211;  il piano di Fayyad, che sarebbe di fatto in sintonia con la proposta della Pace economica in Cisgiordania sostenuta dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, condannerebbe definitivamente i palestinesi alla subordinazione nei confronti di Israele, in quanto l&#8217;Anp si assumerebbe gravose responsabilit\u00e0 amministrative al posto di Israele, senza alcun concomitante trasferimento di sovranit\u00e0 e del controllo del territorio.<\/p>\n<p>L&#8217;assenza di prospettive dei negoziati bilaterali \u00e8 anche alla base della proposta avanzata nel luglio scorso dall\u2019Alto rappresentante della politica estera Ue, Javier Solana, di fissare una scadenza per il riconoscimento automatico dello stato palestinese, nel caso in cui i due contendenti non fossero riusciti a raggiungere un accordo. Il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese, secondo alcuni, contribuirebbe a riequilibrare i rapporti tra israeliani e palestinesi almeno sul piano diplomatico. Fermamente rigettata da Tel Aviv, la proposta non \u00e8 stata nemmeno presa in considerazione dall&#8217;amministrazione americana. Di fatto, non \u00e8 stata  che l&#8217;estremo tentativo di resuscitare il processo di pace in un momento in cui la comunit\u00e0 internazionale era tanto animata da buoni propositi e grandi aspettative quanto priva di soluzioni e iniziative concrete.<\/p>\n<p><b>La soluzione \u201cgiordana\u201d<\/b><br \/>Anche da parte israeliana sono state formulate alcune proposte alternative alla soluzione dei due stati. Una \u00e8 la cosiddetta soluzione \u201cgiordana\u201d o \u201cregionale\u201d. L&#8217;idea \u00e8 che, per motivi storici, culturali e geografici, i territori palestinesi non debbano divenire uno stato indipendente, bens\u00ec entrare a far parte dello stato giordano e di quello egiziano.  A  questa soluzione si oppongono per\u00f2 sia i palestinesi sia i due Stati interessati (Egitto e Giordania). Essa inoltre appare totalmente avulsa dall&#8217;attuale contesto regionale. Rimane tuttavia la necessit\u00e0,  sottolineata  anche da Obama, di non isolare il conflitto israelo-palestinese dal pi\u00f9 ampio contesto mediorientale nel quale alcuni attori &#8211; come Siria, Iran e Hamas &#8211; sono legati a doppio filo.<\/p>\n<p>Una strategia che tenga conto delle interconnessioni regionali deve necessariamente coinvolgere la Siria, con la quale Washington ha avviato con grande cautela un dialogo che sarebbe opportuno fosse approfondito. La recente nomina di Robert Ford, profondo conoscitore delle questioni mediorientali, compresa quella irachena, ad ambasciatore americano a Damasco, mostra la volont\u00e0 di fare della Siria un attore centrale nello scacchiere regionale. Il negoziato tra israeliani e palestinesi dovrebbe quindi essere affiancato da quello tra Siria e Israele, tra i quali si \u00e8 recentemente consumato un aspro scambio di  minacce, quasi del tutto ignorato dai media italiani.<\/p>\n<p><b>L\u2019utopia dello stato binazionale<\/b><br \/>Un\u2019ultima ipotesi, opposta alla soluzione dei due stati, \u00e8 infine la creazione di un unico stato bi-nazionale che garantisca eguali diritti civili a israeliani e palestinesi. Avrebbe il vantaggio, secondo i suoi sostenitori, di non richiedere la soluzione preliminare di una serie di problemi estremamente spinosi, come la definizione dei confini, inclusa la questione degli insediamenti, lo statuto di Gerusalemme Est, il ritorno dei profughi palestinesi e la questione della ripartizione delle risorse idriche. Ma \u00e8 una soluzione che contrasta fortemente con la realt\u00e0 demografica di Israele, Gaza e della Cisgiordania, nonch\u00e9 con la ferma determinazione israeliana di riaffermare l&#8217;identit\u00e0 ebraica dello stato di Israele. In generale \u00e8 difficile immaginare che le due parti rinuncino alle rispettive sovranit\u00e0 e che  gli stessi problemi summenzionati possano sparire d\u2019incanto in un utopistico stato binazionale.<\/p>\n<p>Queste  soluzioni alternative sembrano scaturire pi\u00f9 dalla frustrazione per il prolungato blocco dei negoziati che dalla reale convinzione che possano realmente essere attuate pi\u00f9 facilmente della soluzione dei due stati. Nonostante i crescenti dubbi su questa soluzione e le persistenti divergenze delle parti su una serie di temi chiave, la definizione dei confini eventualmente anche attraverso scambi di territorio rimane un elemento imprescindibile per qualsiasi futuro accordo di pace.<\/p>\n<p>In conclusione, la soluzione dei due stati resta la stella polare per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Quello che serve \u00e8 nuovo vigore per affrontare la questione, una rinnovata disponibilit\u00e0 a concentrarsi sui passaggi intermedi e una buona dose di creativit\u00e0 per trovare i modi e i mezzi necessari a raggiungere l&#8217;obiettivo finale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>R. Aliboni: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1381\" target= \"blank\"><b><u>Berlusconi in Israele fuori tempo massimo<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>M.G. Enardu: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1386\" target= \"blank\"><b><u> Berlusconi in Israele tra Scilla e Cariddi<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La recente visita di Silvio Berlusconi in Israele e le sue dichiarazioni sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania quali \u201costacolo per la pace\u201d hanno riportato al centro dell&#8217;attenzione, anche in Italia, i molti ostacoli che si frappongono alla soluzione dei due stati. Che anzi molti analisti considerano ormai non pi\u00f9 praticabile. 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