{"id":14100,"date":"2010-03-11T00:00:00","date_gmt":"2010-03-10T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/falsa-partenza-per-il-nuovo-negoziato-in-medioriente\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:10","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:10","slug":"falsa-partenza-per-il-nuovo-negoziato-in-medioriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/03\/falsa-partenza-per-il-nuovo-negoziato-in-medioriente\/","title":{"rendered":"Falsa partenza per il nuovo negoziato in Medioriente"},"content":{"rendered":"<p>La nuova iniziativa dell&#8217;amministrazione Obama per rilanciare i negoziati israelo-palestinesi si \u00e8 subito arenata. Lo scoglio \u00e8 lo stesso su cui sono naufragati tutti i tentativi precedenti: gli insedimenti israeliani nei territori occupati. Quando Israele ha annunciato un piano per costruire nuovi alloggi a Gerusalemme Est proprio durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden, la reazione non si \u00e8 fatta attendere: il presidente dell&#8217;Autorit\u00e0 nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas e la Lega Araba hanno interrotto i colloqui indiretti (<i>proximity talks<\/i>) che erano stati appena avviati. Ma quali sono le prospettive che riparta davvero il processo di pace? <\/p>\n<p>Va ricordato innanzitutto che nel settembre del 2009, dopo mesi di negoziati (di fatto, anch\u2019essi indiretti), ci fu un vero e proprio collasso. Nella riunione al Waldorf Astoria di New York, dove Obama dovette prendere atto del fallimento, sia gli israeliani che i palestinesi apparvero del tutto disinteressati, quasi apatici. Poco dopo Thomas Friedman su <i>The New York Times <\/i>rifer\u00ec che, secondo il Dipartimento di Stato, gli israeliani erano disposti a negoziare ma senza concedere nulla, mentre i palestinesi volevano l\u2019accordo ma senza voler negoziare. E&#8217; cambiato qualcosa di sostanziale da allora? O le mosse a cui si \u00e8 assistito negli ultimi giorni rispondono a una mera convenienza diplomatica? <\/p>\n<p>    Sulla scena internazionale si sono prodotti, in effetti, numerosi e importanti cambiamenti. Proviamo ad elencarli.<\/p>\n<p><b>Il cambiamento del quadro strategico<\/b><br \/>Innanzitutto, \u00e8 cambiato il quadro strategico regionale. Il primo tentativo dell\u2019amministrazione Obama di riprendere il processo di pace fu fatto nella prospettiva di un riavvicinamento con l\u2019Iran. Un successo nel quadrante israelo-palestinese avrebbe dovuto favorire la ripresa in atto dei contatti con l\u2019Iran e, al contempo, rafforzare gli arabi moderati e i loro legami con l\u2019Occidente. Ma l\u2019Iran ha invece irrigidito la sua posizione, il che ha ulteriormente inasprito i rapporti. L\u2019ondata repressiva che ha fatto seguito alle contestate elezioni presidenziali in Iran ha innescato una nuova dinamica, rendendo pi\u00f9 remota la prospettiva di una reintegrazione internazionale del paese e lasciando intravedere l\u2019emergere di un\u2019intransigente dittatura sempre pi\u00f9 fondata sui militari.<\/p>\n<p>In secondo luogo, l\u2019indurimento dell\u2019Iran e del suo \u201cfronte\u201d regionale \u00e8 probabilmente all\u2019origine di sviluppi come le infiltrazioni di Hizbollah in Egitto per sostenere Hamas e, soprattutto, il rifiuto da parte di Hamas delle proposte di mediazione egiziane miranti alla costituzione di un governo di unit\u00e0 nazionale palestinese. Questi eventi hanno, a torto o ragione, convinto l\u2019Egitto a passare dalla parte delle potenze che bloccano Gaza. Il Cairo ha infatti deciso di costruire una formidabile barriera d\u2019acciaio, che sprofonda nel sottosuolo da 18 fino a 30 metri, con l\u2019obiettivo di impedire il trasferimento di merci e armamenti verso Gaza.<\/p>\n<p>In terzo luogo la Siria, malgrado le aperture di Washington, non ha cambiato in nulla la sua politica estera. La Turchia, dal canto suo, \u00e8 entrata sempre pi\u00f9 direttamente nel gioco politico mediorientale, stabilendo nuovi contatti e legami con i palestinesi, la Siria e l\u2019Iran, assai meno con il fronte arabo moderato. Inoltre, si \u00e8 allontanata da Israele.<\/p>\n<p>Questi sviluppi hanno reso ancora pi\u00f9 urgente per gli arabi moderati serrare le fila fra loro e con gli Usa  e accresciuto l\u2019interesse degli americani a rafforzare la coalizione dei moderati. Non \u00e8 quindi sorprendente che gli arabi ora appoggino Obama con pi\u00f9 convinzione di quanto non fecero nel primo round, quando Washington chiedeva misure di fiducia per convincere Israele a fermare gli insediamenti e gli arabi gli risposero sostanzialmente picche. L\u2019amministrazione Obama potrebbe aver perso ogni ragionevole speranza di sottrarre Hamas all\u2019orbita di Teheran ed essersi convinta ad appoggiare Abbas comunque, cio\u00e8 anche se quest\u2019ultimo non vuole o non \u00e8 in grado di raggiungere un accordo di unit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p>Con gran parte degli attori internazionali pi\u00f9 interessati che in passato a una ripresa del processo di pace, sembrano essersi ricostituite condizioni favorevoli a uno sforzo negoziale. Ma qual \u00e8 la posizione delle parti del conflitto? Vogliono davvero un accordo e sono disponibili a un compromesso per raggiungerlo?<\/p>\n<p><b>I tatticismi di Netanyahu\u2026<\/b><br \/>Israele non \u00e8 oggi realmente interessato al negoziato. La maggioranza della popolazione, cessato il terrorismo, non si sente pi\u00f9 minacciata. \u00c8 convinta che i due conflitti con Hizbollah in Libano e Hamas a Gaza, mettendo fine ai lanci dei razzi Kassam, abbiano ristabilito una sufficiente deterrenza, e vede nell\u2019Iran e nel sostegno che fornisce ai suoi alleati nemici di Israele la vera minaccia strategica ed esistenziale. Perci\u00f2, la posizione pi\u00f9 possibilista di Netanyahu verso il negoziato e le sue concessioni (la tregua negli insediamenti, l\u2019accettazione dell\u2019obiettivo dei due stati) non trovano nessun riscontro nella maggioranza dell\u2019opinione pubblica e tanto meno negli alleati di governo, tanto che se i nuovi negoziati indiretti dovessero mettere capo a un compromesso, anche minimale, per ratificarlo sarebbe necessario un cambiamento della coalizione di governo, cio\u00e8 un\u2019alleanza con Kadima.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 Netanyahu mostra di essere disponibile al negoziato per due ragioni: \u00e8 un modo per legittimarsi nei confronti della comunit\u00e0 internazionale, ma anche per venire incontro agli americani, massimo partner strategico di Israele, che spingono per un rilancio del processo di pace. Recentemente Netanyahu ha detto al suo partito che per cooperare con gli Usa contro l\u2019Iran sono necessarie concessioni sulla questione palestinese. Sul piano tattico, Netanyahu sa che di fronte a un rifiuto dei palestinesi  ad accettare (l\u2019inaccettabile) compromesso che gli prospetter\u00e0, ci sar\u00e0 sempre una signora Clinton, o altri nell\u2019amministrazione, pronti a dire che eppure erano state avanzate concessioni \u201csenza precedenti\u201d.<\/p>\n<p><b>\u2026e la strategia del riconoscimento di Abbas<\/b><br \/>Pi\u00f9 difficile capire la posizione dei palestinesi. Hanno accettato questi nuovi negoziati indiretti per compiacere gli Usa, ma in realt\u00e0 non ci credono. Abbas ha chiesto il viatico della Lega Araba per darsi un minimo di copertura politica, ma, pur ribadendo l\u2019obiettivo dei due stati, non lo persegue pi\u00f9 nel quadro di Oslo, vale a dire mediante il negoziato con Israele. La strategia \u00e8 quella di perseguire il riconoscimento internazionale di uno stato palestinese entro i confini del 1967. Questo stato palestinese, con l\u2019autorit\u00e0 che gli verrebbe dal riconoscimento internazionale, negozierebbe poi con Israele da una posizione di maggior forza di quella attuale. <\/p>\n<p>Tutte le mosse recenti, incluso il piano Fayyad per un autonomo sviluppo della base economico-sociale del paese, puntano ormai in questa direzione. La destra israeliana, dal canto suo, guarda con forte preoccupazione alla strategia del riconoscimento internazionale , scorgendoci una replica di quella del Kosovo. \u00c8  certamente una strategia destinata a dare molto fastidio a Israele e a minarne la legittimit\u00e0 internazionale. <\/p>\n<p>Al momento c\u2019\u00e8 parecchio scetticismo sulla praticabilit\u00e0 di questa strategia. Tuttavia, non \u00e8 escluso che si possano creare col tempo condizioni internazionali pi\u00f9 favorevoli. Escludendo il negoziato con Israele, la strategia incentrata sul riconoscimento ha anche il vantaggio per Abbas di non esporlo continuamente al rischio, insito nel processo negoziale, di compiere atti che possono delegittimarlo agli occhi dell\u2019opinione pubblica palestinese, favorendo Hamas. <\/p>\n<p>La legittimit\u00e0 di Abbas, che nel settembre 2009, all\u2019indomani del fallimento del primo tentativo di Obama, pareva compromessa, \u00e8 stata dapprima rafforzata dai provvedimenti politici e costituzionali presi nel dicembre 2009 al fine di rinviare le elezioni e assicurare la sua permanenza alla testa sia dell\u2019Anp sia dell\u2019Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). La decisione degli arabi moderati di accantonare, di fatto, l\u2019obiettivo dell\u2019unit\u00e0 nazionale palestinese ha ulteriormente rafforzato la posizione di Abbas. <\/p>\n<p>Oggi quindi Abbas ha una strategia nazionale convincente che lo sottrae al discredito dell\u2019inevitabile fallimento dei negoziati con Israele e alla conseguente pressione di Hamas. Praticamente pu\u00f2 perseguire, senza esserne delegittimato, una strategia \u201cWest Bank first\u201d &#8211; coincidente con quella dell\u2019amministrazione Obama.<\/p>\n<p><b>Giochi di faccia<\/b><br \/>In conclusione, perch\u00e9 allora i palestinesi hanno accettato, almeno inizialmente, i nuovi negoziati indiretti? Per ragioni non dissimili da Israele. Hanno bisogno di compiacere gli americani e di avere il loro sostegno. Dopo tutto, non possono sperare di ottenere un riconoscimento internazionale senza l\u2019appoggio degli Usa, o contro di loro, o solo con l\u2019appoggio europeo (che esiste &#8211; vedi la dichiarazione Kouchner-Moratinos dell\u20198 dicembre 2009 in favore del riconoscimento internazionale &#8211; ma non \u00e8 affatto detto che si concreti in una politica). Dunque, sono obbligati a stare al gioco, nella speranza di cambiarne a un certo punto la dinamica. <\/p>\n<p>Le condizioni internazionali sono quindi favorevoli a una ripresa del negoziato, ma lo sono assai meno le dinamiche politiche all\u2019interno del fronte israeliano e di quello palestinese. Per il mediatore americano George Mitchell il compito non sar\u00e0 pi\u00f9 facile di quello dell\u2019anno scorso. N\u00e9 stupisce pi\u00f9 di tanto che il vicepresidente Biden, al suo arrivo in Israele, sia stato salutato da una salva di 112 nuove unit\u00e0 abitative israeliane in Cisgiordania, anche se, come ha precisato il portavoce di Tel Aviv, ne era stata decisa la costruzione prima della moratoria di dieci mesi annunciata da Netanyahu nel novembre scorso.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che nell&#8217;infiammabile clima politico mediorientale chi vuole sabotare gli sforzi di pace ha sempre buon gioco e alla diplomazia serve quindi un sovrappi\u00f9 di pazienza e determinazione che non \u00e8 detto l&#8217;amministrazione americana sia in grado di assicurare.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Colombo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1408\" target= \"blank\"><b><u>Due stati, unica soluzione per la Palestina <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>\tR. Aliboni: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1381\" target= \"blank\"><b><u>Berlusconi in Israele fuori tempo massimo<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>\tR. Aliboni: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1353\" target= \"blank\"><b><u>L\u2019impasse di Obama in Medio Oriente<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La nuova iniziativa dell&#8217;amministrazione Obama per rilanciare i negoziati israelo-palestinesi si \u00e8 subito arenata. Lo scoglio \u00e8 lo stesso su cui sono naufragati tutti i tentativi precedenti: gli insedimenti israeliani nei territori occupati. 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