{"id":1430,"date":"2006-06-07T00:00:00","date_gmt":"2006-06-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/berlusconi-il-rovesciamento-delle-priorita-tradizionali\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:27","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:27","slug":"berlusconi-il-rovesciamento-delle-priorita-tradizionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/06\/berlusconi-il-rovesciamento-delle-priorita-tradizionali\/","title":{"rendered":"Berlusconi: il rovesciamento delle priorit\u00e0 tradizionali"},"content":{"rendered":"<p>Per poco pi\u00f9 di cinquant\u2019anni, dalla firma del Patto Atlantico nel 1949 alla vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 2001, l\u2019Italia ha fatto, con le varianti imposte dalle circostanze, una politica estera ispirata da tre esigenze: un saldo rapporto con gli Stati Uniti, una entusiastica adesione all\u2019obiettivo dell\u2019unit\u00e0 europea, una relazione privilegiata con i paesi arabi del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Vi sono state circostanze in cui non fu facile conciliare l\u2019amicizia americana con la fedelt\u00e0 europea. Alcune scelte in settori cruciali della difesa e dell\u2019economia (l\u2019aeronautica ad esempio) furono americane pi\u00f9 che europee.<\/p>\n<p>L\u2019Italia prefer\u00ec generalmente i rapporti con Lockheed e Boeing a quelli con Dassault o Eads (la grande azienda di Tolosa che costruisce Airbus). Ma quando fu necessario fare scelte sgradite a Washington (la politica spaziale, Galileo, i molti contenziosi commerciali dell\u2019ultimo decennio), l\u2019Italia fu impeccabilmente europea.<\/p>\n<p>Altrettanto difficile, in alcuni momenti, fu la necessit\u00e0 di conciliare l\u2019amicizia araba e la simpatia per la causa palestinese con il riconoscimento di Israele e delle sue esigenze. Uno dei passaggi pi\u00f9 difficili fu quello di Sigonella, dopo il dirottamento della nave Achille Lauro di fronte alle coste egiziane e le dichiarazioni con cui Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, sostenne, con una sorta di licenza poetica, che Arafat poteva considerarsi un Mazzini moderno. Ma l\u2019Italia, con qualche acrobazia, riusc\u00ec a schivare gli scogli e a tenere la rotta. L\u2019uomo che meglio riusc\u00ec in questi esercizi diplomatici fu probabilmente Giulio Andreotti, soprattutto negli anni in cui fu presidente della Commissione Affari Esteri della Camera e ministro degli Esteri<\/p>\n<p><b>La ricerca di nuove alleanze <\/b><br \/>Con l\u2019avvento di Berlusconi il quadro \u00e8 cambiato. Nelle relazioni europee e atlantiche il leader di Forza Italia ha dimostrato scarso entusiasmo per l\u2019Ue e ha collocato il rapporto con gli Stati Uniti al vertice delle sue priorit\u00e0. Il mutamento fu dovuto in parte a ragioni personali.<\/p>\n<p>Quando divenne presidente del Consiglio Berlusconi fu accolto con grande freddezza da molti governi europei, allora principalmente di centrosinistra, e da quasi tutta la maggiore stampa d\u2019informazione del continente. Agli occhi di una parte considerevole dell\u2019Europa \u201cliberal\u201d era un\u201dtycoon\u201d, proprietario di grandi imprese dell\u2019informazione, imputato per finanziamenti illeciti, falso in bilancio, dirottamento di fondi, corruzione di magistrati e di pubblici ufficiali. Era il creatore di un \u201cpartito-azienda\u201d, una sorprendente operazione di marketing in cui aveva coinvolto i suoi partner, i suoi collaboratori, i suoi avvocati, i suoi esperti di pubblicit\u00e0 e sondaggi.<\/p>\n<p>Se il boicottaggio dell\u2019Austria, dopo l\u2019ingresso del partito liberal-nazionale di J\u00f6rg Haider nel governo Sch\u00fcssel, non si fosse dimostrato una clamorosa gaffe politica, l\u2019Italia di Berlusconi avrebbe corso il rischio di fare la stessa fine. Era inevitabile, in queste circostanze, che il leader di Forza Italia cercasse appoggi fra gli uomini di governo meno sensibili alle campagne \u201cetiche\u201d del centrosinistra. Nell\u2019Unione europea li trov\u00f2 in due Primi ministri, Jos\u00e9 Maria Aznar e Tony Blair, che erano pronti ad accettarlo come compagno di viaggio se la sua politica, soprattutto sulle questioni trattate a Bruxelles, avesse coinciso con i loro interessi nazionali.<\/p>\n<p>Al di fuori dell\u2019Unione trov\u00f2 appoggi in Vladimir Putin e soprattutto in George W. Bush, che fu per lui una specie di benevolente cugino anziano. Berlusconi e Bush avevano qualche affinit\u00e0 ideologica, un passato nelle aziende, una certa insensibilit\u00e0 agli aspetti morali del conflitto d\u2019interessi. Sembravano fatti per andare d\u2019accordo.<\/p>\n<p>Confesso di non avere mai capito se questi rapporti personali rispondessero a scelte strategiche del presidente del Consiglio italiano o non fossero piuttosto ispirati dalla convinzione che un rapporto d\u2019intimit\u00e0 con alcuni grandi leader mondiali avrebbe conferito a lui e al suo paese un maggiore status internazionale. Il caso delle relazioni con Putin \u00e8 particolarmente interessante. Berlusconi si vant\u00f2 di essere stato il regista del vertice di Pratica di Mare nel luglio del 2002, quando venne firmato un patto di associazione tra la Russia e la Nato. Ma l\u2019intesa, probabilmente, era gi\u00e0 stata raggiunta in Texas durante l\u2019incontro di Putin con Bush.<\/p>\n<p>Nei mesi seguenti, in occasione dei suoi incontri con il leader russo, Berlusconi lasci\u00f2 intravedere un futuro in cui la Russia avrebbe fatto parte dell\u2019Unione europea. Credette di poter recitare la parte del mediatore nei rapporti fra la Russia e l\u2019Occidente? Se queste erano le sue intenzioni Berlusconi non si rese conto che la Russia non aveva alcuna intenzione di aderire all\u2019Ue. Desiderava diventare un partner privilegiato dell\u2019Unione e concludere accordi con Bruxelles su alcune grandi questioni, ma non era disposta a sacrificare la propria sovranit\u00e0 e il proprio status di grande potenza euro-asiatica..<\/p>\n<p>In realt\u00e0 quelle dichiarazioni erano soltanto un indice del modo in cui Berlusconi concepiva l\u2019integrazione europea: una grande zona economica che avrebbe potuto espandersi sino a Vladivostok rinunciando alla sua originale vocazione unitaria. Alla fine il paese europeo che ebbe con Putin un rapporto privilegiato e riusc\u00ec a trarne qualche interessante beneficio economico, non fu l\u2019Italia di Berlusconi, ma la Germania di Gerhard Schr\u00f6der.<\/p>\n<p><b>Il rapporto con gli Usa<\/b><br \/>Anche l\u2019amicizia con Bush rispondeva soprattutto a esigenze d\u2019immagine. Berlusconi credette probabilmente che la cordialit\u00e0 dei rapporti personali con il presidente americano avrebbe fatto dell\u2019Italia un partner privilegiato degli Stati Uniti, accanto alla Gran Bretagna, nel continente europeo. Ma quando Bush decise di attaccare l\u2019Iraq, Berlusconi si trov\u00f2 per molti aspetti nella situazione di Tony Blair.<\/p>\n<p>Se un paese aspira a essere l\u2019amico fedele dell\u2019America, non pu\u00f2 sottrarsi all\u2019obbligo di esserle vicino nel momento in cui essa ha maggiormente bisogno dei suoi alleati. Decise probabilmente di adottare la stessa linea degli inglesi, ma l\u2019operazione gli riusc\u00ec soltanto in parte. La guerra suscit\u00f2 un\u2019ondata pacifista nel paese, la condanna del papa, le obiezioni costituzionali del presidente della Repubblica, la convocazione straordinaria del Consiglio superiore di Difesa. Dopo essersi accorto che il paese non lo avrebbe seguito Berlusconi dovette limitarsi a una partecipazione umanitaria, quando le operazioni militari sembravano terminate, e perdette, a profitto della Spagna e della Polonia, una parte dei benefici che sperava di raccogliere dal conflitto.<\/p>\n<p>Recuper\u00f2 credito a Washington quando il nuovo Primo ministro spagnolo, Jos\u00e9 Luis Rodriguez Zapatero, ritir\u00f2 le truppe e la Polonia cominci\u00f2 a dare segni di stanchezza. Ma in Iraq, nel frattempo, era scoppiato un nuovo conflitto, molto pi\u00f9 insidioso di quello che gli americani avevano risolto in un paio di settimane durante la primavera nel 2003. Il contingente italiano a Nassiriya era una \u201cforza di pace\u201d, ma era stato inquadrato nel corpo di spedizione di un paese (la Gran Bretagna) che era indubbiamente potenza occupante. Avrebbe dovuto favorire la presenza economica italiana nella ricostruzione del paese, ma nessuna ricostruzione \u00e8 possibile l\u00e0 dove le forze d\u2019occupazione non controllano il territorio e ogni cantiere pu\u00f2 essere minacciato, sabotato, attaccato.<\/p>\n<p>Le truppe italiane cercarono di assicurare il funzionamento di alcune istituzioni pubbliche e si dedicarono alla formazione del personale di sicurezza iracheno. Ma se le forze di sicurezza sono, per i nemici dell\u2019occupazione, \u201ccollaborazioniste\u201d, \u00e8 difficile immaginare che il loro addestramento sia considerato amichevole. Quando si accorse che la presenza militare italiana in Iraq era diventata, nel bilancio della politica estera italiana, un passivo, Berlusconi dichiar\u00f2 che la guerra non gli era mai piaciuta e cominci\u00f2 ad avviare il ritiro del contingente. Il suo solo vantaggio, nei mesi che precedettero le elezioni, fu quello di avere di fronte a s\u00e8 una opposizione in cui la parte riformista (la direzione dei Ds e la Margherita) non voleva pregiudicare il rapporto che il governo Prodi, in caso di vittoria, avrebbe avuto con gli Stati Uniti.<\/p>\n<p><b>Poca Unione Europea<\/b><br \/>L\u2019insistenza con cui Berlusconi coltiv\u00f2 i rapporti personali con Bush, Aznar, Blair e Putin fu la implicita conferma della minore importanza che il governo attribuiva all\u2019unit\u00e0 europea. Accett\u00f2 il suggerimento di Giovanni Agnelli e scelse per il ministero degli Esteri un impeccabile europeista, Renato Ruggiero, ma fu subito evidente che non lo avrebbe sostenuto e non ne avrebbe difeso le scelte. Sulle principali questioni dell\u2019integrazione europea il governo fu tiepido e scettico, se non addirittura ostile.<\/p>\n<p>Quando fu necessario recepire nell\u2019ordinamento italiano le norme sul mandato d\u2019arresto europeo, gli antieuropeisti della coalizione governativa (la Lega, una parte di Alleanza Nazionale) montarono una opposizione strisciante che si sarebbe prolungata per alcuni anni. Quando venne in discussione la partecipazione italiana alla costruzione di un grande aereo militare di trasporto, componente necessaria di una qualsiasi forza europea di pronto intervento, il partito filo-americano del governo volle che l\u2019Italia uscisse dal consorzio. Quando un giornalista chiese al ministro delle Attivit\u00e0 produttive quali fossero i criteri con cui l\u2019Italia sceglieva il suo equipaggiamento militare, il membro del governo Berlusconi rispose che le scelte venivano fatte sulla base di considerazioni economiche; come se i prezzi delle imprese americane, quando gli Stati Uniti cercano di conquistare un mercato e di impedire che venga conquistato da altri, non fossero politici.<\/p>\n<p>Dopo le dimissioni di Ruggiero, all\u2019inizio del 2002, Berlusconi evit\u00f2 l\u2019imbarazzo di una sostituzione difficile tenendo per pi\u00f9 di un anno il ministero degli Esteri. Promise una grande riforma e disse che la Farnesina sarebbe diventata un efficace strumento, a fianco delle imprese, per la conquista di nuovi mercati. Ma l\u2019operazione richiedeva uno sforzo finanziario che lo stato dei conti pubblici italiani non permetteva di affrontare. Il successore, Franco Frattini, fu un ministro dignitoso, diligente, europeista, ma privo di una forza politica personale e costretto a recitare, decorosamente, la parte del comandante in seconda.<\/p>\n<p>Paradossalmente il vecchio europeismo italiano fu meglio rappresentato da Gianfranco Fini, membro della Convenzione per la costituzione europea e pi\u00f9 tardi ministro degli Esteri. Ma il semestre della presidenza italiana nel 2003 fu un\u2019occasione perduta. Era evidente che l\u2019impegno europeo era estraneo alla cultura e alla sensibilit\u00e0 di una buona parte della coalizione.<\/p>\n<p>L\u2019Europa contava per Berlusconi soltanto quando gli forniva il palcoscenico, i riflettori e le telecamere, come accadde a Roma, in Campidoglio, per la firma del trattato costituzionale. Non appena si accorse che l\u2019euroscetticismo, era diventato popolare, il presidente del Consiglio cominci\u00f2 a fare dichiarazioni maliziose sull\u2019euro e a scaricare sul governo Prodi del 1996-1998 le responsabilit\u00e0 degli effetti negativi che la moneta unica, secondo i critici dell\u2019Unione, aveva avuto sull\u2019economia italiana.<\/p>\n<p>Sarebbe stato possibile, per l\u2019Italia, avere una diversa politica europea? Non sarebbe giusto dimenticare che la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schr\u00f6der fecero negli stessi anni una politica altezzosa e nazionale. L\u2019asse franco-tedesco smise di essere la \u201clocomotiva dell\u2019Europa\u201d, come era stato definito nei decenni precedenti, e divenne lo strumento con cui i due maggiori paesi europei si accordavano per realizzare i loro rispettivi interessi. Persino nella questione irachena Chirac e Schr\u00f6der non fecero alcun tentativo per dare una dimensione europea alle loro scelte.<\/p>\n<p>Se l\u2019Italia avesse denunciato questa politica sarebbe forse diventata il capofila di un drappello di europeisti. Ma non avrebbe potuto contare n\u00e9 sulla Spagna di Aznar, n\u00e9 sulla Gran Bretagna di Tony Blair, n\u00e9 sui molti paesi che consideravano Berlusconi, qualsiasi cosa facesse o dicesse, una intollerabile anomalia.<\/p>\n<p><b>Mediterraneo e Medio Oriente<\/b><br \/>Nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente il governo Berlusconi non ha rinunciato ai suoi rapporti con i paesi arabi e ha cercato in alcuni casi di migliorarli. Gli accordi sull\u2019emigrazione con gli Stati dell\u2019Africa settentrionale, l\u2019incontro di Berlusconi con Gheddafi e le relazioni del ministro degli Interni con il governo libico appartengono alla tradizione della politica estera italiana. Esiste una cornice europea (gli accordi di Barcellona) nella quale l\u2019Italia ha interesse a fare la sua parte, ed esiste un volano arabo al ministero degli Esteri che continua a girare spontaneamente, senza attendere gli impulsi del governo e il sostegno del governo Berlusconi al governo di Gerusalemme \u00e8 stato in questi anni pressoch\u00e9 totale. I motivi sono probabilmente due e meritano qualche riflessione.<\/p>\n<p>In primo luogo la scelta israeliana del governo italiano \u00e8 per molti aspetti una ricaduta della sua scelta americana. Dopo avere condiviso la tesi di Bush secondo cui la lotta al terrorismo passava attraverso la distruzione del regime di Saddam e la sicurezza del Medio Oriente dipendeva dalla trasformazione democratica dei suoi regimi politici, il governo Berlusconi \u00e8 divenuto, implicitamente, alleato del governo israeliano. L\u2019errore fu quello di non comprendere che il regime Baath di Baghdad era, con tutti i suoi molti vizi, un considerevole baluardo contro il dilagare del fondamentalismo islamico, e che la politica del governo di Gerusalemme \u00e8 obiettivamente un ostacolo per la democratizzazione delle ragione.<\/p>\n<p>Israele ha un vivace democrazia, ma \u00e8 democratico al modo in cui lo furono le grandi democrazie occidentali sino alla fine della decolonizzazione. Erano democratiche a casa loro, dove, pur ricorrendo a qualche manipolazione e discriminazione, non avrebbero mai osato violare pubblicamente ed esplicitamente i sacrosanti principi della libert\u00e0 e dell\u2019eguaglianza. Ma erano spregiudicatamente autoritarie nelle loro colonie ogni qualvolta ritenevano che la libert\u00e0 dei sudditi e le loro richieste di indipendenza avrebbero minacciato la sicurezza della metropoli. Il governo Berlusconi fece del suo meglio per conciliare i nuovi rapporti con Israele e la sua tradizionale amicizia con i paesi arabi. Ma l\u2019adesione alla politica israeliana, dopo il fallimento degli accordi di Oslo, restrinse considerevolmente gli spazi della sua politica medio-orientale.<\/p>\n<p>Il secondo motivo della politica filo-israeliana del governo Berlusconi fu lo stesso che aveva indotto il presidente del Consiglio italiano, male amato dall\u2019Europa socialdemocratica e progressista, a ricercare l\u2019amicizia di Bush. Insieme al suo principale alleato (Gianfranco Fini, leader di un partito post-fascista) Berlusconi ritenne che l\u2019amicizia di Israele e delle comunit\u00e0 ebraiche, al di qua e al di l\u00e0 dell\u2019Atlantico, avrebbe contribuito a rendere inoffensivi gli strali dell\u2019opinione liberal in Europa e in America. Il viaggio di Fini a Tel Aviv e il premio che una grande associazione ebraica americana confer\u00ec al presidente del Consiglio italiano ebbero l\u2019effetto di mettere a tacere molte critiche e riserve. Ma quel viaggio e quel premio furono per molti aspetti il prezzo che la politica estera italiana pag\u00f2 per alla vulnerabilit\u00e0 del governo Berlusconi.<\/p>\n<p><b>Conclusioni<\/b><br \/>Berlusconi, per concludere, \u00e8 il primo presidente del Consiglio, dopo le grandi scelte degli anni Quaranta e Cinquanta, che abbia considerevolmente modificato l\u2019ordine d\u2019importanza in cui l\u2019Italia aveva tradizionalmente collocato le sue priorit\u00e0. Ne aveva il diritto. Quando conquistano il potere con una rispettabile maggioranza, un leader e una coalizione possono certamente rivedere e correggere la politica estera dei predecessori. Ma ogni politica estera si giudica in ultima analisi dai suoi risultati. Non sembra che quella del governo Berlusconi abbia corrisposto alle attese e alle speranze del leader della Casa delle libert\u00e0. <\/p>\n<p>Articolo scritto per \u201cThe International Spectator\u201d, vol. XLI, n. 2 (2006)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per poco pi\u00f9 di cinquant\u2019anni, dalla firma del Patto Atlantico nel 1949 alla vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 2001, l\u2019Italia ha fatto, con le varianti imposte dalle circostanze, una politica estera ispirata da tre esigenze: un saldo rapporto con gli Stati Uniti, una entusiastica adesione all\u2019obiettivo dell\u2019unit\u00e0 europea, una relazione privilegiata con i paesi [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[96],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1430"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1430"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1430\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":63656,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1430\/revisions\/63656"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1430"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1430"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1430"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}