{"id":14370,"date":"2010-04-15T00:00:00","date_gmt":"2010-04-14T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-piano-b-di-obama-contro-liran-e-le-pressioni-del-congresso\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:04","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:04","slug":"il-piano-b-di-obama-contro-liran-e-le-pressioni-del-congresso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/04\/il-piano-b-di-obama-contro-liran-e-le-pressioni-del-congresso\/","title":{"rendered":"Il piano B di Obama contro l\u2019Iran e le pressioni del Congresso"},"content":{"rendered":"<p>La strategia di dialogo con l\u2019Iran avviata da Obama subito dopo il suo insediamento \u00e8 arrivata a un punto morto. Prendendone atto, l\u2019amministrazione Usa sta ora spingendo per ottenere l\u2019assenso di Russia e Cina a un nuovo round di sanzioni, il che sembra confermare le previsioni di chi riteneva inutile fare aperture di credito alla Repubblica Islamica. La partita, per\u00f2, non \u00e8 chiusa. Le sanzioni non sono infatti incompatibili con la strategia del dialogo, che resta essenziale per una soluzione della questione nucleare iraniana.<\/p>\n<p><b>Strategia a due binari<\/b><br \/>Entrando alla Casa Bianca ad inizio 2009, Barack Obama aveva diverse ragioni per ritenere che l\u2019apertura all\u2019Iran fosse una scelta pi\u00f9 saggia dell\u2019ambivalente politica del suo predecessore. Pur facendo alcune tacite concessioni e rinunciando di fatto all\u2019obiettivo del cambiamento di regime, l\u2019ex-presidente George Bush non aveva mai abbandonato la retorica di guerra nei confronti dell\u2019Iran. <\/p>\n<p>Obama si era invece detto pronto, gi\u00e0 durante la campagna elettorale, a negoziare senza \u2019pre-condizioni\u2019 con gli iraniani. A muoverlo non era solo il proposito di evitare un Iran nucleare, ma anche  la speranza che un\u2019intesa accettabile sul nucleare potesse aprire la strada a un <i>rapprochement <\/i>di lungo periodo con Teheran. Questo era, in sostanza, il piano A di Obama. Che, per\u00f2, se l\u2019Iran avesse risposto picche, aveva in riserva un piano B: chiedere nuove sanzioni internazionali, facendo valere proprio la maggiore credibilit\u00e0 acquisita con la politica della mano tesa.<\/p>\n<p>L\u2019amministrazione Obama ha deciso di perseguire l\u2019opzione del dialogo anche dopo la stretta autoritaria in Iran seguita alla contestata rielezione di Ahmadinejad, nonostante si esponesse cos\u00ec all\u2019accusa di legittimare un regime repressivo (curiosamente nessuno ha mai sollevato il punto quando si \u00e8 trattato di negoziare con il ben pi\u00f9 repressivo regime nord-coreano). Dalla prospettiva di un riavvicinamento fra i due paesi si \u00e8 per\u00f2 giocoforza  passati a una meno ambiziosa offerta di accomodamento sulla questione nucleare.<\/p>\n<p>L\u2019intesa era sembrata a portata di mano nell\u2019ottobre 2009, quando gli iraniani avevano accettato di inviare fino a tre quarti del loro uranio arricchito in Francia e Russia perch\u00e9 venisse convertito in barre (pi\u00f9 difficili da convertire ad usi militari). L\u2019Iran era per\u00f2 poi tornato sui suoi passi, provando a rinegoziare i termini dell\u2019accordo. Il governo iraniano puntava a  modificarne alcuni aspetti tecnici, ma in realt\u00e0 si era irrigidito per motivazioni politiche: il programma nucleare \u00e8 ormai diventato una questione di orgoglio nazionale, su cui il regime sa di poter far leva per tentare di riconquistare almeno una parte del perduto consenso interno.<\/p>\n<p><b>Congresso all\u2019offensiva<\/b><br \/>Gi\u00e0 prima che Teheran provasse a cambiare le carte in tavola, il Congresso Usa era in preda a una delle sue periodiche fiammate di attivismo nei confronti dell\u2019Iran. Tra dicembre e gennaio Camera e Senato hanno approvato a maggioranza schiacciante \u2013 una rarit\u00e0 nell\u2019era Obama \u2013 due distinti disegni di legge che puntano a sanzionare le compagnie straniere che riforniscono l\u2019Iran di prodotti petroliferi raffinati (decenni di investimenti insufficienti nell\u2019industria di raffinazione hanno fatto dell\u2019Iran un importatore netto di benzina). Il Congresso sta anche spingendo perch\u00e9 si dia pi\u00f9 capillare attuazione alle misure Usa gi\u00e0 esistenti che consentono al presidente di punire le compagnie straniere che investono nel settore energetico iraniano.<\/p>\n<p>Anche l\u2019amministrazione si \u00e8 convinta che l\u2019Iran si sia meritato una nuova dose di sanzioni. Ha per\u00f2 un buon numero di riserve nei confronti delle iniziative del Congresso. Obama teme che misure unilaterali da parte americana siano d\u2019intralcio al lungo e delicato negoziato con russi e cinesi sul nuovo round di sanzioni da approvare in sede Onu. Gli stessi europei non sono affatto contenti: l\u2019Alto Rappresentante per la politica estera Catherine  Ashton ha messo in guardia Hillary Clinton: l\u2019Ue \u00e8 s\u00ec disposta a sostenere nuove sanzioni, ma non tali che rischino di danneggiare le compagnie europee pi\u00f9 dello stesso Iran.<\/p>\n<p>L\u2019amministrazione sta cos\u00ec premendo fortemente sul Congresso perch\u00e9:  a) rimandi la discussione del testo finale \u2013 che deve essere approvato in forma identica dalle due camere \u2013 a dopo che il Consiglio di sicurezza Onu avr\u00e0 adottato una nuova risoluzione contro l\u2019Iran; b) conceda al presidente la massima discrezionalit\u00e0 possibile nell\u2019imporre sanzioni contro compagnie di stati terzi. Avendo accolto con qualche mal di pancia la prima richiesta (almeno per ora), il Congresso potrebbe invece puntare i piedi sulla seconda.<\/p>\n<p><b>Usa in cerca di legittimit\u00e0<\/b><br \/>Per Obama mantenere la massima coesione internazionale \u00e8 prioritario perch\u00e9 sa che la partita contro l\u2019Iran sar\u00e0 lunga e si giocher\u00e0 anche sul piano della legittimit\u00e0 internazionale. D\u2019altronde, n\u00e9 lui n\u00e9 i suoi strateghi militari credono nell\u2019opzione militare. Di difficile attuazione ed incerta efficacia (le istallazioni nucleari iraniane sono sparse per tutto il paese, vicino a centri abitati o nel sottosuolo), un attacco contro l\u2019Iran distruggerebbe il capitale politico che Obama sta faticosamente cercando di recuperare a livello internazionale, metterebbe le forze armate Usa in Iraq e Afganistan a rischio di rappresaglia, aggraverebbe il livore anti-americano e anti-occidentale nel mondo musulmano, e destabilizzerebbe la regione strategica pi\u00f9 importante del pianeta. Il discorso non cambia se l\u2019attacco venisse da Israele, che non sarebbe in grado di effettuarlo senza il <i>placet <\/i>di Washington.<\/p>\n<p>Se riuscisse a convincere russi e cinesi a non annacquare troppo le nuove sanzioni Onu, Israele a non rischiare azzardi, il Congresso a non mettergli i bastoni tra le ruote, Obama coglierebbe un importante successo. Le sanzioni \u2013 Onu e\/o unilaterali \u2013 sono per\u00f2 uno strumento punitivo pi\u00f9 che correttivo: la storia recente insegna che il regime islamico ha imparato a resistere alle pressioni e anche ad aggirare, almeno in parte, le misure punitive. Per essere davvero efficaci, le sanzioni devono essere parte di una strategia politica, non sostituirla.<\/p>\n<p>Per scongiurare un \u2018Iran nucleare\u2019, Obama ha bisogno che la leadership iraniana si convinca dell\u2019opportunit\u00e0 di un compromesso. Ma un compromesso \u00e8 possibile solo affiancando incentivi alle sanzioni e precludendo all\u2019Iran ogni possibilit\u00e0 di rompere l\u2019isolamento internazionale. Obama ha pi\u00f9 tempo di quanto si creda: l\u2019ipotetico arsenale atomico iraniano \u00e8 lontano qualche anno ancora, stando alle pi\u00f9 recenti valutazioni dei servizi di<i> intelligence <\/i>di Washington. La reazione di Teheran alle nuove sanzioni seguir\u00e0 prevedibilmente il solito copione: alle proteste rituali si aggiungeranno proclami di nuove, trionfali conquiste nucleari (civili). Placati gli animi, la partita riprender\u00e0. Ed Obama avr\u00e0 pi\u00f9 possibilit\u00e0 di vincerla, se lascer\u00e0 la porta aperta al dialogo con gli iraniani sulle reciproche ansie di sicurezza.<\/p>\n<p>Per mantenere la pressione su Teheran, gli Usa hanno bisogno del sostegno degli altri attori chiave \u2013 europei, russi, cinesi e paesi arabi del Golfo \u2013 e di una solida legittimit\u00e0 internazionale. Le probabilit\u00e0 di successo sono diminuite rispetto ad un anno fa, ma la scelta strategica di Obama \u00e8 ancora valida: la questione nucleare iraniana pu\u00f2 essere risolta solo dalla diplomazia americana, con il supporto degli europei e la cooperazione del Consiglio di sicurezza Onu.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S.Casertano: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1282\" target= \"blank\"><b><u>Perch\u00e9 le sanzioni all\u2019Iran potrebbero colpire l\u2019obiettivo sbagliato<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Alcaro: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1263\" target= \"blank\"><b><u> Obama alla prova del negoziato con l&#8217;Iran<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La strategia di dialogo con l\u2019Iran avviata da Obama subito dopo il suo insediamento \u00e8 arrivata a un punto morto. 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