{"id":14390,"date":"2010-04-20T00:00:00","date_gmt":"2010-04-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lilluminismo-di-obama-e-la-realpolitik-mediorientale\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:04","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:04","slug":"lilluminismo-di-obama-e-la-realpolitik-mediorientale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/04\/lilluminismo-di-obama-e-la-realpolitik-mediorientale\/","title":{"rendered":"L\u2019illuminismo di Obama e la Realpolitik mediorientale"},"content":{"rendered":"<p>Barack Obama torna ad occuparsi direttamente del conflitto israelo-palestinese. Secondo il <i>New York Times<\/i>, qualche giorno fa, alla fine di una conferenza stampa, il presidente americano ha detto che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese \u00e8 \u201cdi vitale interesse per la  sicurezza nazionale degli Stati Uniti\u201d. Sembra inoltre che a Washington stiano guadagnando terreno i fautori di una nuova strategia per la risoluzione del conflitto incentrata su un \u201cpiano americano\u201d. Ma non \u00e8 affatto chiaro che Obama la perseguirebbe con una determinazione ed efficacia maggiore di quanto abbia fatto nei tentativi esperiti finora. <\/p>\n<p><b>Nesso strategico<\/b><br \/>Anche dopo l\u2019insuccesso dell\u2019iniziativa portata avanti fra la primavera e l\u2019autunno del 2009, il presidente americano non ha mai accantonato la questione e nel marzo scorso ha fatto un nuovo tentativo, organizzando negoziati indiretti fra le parti. Il tentativo \u00e8 naufragato dopo l\u2019annuncio di nuove costruzioni a Gerusalemme Est proprio nel corso della visita ufficiale in Israele del vicepresidente americano Joe Biden, che vi si era recato allo scopo di convincere il governo israeliano a partecipare agli auspicati negoziati indiretti,  a cui i palestinesi avevano aderito forti anche di un viatico della Lega Araba. Queste circostanze, in s\u00e9 drammatiche o drammatizzate che siano state, devono avere colpito profondamente il presidente che, dopo colloqui particolarmente freddi con il leader israeliano Benjamin Netanyahu a Washington, ha di nuovo  rilanciato l\u2019impegno dell\u2019amministrazione sulla questione israelo-palestinese. <\/p>\n<p>\u00c8 In questo contesto che  si collocano le dichiarazioni del generale David Petraeus  al Congresso. Secondo Petraeus l\u2019assenza di progressi nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese crea un\u2019atmosfera ostile agli Stati Uniti, che  rischia di compromettere gli interessi che l\u2019amministrazione persegue nella regione. Le nuove dichiarazioni di Obama riprendono senza dubbio le valutazioni del generale Petraeus. Tuttavia, \u00e8 sin dagli inizi del suo mandato che il presidente americano pone l\u2019accento sul nesso fra gli interessi americani nella regione e il conflitto israelo-palestinese. Nella primavera del 2009, a Netanyahu che insisteva sulla priorit\u00e0 della lotta comune contro l\u2019Iran, Obama rispose che per contrastare l\u2019Iran sarebbe stato necessario risolvere il conflitto israelo-palestinese. Perci\u00f2, la novit\u00e0 non sta nel riconoscimento del legame tra le due questioni, ma nella scoperta che Obama va facendo della sua pregnanza, via via che le sue iniziative per la risoluzione del conflitto incontrano nuovi ostacoli e resistenze. <\/p>\n<p>La crescente enfasi sul nesso fra il conflitto e la sicurezza nazionale americana riflette per\u00f2 un nuovo senso di urgenza, con cui Israele dovr\u00e0 fare i conti. Netanyahu e il suo governo hanno fin qui avuto un atteggiamento piuttosto arrogante, che non \u00e8 per\u00f2 senza rischi, in particolare quello di sottovalutare le reazioni di Washington. Il fatto che un militare di grande prestigio nel suo paese come Petraeus abbia evidenziato il nesso di cui parliamo \u00e8 un fatto di grande rilievo, anche perch\u00e9 l\u2019opinione pubblica tende naturalmente a collegarlo con i rischi che i soldati americani corrono quotidianamente sui vari fronti del Grande Medio Oriente. Un collegamento dal vago sapore demagogico, che Petraeus ha negato, ma che Obama ha ripreso, affermando che a conti fatti il conflitto impone agli Stati Uniti \u201cun costo significativo in termini di sangue e soldi\u201d.<\/p>\n<p>Insomma, il nesso fra risoluzione del conflitto israelo-palestinese e sicurezza nazionale o interesse strategico degli Stati Uniti, che il presidente ha teorizzato sin dall\u2019inizio del suo mandato, si \u00e8 ora rafforzato, diventando una componente strutturale della politica americana in Medio Oriente. Ma, dopo i fallimenti del recente passato, quali politiche possono dare una risposta efficace a questo problema strategico?<\/p>\n<p><b>Un piano non basta<\/b><br \/>L\u2019amministrazione ne sta ancora dibattendo, ma dalle notizie che trapelano, sembra che siano in forte ascesa le quotazioni di quanti sostengono la necessit\u00e0 che il presidente metta sul tavolo un suo dettagliato piano di pace, un \u201cpiano americano\u201d. Se questa prospettiva prevalesse, gli Usa si spingerebbero, per certi aspetti, al di l\u00e0 della loro posizione tradizionale, che assegna agli attori esterni al conflitto un ruolo solamente di facilitatore di decisioni che devono essere negoziate e prese dalle parti. Clinton gi\u00e0 percorse questa strada con i suoi \u201cparametri\u201d, che furono per\u00f2 rapidamente superati dalle dinamiche interne al conflitto. <\/p>\n<p>L\u2019esperienza di Clinton insegna fra l\u2019altro che non basta entrare nei dettagli e dire alle parti che cosa devono fare, ma occorre anche un meccanismo che le incentivi a farlo. In realt\u00e0, la politica di Obama ha manifestato nuove e pi\u00f9 alte ambizioni, ma non \u00e8 riuscita ad individuare gli strumenti per realizzarle. Quello che Obama oggi propone \u00e8 un ritorno al negoziato, sotto l\u2019egida di un buon diplomatico come George Mitchell, il suo inviato speciale per il Medio oriente. Ma le parti non vogliono negoziare, e il contesto politico effettivo rafforza e spiega questa loro determinazione. Per questo motivo sono gi\u00e0 falliti due tentativi e un eventuale terzo &#8211; incentrato su un piano del presidente &#8211; \u00e8 destinato ugualmente a fallire, malgrado l\u2019autorit\u00e0 su cui poggerebbe (e che, del resto, \u00e8 stata messa in discussione e non poco, specialmente dai leader della destra israeliana).<\/p>\n<p>Obama deve rendersi conto che se fa una proposta deve anche sapere come reagire  in caso sia rifiutata. Quando nella primavera dell\u2019anno scorso, l\u2019amministrazione chiese con insolita fermezza la fine degli insediamenti, al diniego adamantino di Netanyahu fece marcia indietro con la coda tra le gambe. \u00c8 auspicabile che non si ripeta lo stesso copione nel caso sia avanzato un \u201cpiano americano\u201d di risoluzione del conflitto. Perci\u00f2, la proposta deve essere avanzata pensando anche ad un meccanismo che impedisca alle parti di dire semplicemente \u201cno\u201d e tornarsene ai rispettivi palazzi. Questo meccanismo potrebbe essere l\u2019adesione, pi\u00f9 o meno formale, degli Stati Uniti all\u2019idea dell\u2019ex-Alto rappresentante della politica estera europea Javier Solana &#8211; cui oggi aderisce il governo palestinese di Mahmud Abbas &#8211; di rimettere la questione, ove continuasse a rivelarsi refrattaria a qualsiasi soluzione, nelle mani delle Nazioni Unite affinch\u00e9 assumano una decisione finale.<\/p>\n<p><b>Tensione crescente<\/b><br \/>\u00c8 per\u00f2 davvero improbabile che gli Stati Uniti imbocchino questa strada. L\u2019insistenza sul nesso fra persistenza del conflitto e sicurezza americana pu\u00f2 portare a crescenti tensioni nei rapporti israelo-americani. Per esempio, la decisione di Israele di non partecipare alla conferenza sulla sicurezza nucleare pu\u00f2 allargare la percezione del divario fra Israele e Usa che oggi aleggia a Washington.  Ci\u00f2 potrebbe anche far precipitare, prima o poi, una crisi politica a Gerusalemme, portando alla formazione di una coalizione di centro-destra, comprendente il partito Kadima, pi\u00f9 propenso a riprendere i negoziati. Oppure la Casa Bianca decider\u00e0 di adottare qualche sanzione minore (alla James Baker) nei confronti di Israele, il che potrebbe peraltro a sua volta innescare una crisi politica interna. Difficilmente, invece, gli americani decideranno di rimettere la questione alle Nazioni Unite. <\/p>\n<p>Alla radice di queste difficolt\u00e0 c\u2019\u00e8 un divario fra ambizioni e strumenti e, soprattutto, un certo illuminismo da parte del presidente, il quale ha molta fiducia nel dialogo in quanto tale e nei \u201cbuoni\u201d parametri. Per uscire dall\u2019impasse, l\u2019amministrazione dovrebbe uscire dal suo illuminismo e fare pi\u00f9 politica: nei confronti di Israele e delle lobbies ebraiche americane, ma anche della Siria, e degli arabi in generale. Questo richiede per\u00f2 pi\u00f9 un Kissinger che un Mitchell e una  maggiore consapevolezza, che la realt\u00e0 si presta ad essere plasmata, ma solo in una certa misura e ad alcune condizioni.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>C. Calia: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1433\" target= \"blank\"><b><u> Militari Usa contro Netanyahu<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Aliboni: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1410\" target= \"blank\"><b><u>Falsa partenza per il nuovo negoziato in Medioriente<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Barack Obama torna ad occuparsi direttamente del conflitto israelo-palestinese. 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