{"id":14480,"date":"2010-05-10T00:00:00","date_gmt":"2010-05-09T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/liraq-in-bilico-tra-washington-e-teheran\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:02","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:02","slug":"liraq-in-bilico-tra-washington-e-teheran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/05\/liraq-in-bilico-tra-washington-e-teheran\/","title":{"rendered":"L\u2019Iraq in bilico tra Washington e Teheran"},"content":{"rendered":"<p>A due mesi di distanza delle elezioni parlamentari irachene, il paese \u00e8 ancora immerso in una transizione particolarmente travagliata, mentre si avvicina l\u2019inizio del ritiro militare americano, previsto per fine agosto. Il rischio che il paese ricada nel caos e nella violenza di natura settaria \u00e8 pi\u00f9 che mai concreto, mentre il suo futuro democratico appare ancora incerto. Tra Washington, Baghdad e Teheran si rincorrono le voci di riconteggi dei voti e di nuove alleanze, di influenze esterne e di rinnovati impegni elettorali.<\/p>\n<p><b>Un panorama post-elettorale ancora incerto<\/b><br \/>Bench\u00e9 il capitolo delle elezioni del 7 marzo scorso non si sia ancora chiuso, vincitori e vinti di quello che \u00e8 stato definito il banco di prova per la tenuta e la stabilit\u00e0 dello stato iracheno sono abbastanza chiari. Tra i primi vi sono i due principali contendenti: Nuri al Maliki, primo ministro uscente e leader dell\u2019Alleanza per lo Stato di diritto, una formazione di 36 gruppi politici riuniti intorno al partito <i>Da\u2019wa<\/i>, guidato dallo stesso al Maliki; e Iyad Allawi, capofila dell\u2019alleanza nazionalista <i>Iraqiya<\/i> che si oppone alla polarizzazione etnica e confessionale. Le due coalizioni hanno conquistato  rispettivamente 89 e 91 seggi, in entrambi i casi un buon risultato che ha premiato il fatto che sia stata data precedenza a programmi concreti. In generale, il passaggio da un sistema su base settaria a uno di carattere nazionalista, in cui i candidati hanno ottenuto consensi a livello personale sulla base di un sistema elettorale proporzionale cosiddetto \u201ca lista aperta\u201d, rappresenta un\u2019evoluzione positiva, anche se non scongiura il rischio che il paese possa ripiombare nella violenza. <\/p>\n<p>Sul versante degli sconfitti, la situazione \u00e8 ancora troppo fluida per poter dire chi abbia perso le elezioni senza possibilit\u00e0 di appello \u2013 le richieste di riconteggio ne sono un esempio \u2013 o di ripescaggio \u2013 nessuna delle due coalizioni di punta potr\u00e0 governare senza il supporto di altre forze politiche. Certamente le due principali formazioni politiche curde non hanno ottenuto il risultato sperato, nemmeno in quella che \u00e8 una delle loro roccaforti, Kirkuk, dove hanno ottenuto soltanto il 50% circa dei consensi. Questo insuccesso potrebbe indebolire l\u2019incisivit\u00e0 delle richieste curde a favore della regolamentazione attraverso referendum del futuro delle regioni del nord che sono contese tra diverse etnie. <\/p>\n<p>Infine, una delle questioni pi\u00f9 spinose \u00e8 quella dell\u2019influenza iraniana sull\u2019Iraq, che gli americani hanno cercato di contrastare in tutti i modi. Sebbene Teheran venga spesso inserita nella colonna dei perdenti in Iraq, alla luce dei risultati delle elezioni e del fatto che a esse non ha partecipato una coalizione sciita coesa, in realt\u00e0 la situazione appare pi\u00f9 complessa e un certo grado di influenza sull\u2019Iraq da parte dell\u2019Iran deve necessariamente essere messo in conto.<\/p>\n<p><b>Quale Iraq dopo il ritiro americano?<\/b><br \/>Subito dopo il voto si \u00e8 scatenata tra al Maliki e Allawi una lotta spietata, combattuta a colpi di richieste di riconteggio dei voti, per lo scranno di primo ministro. Tuttavia, l\u2019assegnazione dell\u2019incarico di guidare il governo a uno due contendenti non \u00e8 scontata, a causa dell\u2019esistenza di forti resistenze da parte di alcune componenti politiche nei confronti di entrambe le personalit\u00e0. Sembra esserci la possibilit\u00e0 che emergano candidati dalla seconda linea delle coalizioni che si formeranno e consolideranno nelle prossime settimane. I recenti sviluppi, compreso l\u2019annuncio della formazione di una coalizione tra l\u2019Alleanza per lo Stato di Diritto di al Maliki e l\u2019Alleanza nazionale irachena (<i>Iraqi National Alliance<\/i> \u2013 Ina), che riunisce le principali formazioni politiche sciite, vengono interpretati come un ricompattarsi del blocco sciita a svantaggio dei sunniti, che pure hanno partecipato massicciamente alle elezioni sostenendo Allawi. <\/p>\n<p>I due alleati disporrebbero in questa nuova configurazione di 159 voti e forse della forza di far pendere l\u2019ago della bilancia dalla loro parte. I quattro voti necessari, e molti altri ancora, a conquistare la maggioranza dei 325 seggi in Parlamento potrebbero, a quanto sembra, provenire dalle formazioni curde che sarebbero a questo punto incentivate a salire sul carro del vincitore. Sebbene la situazione sia talmente fluida da poter cambiare nel giro di poche ore, questa evoluzione ribalterebbe radicalmente il risultato che sembrava essere stato raggiunto all\u2019indomani delle elezioni. <\/p>\n<p>Il ritorno della politica settaria, le voci secondo le quali dietro a questo ricompattarsi del blocco sciita iracheno vi sia la mano dell\u2019Iran e la quasi totale esclusione dei sunniti dal probabile futuro governo iracheno, configurano una situazione del tutto identica a quella emersa dalle elezioni di cinque anni fa, con il conseguente rischio che l\u2019equilibrio tra le parti si infranga soprattutto sotto il peso del malcontento della componente sunnita. <\/p>\n<p>Dall\u2019elenco di vincitori e vinti emerge un\u2019immagine tutt\u2019altro che nitida del futuro dell\u2019Iraq. Quello che appare chiaro \u00e8 che il nuovo governo, anche se si insedier\u00e0 tra sei mesi e in seguito a lunghi ed estenuanti negoziati tra le parti, avr\u00e0 il compito di traghettare il paese fuori dalla crisi, di provvedere alla sua stabilizzazione sullo sfondo di una sempre pi\u00f9 ridotta presenza americana e di legiferare su una serie di questioni fondamentali rimaste in sospeso: dalla questione energetica a quella del rapporto tra il governo federale e quelli regionali. <\/p>\n<p>In questa fase di delicata incertezza tutti gli occhi sono puntati sulle mosse degli attori interni, molto spesso interpretate in maniera univoca quale riflesso delle posizioni degli attori esterni, Stati Uniti e Iran <i>in primis<\/i>. Per quanto Obama sembri convinto di voler ritirare altri 45.000 soldati dall\u2019Iraq entro il 31 agosto 2010, onorando l\u2019impegno assunto nella campagna elettorale del 2008, \u00e8 difficile non vedere che qualche ostacolo in pi\u00f9 si potrebbe profilare all\u2019orizzonte del ritiro americano. La crescente influenza iraniana, a detta di molti analisti, potrebbe essere uno di questi. <\/p>\n<p><b>La sindrome iraniana<\/b><br \/>Lo spettro dell\u2019Iran \u00e8 stato agitato prima, durante e dopo le elezioni irachene, catalizzando l\u2019attenzione esclusiva degli osservatori esterni, in particolare statunitensi. Vista la priorit\u00e0 che la questione iraniana, soprattutto per il dossier nucleare, ha nell\u2019agenda americana, non sorprende il fatto che gli Stati Uniti abbiano tentato di arginare il pi\u00f9 possibile l\u2019influenza iraniana nel paese. Ad uno sguardo pi\u00f9 attento, tuttavia, il il rapporto tra Iran e Iraq \u00e8 pi\u00f9 complesso di quanto non si tenda a ritenere. Due fattori, in particolare, devono essere tenuti in considerazione: da una parte, la tendenza della comunit\u00e0 sciita irachena a gravitare verso l\u2019Iran e, dall\u2019altra, l\u2019esistenza di relazioni economiche importanti. <\/p>\n<p>Sebbene l\u2019Iraq sia, al pari dell\u2019Iran, un paese a maggioranza sciita, la maggior parte delle formazioni politiche sciite irachene non sono particolarmente suscettibili a essere controllate dall\u2019Iran, n\u00e9 ad agire in qualit\u00e0 di \u201cfantocci\u201d nelle mani di Teheran. Il forte senso di identit\u00e0 nazionale che percorre tutta la societ\u00e0 irachena non permette un\u2019identificazione troppo stretta della maggioranza sciita con le posizioni espresse dalle gerarchie religiose iraniane. Senza dimenticare il fatto che gli iraniani, a differenza degli iracheni, non sono arabi. D\u2019altro canto, dal punto di vista economico, quella che doveva essere un\u2019\u201camericanizzazione\u201d dell\u2019Iraq all\u2019indomani della caduta di Saddam Hussein si \u00e8 in realt\u00e0 rivelata una \u201ciranizzazione\u201d. <\/p>\n<p>L\u2019Iran \u00e8 oggi il primo partner commerciale dell\u2019Iraq della ricostruzione con un valore di interscambio ufficiale tra i due paesi che si attesta sui 5 miliardi di dollari l\u2019anno, mentre gli Stati Uniti sono soltanto al quarto posto. Il legame tra i due paesi riposa dunque pi\u00f9 su motivazioni di carattere economico che non religioso. Il complesso mosaico di rapporti commerciali, politici, culturali e religiosi che  unisce Iran e Iraq pu\u00f2 certamente portare a una forma di influenza significativa dell\u2019uno sull\u2019altro. La portata e le implicazioni di questa influenza vanno valutate con grande attenzione, anche in prospettiva del graduale ritiro americano. <\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Colombo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1199\" target= \"blank\"><b><u>I dilemmi dell\u2019Iraq dopo il ritiro americano<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A due mesi di distanza delle elezioni parlamentari irachene, il paese \u00e8 ancora immerso in una transizione particolarmente travagliata, mentre si avvicina l\u2019inizio del ritiro militare americano, previsto per fine agosto. 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