{"id":14570,"date":"2010-05-20T00:00:00","date_gmt":"2010-05-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-alla-riconquista-degli-usa\/"},"modified":"2017-11-03T15:37:01","modified_gmt":"2017-11-03T14:37:01","slug":"obama-alla-riconquista-degli-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/05\/obama-alla-riconquista-degli-usa\/","title":{"rendered":"Obama alla riconquista degli Usa"},"content":{"rendered":"<p>I suoi successi rafforzano l\u2019immagine dell\u2019America nel Mondo e migliorano la sua in patria, dopo che, all\u2019inizio di marzo, per la prima volta dal suo insediamento alla Casa Bianca, i delusi erano pi\u00f9 numerosi dei soddisfatti. Barack Obama \u00e8 di nuovo sulla cresta dell\u2019onda e pu\u00f2 persino permettersi di \u201cfare l\u2019europeo\u201d, anzi di essere \u201cpi\u00f9 europeo degli europei\u201d: spinge con vigore Angela Merkel e i suoi partner all\u2019accordo \u2018salva euro\u2019, oltre che \u2018salva Grecia\u2019; e invita subito negli Usa David Cameron, neo-premier britannico, per rinnovare la relazione speciale tra Londra e Washington. Il timore di una ricaduta nella crisi lo induce a chiedere al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano di anticipare di due mesi una visita gi\u00e0 prevista a Washington: dal vecchio leader euro-comunista, di cui apprezza la saggezza e l&#8217;europeismo, vuole sapere se c&#8217;\u00e8 rischio per l&#8217;euro e dove va l&#8217;Europa. A Napolitano, basta il tempo d&#8217;un caff\u00e8 alla Casa Bianca per rasserenarlo.<\/p>\n<p><b>Prestigio internazionale<\/b><br \/>Prima di Obama, mai nessun altro presidente degli Stati Uniti, almeno per la fetta di storia misurata passo passo dai sondaggi, aveva perso tanta popolarit\u00e0 in patria nei primi 15 mesi del suo mandato: un tonfo di 19 punti, da un dato di partenza altissimo, al 68% di sostegno. Ma neppure mai nessuno aveva tanto rialzato il prestigio degli Usa: un balzo di 17 punti nel mondo, lontano dai livelli infimi dell\u2019ultimo George W. Bush, quando solo un cittadino del Pianeta su tre non era \u2018anti-americano\u2019.<\/p>\n<p>Le cifre sono della Gallup, uno degli istituti di sondaggi pi\u00f9 autorevoli: testimoniano il richiamo e il prestigio internazionali della presidenza Obama e la sua sostanziale tenuta interna, su livelli che, dopo il varo della riforma sanitaria, un risultato storico, gli permettono di portare avanti con tenacia la riforma della finanza e di imporre alle compagnie petrolifere una tassa di un centesimo di dollaro a barile per finanziare la sicurezza energetica e ambientale, a seguito del disastro della marea nera nel Golfo del Messico.<\/p>\n<p>L\u2019America di Obama gode nel mondo di un apprezzamento superiore al 50%: solo il 21% degli intervistati ne disapprova l\u2019operato, mentre un quinto &#8211; il dato \u00e8 stabile &#8211; non si pronuncia. Fino al 2008, il tasso di disapprovazione era nettamente superiore a quello di approvazione: l\u2019inversione di tendenza ha praticamente coinciso con le elezioni presidenziali. Se ce ne fosse bisogno, la Bbc conferma: per la prima volta dal 2005 l\u2019influenza degli Usa nel mondo \u00e8 percepita come pi\u00f9 positiva che negativa e l\u2019apprezzamento per l\u2019America \u00e8 quasi raddoppiato rispetto al minimo storico del 28% nel 2007.<\/p>\n<p>In Europa, la situazione corrisponde, sostanzialmente, a quella mondiale. In Asia, la forchetta \u00e8 pi\u00f9 stretta. Il Paese del G20 pi\u00f9 filo-americano \u00e8 il Sud Africa &#8211; il fatto che Obama sia il primo presidente americano nero deve centrare qualcosa -, con l\u201987% di entusiasti; quello pi\u00f9 diffidente \u00e8 la Russia; quello pi\u00f9 ostile l\u2019Arabia Saudita. Un italiano su due \u00e8 pro Obama, ma solo il 6% gli \u00e8 contro (gli altri non si pronunciano: un tasso quasi record).<\/p>\n<p>L\u2019 \u2018Obama-mania\u2019 mondiale impazzava anche mentre in patria il sostegno al presidente calava, e quasi crollava, partendo per\u00f2 da un livello che i sondaggisti per primi giudicano \u201cinsostenibile\u201d: Obama inizia la presidenza al 68% di popolarit\u00e0, meglio di Jimmy Carter nel 1977 al 66%, e dopo 15 mesi si ritrova al 49%, 19 punti sotto, mentre Carter ne aveva persi \u2018solo\u2019 14. Ma Obama sta oggi dove stava Ronald Reagan all\u2019inizio del 1982, mentre i due Bush, padre e figlio, fecero nel primo anno balzi in avanti dovuti per l\u2019uno alla crescita economica e per l\u2019altro all\u2019impatto patriottico degli attacchi terroristici dell\u201911 settembre 2001.<\/p>\n<p><b>Prova del fuoco<\/b><br \/>In chiave elettorale, verso il voto di \u2018midterm\u2019 del 2 novembre, la Gallup vede una polarizzazione \u201csenza precedenti\u201d degli schieramenti democratico e repubblicano. I dati indicano che, oggi come oggi, il presidente potrebbe ancora salvare la sua maggioranza, per quanto erosa, sia alla Camera che al Senato, pur dovendo rinunciare definitivamente al livello \u2018anti-ostruzionismo\u2019 di 60 senatori su 100.<\/p>\n<p>Echi europei della \u2018grande crisi\u2019 finanziaria mondiale, sussulti terroristici, maree nere e schizzi di fango personali non guastano il buon momento della presidenza Obama, quello che l\u2019Iss, Institute for Security Studies dell\u2019Ue, celebra in un volume dal titolo <i>The Obama Moment<\/i>, analizzandolo in prospettiva euro-americana. Sul <i>New York Times<\/i>, David Brooks invita tutti a stare calmi: \u201cRelax. Il futuro dell\u2019America \u00e8 eccezionalmente brillante\u201d.  Il ritorno dell\u2019ottimismo \u00e8 segnato dall\u2019avvento dell\u2019 \u2018economia della felicit\u00e0\u2019, cui la Brookings, prestigioso think tank di Washington d\u2019ispirazione democratica, dedica un convegno, chiedendosi se \u201cla felicit\u00e0 individuale debba diventare un obiettivo politico nazionale\u201d.<\/p>\n<p>Il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke avverte che la strada della ripresa sar\u00e0 ancora lunga, specie per l\u2019occupazione. Ma Obama \u201cmette la sua impronta sui temi di politica estera\u201d: realizza un trittico nucleare nella prospettiva della \u2018opzione zero\u2019 &#8211; il nuovo Trattato Start con la Russia per la riduzione dei sistemi strategici, il Vertice di Washington sulla sicurezza nucleare e la conferenza di revisione all\u2019Onu del Trattato di non proliferazione -; scuote gli europei dal torpore; e comincia a farsi sentire in Medio Oriente, dove, dopo mesi difficili, riannoda la fila dei negoziati, sia pure \u2018indiretti\u2019, tra israeliani e palestinesi. Adesso, per coronare il rilancio in patria, ci vogliono una strigliata ai finanzieri e la ripulitura del Golfo del Messico.<\/p>\n<p>La spinta popolare a \u2018dare una lezione\u2019 alle banche resta forte, mentre il 77% degli uomini d\u2019affari percepiscono la posizione del presidente come \u2018anti-business\u2019. La riforma della finanza ha avuto, nel Congresso, una partenza lenta, perch\u00e9 i repubblicani frenano, ma va avanti: la Camera e il Senato hanno varato loro testi, che devono ora fare coincidere. Sull\u2019ambiente, il presidente s\u2019\u00e8 fatto sorprendere dalla marea nera con la guardia abbassata e ha ricevuto qualche bacchettata ben meritata. Sul <i>New York Times<\/i>, Paul Krugman, uno dei \u2018columnists\u2019 pi\u00f9 prestigiosi, scrive, sotto il titolo significativo, \u201cDrilling, Disaster, Denial\u201d, che Obama \u201cdeve trarre da questo momento gli insegnamenti che pu\u00f2: aveva appena annunciato un piano per aprire gran parte della costa atlantica alla prospezione petrolifera, una decisione che aveva colpito molti dei suoi sostenitori e che gli rende ora difficile appellarsi agli alti standard morali\u201d, contro la British petroleum (Bp) o chiunque altro.<\/p>\n<p><b>Politica estera<\/b><br \/>In patria, l&#8217;occupazione ancora non risale, la ripresa non \u00e8 robusta, l&#8217;ambiente, il terrorismo, le incertezze nel mantenere le promesse sull&#8217;immigrazione e sugli omosessuali: tutti grattacapi reali per il primo presidente nero Usa. Nel mondo, Cina, Iran, Afghanistan, Iraq sono un poker di ostacoli: estrarre dal mazzo la scala reale per batterli \u00e8 difficilissimo.<\/p>\n<p>L\u2019arco della crisi di Obama \u00e8 ben diverso da quello dei suoi predecessori. Con la Cina, il problema \u00e8 globale, pi\u00f9 politico che economico. \u201cPechino &#8211; scrive Francesco Sisci, profondo conoscitore dell\u2019Estremo Oriente &#8211; vuole un rapporto forte, strategico con Washington\u2026.\u201d E, con una sorta di paradosso, Dean Baker smonta sul <i>NYT<\/i> la tesi che la \u2018minaccia\u2019 cinese sia soprattutto economica: \u201cSe la Cina la smettesse di comprarsi il debito americano, l\u2019effetto potrebbe rivelarsi positivo\u201d. L\u2019ansia di una potenziale Armageddon economico-finanziaria si attenua, tanto pi\u00f9 che, ricorda Sisci, anche la Cina ha i suoi punti deboli, come i troppi debiti dei governi locali, a fronte d\u2019una corsa del Pil del + 12% su base annua nel primo trimestre 2010.<\/p>\n<p>L\u2019Iran \u00e8 \u201cuna tessera del mosaico globale\u201d delle relazioni Pechino\/Washington, divisi sulle sanzioni a Teheran che persegue programmi nucleari potenzialmente militari. Il dossier \u00e8 in evoluzione, dopo l\u2019accordo Iran-Turchia-Brasile e i segnali di accordo nel Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu. Ma l\u2019Iran \u00e8 pure una spina di politica interna, perch\u00e9 il presidente e il segretario alla difesa Robert Gates, repubblicano, si trovano in contrasto sull\u2019ipotesi di  ricorso, o meno, alla forza, anche se il dissenso \u00e8 stato rapidamente smentito.<\/p>\n<p>La \u2018questione iraniana\u2019 interferisce, inoltre, nella \u2018questione mediorientale\u2019 e complica, se non rende proprio velleitario, il tentativo russo-americano di giungere, in sede di riesame del Trattato di non proliferazione nucleare,  a un Medio Oriente senza armi di distruzione di massa, con Israele, che ha l\u2019atomica ed \u00e8 fuori dal Trattato, e l\u2019Iran, che \u00e8 nel Trattato e non ha l\u2019atomica, ma la vorrebbe (o almeno vorrebbe la tecnologia per farsela).<\/p>\n<p>In Iraq, l\u2019incancrenirsi dei negoziati per la formazione del governo, dopo le elezioni del 7 marzo compromette l\u2019obiettivo di completare il ritiro delle truppe da combattimento entro il 31 agosto, mentre le restanti 50 mila &#8211; addestratori e consiglieri &#8211; dovrebbero rientrare entro il dicembre 2011. Uno slittamento dei tempi rischia di avere un impatto sulle elezioni di \u2018midterm\u2019.<\/p>\n<p>Infine, l\u2019Afghanistan, dove il clima di fiducia tra la Casa Bianca e il presidente Hamid Karzai pare seriamente incrinato e dove gli insorti mostrano una capacit\u00e0 d\u2019azione notevole. La prospettiva, qui, va ben oltre il termine della presidenza: la \u2018exit strategy\u2019 di Obama deve realizzarsi nel 2013. Ma pazienza e fermezza degli alleati atlantici, fra cui l\u2019Italia, potrebbero essere inferiori a quelle degli americani.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1450\" target= \"blank\"><b><u>L\u2019opzione zero di Obama e il futuro della dissuasione nucleare<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Alcaro: <a href= \" https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1437\" target= \"blank\"><b><u>Il piano B di Obama contro l\u2019Iran e le pressioni del Congresso<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I suoi successi rafforzano l\u2019immagine dell\u2019America nel Mondo e migliorano la sua in patria, dopo che, all\u2019inizio di marzo, per la prima volta dal suo insediamento alla Casa Bianca, i delusi erano pi\u00f9 numerosi dei soddisfatti. Barack Obama \u00e8 di nuovo sulla cresta dell\u2019onda e pu\u00f2 persino permettersi di \u201cfare l\u2019europeo\u201d, anzi di essere \u201cpi\u00f9 [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[109],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14570"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=14570"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14570\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":63511,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/14570\/revisions\/63511"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=14570"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=14570"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=14570"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}