{"id":15030,"date":"2010-07-20T00:00:00","date_gmt":"2010-07-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/barcellona-chiama-bruxelles\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:51","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:51","slug":"barcellona-chiama-bruxelles","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/07\/barcellona-chiama-bruxelles\/","title":{"rendered":"Barcellona chiama Bruxelles"},"content":{"rendered":"<p>A met\u00e0 luglio oltre un milione di persone (secondo le stime della guardia urbana) si sono riversate nel centro di Barcellona. Non per festeggiare la Coppa del mondo, ma per chiedere pi\u00f9 autonomia e sovranit\u00e0 per la Catalogna. Pi\u00f9 specificamente, i cittadini catalani protestavano contro la bocciatura, da parte della Corte Costituzionale spagnola, di alcuni articoli fondamentali del nuovo Statuto di autonomia: sono stati rigettati il riconoscimento della nazione catalana (articolo dichiarato giuridicamente inefficace) e del catalano come lingua veicolare della regione, l\u2019attribuzione alla regione del potere giudiziario, e la potest\u00e0 legislativa locale in materia fiscale. La manifestazione, indetta da una piattaforma indipendente col contributo dei partiti catalanisti, \u00e8 stata aperta dallo slogan \u201csiamo una nazione\u201d con grande sventolio \u2013 dettaglio non secondario &#8211; di bandiere dell&#8217;Ue.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"IMAGE\/paisos catalans.jpg\" hspace=\"5\" vspace=\"5\" border=\"0\" align=\"center\"><\/p>\n<p><b>Nuovo <i>Estatut<\/i><\/b><br \/>Dopo quarant\u2019anni di dittatura franchista ultracentralista, la Costituzione del 1978 cre\u00f2 in Spagna uno \u201cStato delle Autonomie\u201d per dare una forma politica alle diverse identit\u00e0 presenti nel paese e disinnescare le spinte centrifughe. Secondo il principio del \u201c<i>caf\u00e9 para todos<\/i>\u201d non solo le regioni storiche (Catalogna, Paese Basco, Galizia e pi\u00f9 tardi Andalusia), ma tutte le 17 comunit\u00e0 autonome godono di estese competenze, pi\u00f9 altre trasferibili in seguito dallo stato. Lo Statuto \u00e8 un po&#8217; la carta costituzionale di ogni comunit\u00e0-regione. Visto che le competenze sono negoziabili, gli Statuti vengono rinnovati relativamente spesso. Nel 2003 Zapatero promise che, se avesse vinto le elezioni, avrebbe accettato un nuovo Estatut catalano esattamente come lo voleva il Parlamento di Barcellona. Il patto sembr\u00f2 funzionare: i socialisti tornarono al governo regionale e nazionale nel 2004 grazie anche al massiccio consenso raccolto nelle province catalane. Nel 2006 il Parlamento di Madrid ratific\u00f2 integralmente le novit\u00e0 introdotte dallo Statuto catalano.<\/p>\n<p>Ma il nuovo testo fu accolto da un&#8217;ondata di proteste in tutta la Spagna: le competenze che la Catalogna voleva attribuirsi erano infatti molto pi\u00f9 ampie di quelle delle altre autonomie. Il Partito Popolare (la destra centralista) imbocc\u00f2 dunque la via del ricorso costituzionale per bloccare il testo. Zapatero, la cui popolarit\u00e0 \u00e8 scesa molto tra gli spagnoli negli ultimi due anni, ha dunque preso gradualmente le distanze dal problematico Estatut, giungendo ad accettare di buon grado la bocciatura del testo da parte della Corte Costituzionale spagnola.<\/p>\n<p><b>Crisi catalana<\/b><br \/>\u201cNon possiamo aspettarci pi\u00f9 niente dalla Spagna\u201d: le parole di Jordi Pujol, presidente-patriarca della regione dal 1980 al 2003, esprimono bene l&#8217;<i>emprenyament <\/i>catalano. Si tratta di uno stato d&#8217;animo che, nella descrizione del giornalista Enric Juliana, non ha solo radici politiche, per quanto la sfiducia verso la classe dirigente sia oggi alle stelle. La Catalogna \u00e8 andata perdendo centralit\u00e0 economica: l\u2019ex-locomotiva del paese (lo \u00e8 stata negli  anni &#8217;80 e &#8217;90, grazie alla manifattura e al commercio), in termini di Pil pro capite \u00e8 stata superata da Paese Basco e Navarra \u2013 regioni di punta del sistema bancario spagnolo \u2013 e dalla Comunit\u00e0 di Madrid, centro nevralgico del sistema immobiliare e infrastrutturale. La regione ha partecipato meno delle altre all\u2019ultimo boom immobiliare e finanziario, mentre oggi, dopo l\u2019esplosione della bolla, le sue imprese esportatrici sono indebolite dal calo dei consumi in Europa. Inoltre, la crisi ha sottratto al governo di Madrid una delle leve principali per mantenere la fedelt\u00e0 politica dei partiti catalani, ovvero la compensazione finanziaria. Sotto l&#8217;occhio vigile di Bruxelles e Francoforte ora i fondi vengono tagliati drasticamente e i partiti e il governo della Catalogna non possono pi\u00f9 farvi assegnamento per garantirsi il consenso.<\/p>\n<p>Le forze politiche catalaniste hanno affrontano in modo diverso l&#8217;impasse che ne \u00e8 derivato a livello nazionale. La sinistra repubblicana di Catalogna (Erc) ha appoggiato nei municipi locali una serie di referendum consultivi sull&#8217;indipendenza, che hanno per\u00f2 registrato bassi tassi di partecipazione: nonostante siano in aumento, i favorevoli alla secessione sono meno del 30% della popolazione, e probabilmente il progetto di un referendum generale sar\u00e0 abbandonato. Il partito dei socialisti di Catalogna (Psc), che amministra la regione e Barcellona, puntava sull&#8217;approvazione dell&#8217;Estatut ed \u00e8 stato spiazzato dal \u201ctradimento\u201d di Zapatero: alle elezioni di ottobre rischia di perdere il controllo della Giunta regionale. Zapatero ha proposto di superare la sentenza della Corte attraverso una serie di leggi a valenza costituzionale, ma \u00e8 una proposta che non convince. La democristiana Convergenza e Unione (CiU) ha preso l&#8217;iniziativa: convinta di tornare al governo, ma scettica sulle possibilit\u00e0 di successo dello scontro che potrebbe scaturire da una campagna per l&#8217;indipendenza, ha deciso di spostare a Bruxelles la lotta per quell&#8217;aumento delle competenze a cui la Corte Costituzionale si \u00e8 opposta.<\/p>\n<p><b>Strategia europea<\/b><br \/>Il catalanismo ha sempre visto l&#8217;Europa come uno strumento per sostenere la propria autonomia politica e per indebolire il centralismo. L&#8217;impegno della regione nelle istituzioni europee \u00e8 sempre stato massimo, e non solo dal punto di vista economico: nel febbraio 2008 la Catalogna ha accolto alcuni delegati kosovari che avevano appena proclamato l&#8217;indipendenza, nonostante la ferma opposizione della diplomazia spagnola al riconoscimento della provincia balcanica.<\/p>\n<p>Tuttavia, questa strategia non ha grande prospettive. L&#8217;idea dell&#8217;Europa delle Regioni appare tramontata: nonostante il principio di sussidiariet\u00e0, oggi sono gli stati che negoziano le competenze e le regioni come la Catalogna hanno scarsa influenza. L&#8217;applicazione del modello tedesco (rappresentanti dei <i>L\u00e4nder <\/i>partecipano ai Consigli dei Ministri) \u00e8 impraticabile, perch\u00e9 la Spagna non \u00e8 una federazione: il suo autonomismo \u00e8 a geometria variabile. Alle ultime elezioni europee, CiU ha costituito una coalizione con altri partiti autonomisti-nazionalisti presenti in Spagna, riuscendo ad ottenere due seggi , ma la possibilit\u00e0 di un blocco parlamentare \u00e8 remota, sia perch\u00e9 i potenziali alleati sono indipendentisti (lo Scottish National Party o le formazioni fiamminghe), sia perch\u00e9 il risultato numerico sarebbe comunque irrisorio.<\/p>\n<p>Quali possibilit\u00e0 restano? Nel lungo periodo, i partiti catalanisti puntano sulla federalizzazione e la costituzionalizzazione dell&#8217;Europa, con l&#8217;obiettivo di ottenere una clausola di salvaguardia che permetta la modifica dei confini degli stati membri secondo la volont\u00e0 popolare e il principio dell&#8217;autodeterminazione, sull&#8217;esempio della Costituzione svizzera: una valvola di sfogo in caso di eccessivo <i>emprenyament<\/i>, e una carta da far valere al tavolo della contrattazione delle competenze nazionali. Nel medio, il nuovo governo potrebbe invece promuovere la costituzione di un&#8217;Euroregione mediterranea occidentale, corrispondente ai territori dove sono diffuse la propria lingua e cultura, cio\u00e8 ben oltre i confini regionali: Catalogna, Comunit\u00e0 Valenciana, Isole Baleari, Languedoc-Roussillon e Sardegna. Una soluzione che potrebbe offrire un&#8217;inedita dimensione istituzionale alla tormentata nazione catalana. Si tratta per\u00f2 di due direttrici di azione difficili da percorrere, anche perch\u00e9 richiedono una capacit\u00e0 di proiezione sul piano europeo che manca ai partiti catalanisti.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:  <\/p>\n<p>R. Pennisi: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1475\" target= \"blank\"><b><u>Il magro bilancio di Zapatero<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A met\u00e0 luglio oltre un milione di persone (secondo le stime della guardia urbana) si sono riversate nel centro di Barcellona. Non per festeggiare la Coppa del mondo, ma per chiedere pi\u00f9 autonomia e sovranit\u00e0 per la Catalogna. 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