{"id":15250,"date":"2010-08-07T00:00:00","date_gmt":"2010-08-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/afghanistan-tra-escalation-e-ipotesi-di-spartizione\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:48","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:48","slug":"afghanistan-tra-escalation-e-ipotesi-di-spartizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/08\/afghanistan-tra-escalation-e-ipotesi-di-spartizione\/","title":{"rendered":"Afghanistan tra escalation e ipotesi di spartizione"},"content":{"rendered":"<p>Quando e come ce ne potremo andare via dall\u2019Afghanistan? La priorit\u00e0 di gran parte dei governi impegnati in questa guerra non sembra pi\u00f9 quella di come distruggere al-Qaida o sconfiggere definitivamente i talebani, ma di come salvare la faccia ed evitare di restare per ultimi sul campo a prendersi le colpe proprie ed altrui. In altre parole, si sta diffondendo un senso di sconfitta. Provocatoriamente, ma non poi troppo, Asif Al\u00ec Zardari, Presidente del Pakistan, ha dichiarato a <i>Le Monde <\/i>che la coalizione internazionale sta perdendo la guerra in Afghanistan, perch\u00e9 non \u00e8 riuscita a \u201cconquistare i cuori e le menti degli afgani\u201d, il loro consenso. Se questo \u00e8 vero, qualsiasi strategia militare, anche la pi\u00f9 raffinata, sarebbe destinata a fallire. Il problema \u00e8 se sia possibile fare qualcosa di diverso.<\/p>\n<p><b>Piano inclinato<\/b><br \/>La situazione politica \u00e8 fortemente degradata. Il primo agosto i Paesi Bassi hanno ritirato il loro contingente dalla missione Nato (Isaf), circa 2000 soldati che, sino ad allora, avevano preso parte attiva all\u2019offensiva americana contro i talebani: uno tra i pochi contingenti Nato disposto, sino a ieri, ad accettare le regole di ingaggio anglo-americane.<\/p>\n<p>Decine di migliaia di documenti riservati del Pentagono sono stati pubblicati su Internet, scavando gravi solchi politici tra gli alleati e soprattutto con i governi dell\u2019Afghanistan e del Pakistan. Incertezze strategiche, differenze politiche e dichiarazioni avventate hanno alimentato, nel giro di circa un anno, un vorticoso ricambio di generali al vertice delle forze alleate, sia tra gli americani che tra i britannici. E sul campo le cose vanno tutt\u2019altro che bene: aumentano le perdite umane, viene rinviata ancora una volta l\u2019offensiva alleata per \u201criprendere\u201d Kandahar e i talebani sembrano aver ripreso l\u2019iniziativa in numerose province.<\/p>\n<p>Ma quello che preoccupa di pi\u00f9 \u00e8 il progressivo peggioramento del quadro politico e strategico circostante, in particolare in Pakistan. In questi giorni una grave serie di inondazioni colpisce duramente questo paese, moltiplicando il numero dei profughi interni ed alimentando la confusione ed il disordine. \u00c8 in questo quadro che sono scoppiati nuovi scontri interetnici e religiosi a Karachi, il principale porto e centro commerciale pachistano (da cui transita pi\u00f9 della met\u00e0 dei materiali, carburante incluso, necessari alle forze della coalizione in Afghanistan), paralizzando questo importante snodo logistico. <\/p>\n<p>\u00c8 un vecchio problema (gravi scontri si erano gi\u00e0 verificati sin dal 1983, tra sunniti e sciiti e tra le comunit\u00e0 urdu e pashtun, i musulmani di origine indiana e quelli di etnia afgana), oggi reso pi\u00f9 grave dal coinvolgimento del terrorismo internazionale e dall\u2019aggravarsi dello scontro tra le autorit\u00e0 pachistane e le trib\u00f9 pashtun alleate con i talebani, nei territori del Nord e Sud Waziristan, Khyber, Kurran eccetera, ma anche nel Punjab e a Lahore. Non solo ci\u00f2 crea grossi problemi logistici alle forze alleate in Afghanistan, ma rischia di destabilizzare il Pakistan. Sempre ad inizio agosto, ad esempio, un attentato ha ucciso a Peshawar il capo della polizia di frontiera pachistana, impegnato nelle operazioni contro i talebani.<\/p>\n<p><b>Ipotesi spartizione<\/b><br \/>Un grave rischio \u00e8 quello di concentrarsi sulla questione afgana, perdendo di vista il quadro complessivo. Sembrano andare in questa direzione alcune proposte (ultima quella avanzata sul <i>Financial Times <\/i>dall\u2019ex-ambasciatore americano in India e noto esperto di questioni strategiche, Robert Blackwill) che puntano ad una sorta di spartizione dell\u2019Afghanistan, in accordo tacito o esplicito con alcuni dei suoi pi\u00f9 potenti vicini, quali il Pakistan e l\u2019Iran, che lascerebbe le regioni meridionali, abitate in maggioranza dalle trib\u00f9 pashtun, ai talebani, consolidando invece la presenza alleata nel Nord del paese e mantenendo una continua pressione militare sui talebani sia per impedire l\u2019allargarsi della loro sfera di influenza, sia per continuare a contrastare il terrorismo.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, questa proposta sembra motivata da una considerazione di fondo: tutto fa pensare che l\u2019Afghanistan sar\u00e0 una guerra lunga, ma i tempi della politica americana sono diversi e, se non si trova il modo di consolidare il fronte, nonch\u00e9 di ridurre le perdite e il numero dei soldati sul campo, \u00e8 possibile che Washington decida semplicemente di ritirarsi, lasciando l\u2019intera regione nel caos.<\/p>\n<p>Non \u00e8 affatto detto che una divisione di fatto dell\u2019Afghanistan possa funzionare nel lungo termine, anche se a breve consentirebbe qualche miglioramento sul piano della situazione militare. Molte obiezioni le ha gi\u00e0 avanzate Ahmed Rashid, sempre dalle colonne del <i>Financial Times<\/i>, sottolineando, fra l\u2019altro, la forte mescolanza interetnica delle varie regioni del paese e l\u2019antica tradizione afgana a favore di uno stato unitario (nato nel lontano 1761). Ma un\u2019osservazione pi\u00f9 interessante l\u2019ha fatta il decano degli analisti strategici indiani (e uno dei \u201cpadri\u201d della strategia nucleare indiana, nonch\u00e9 del riavvicinamento con gli Usa), Krishnaswami Subrahmanyam. Egli afferma che una divisione del paese metterebbe sotto pressione in primo luogo il Pakistan, poich\u00e9 potrebbe portare alla formazione di una sorta di Pashtunistan indipendente che unirebbe insieme parte dell\u2019Afghanistan e parte del Pakistan, a Sud e a Nord della frontiera tracciata dalla \u201clinea Durand\u201d, e soprattutto farebbe perdere al Pakistan quella profondit\u00e0 strategica nei confronti dell\u2019India che l\u2019Afghanistan gli aveva sempre garantito. In altri termini ci\u00f2 potrebbe risolversi in una sconfitta strategica che minaccerebbe seriamente il futuro e l\u2019esistenza stessa del Pakistan (potenza nucleare).<\/p>\n<p><b>Le rassicurazioni di Obama<\/b><br \/>Il Presidente Obama in questi giorni sta cercando di rispondere a tutti questi timori, ribadendo sia la volont\u00e0 di restare in tutto l\u2019Afghanistan per il tempo necessario a sconfiggere o riassorbire l\u2019insurrezione talebana, sia la stretta alleanza americana con il Pakistan. \u00c8 per\u00f2 evidente come il moltiplicarsi delle polemiche e dei piani alternativi stia mettendo in moto dinamiche politiche molto diverse, rafforzando la percezione talebana di poter resistere almeno un giorno in pi\u00f9 degli avversari e alimentando ogni sorta di manovra politica trasversale, a Kabul e ad Islamabad, oltre ad accrescere dubbi e incertezze tra gli alleati dell\u2019Isaf, in primo luogo quelli europei.<\/p>\n<p>Vedremo nei prossimi mesi se la nuova strategia adottata dal comando militare americano comincer\u00e0 a dare i suoi frutti, ma \u00e8 sempre pi\u00f9 evidente come ad essa debba affiancarsi una forte iniziativa politica che non sia in contraddizione con lo sforzo sul campo, ma che consolidi il consenso tra gli alleati e soprattutto rassicuri il Pakistan e lo convinca a proseguire sulla strada di una efficace cooperazione. Perdere il Pakistan infatti non significherebbe solo perdere anche l\u2019Afghanistan, ma aprire uno scenario di guerra sub-regionale, in ambiente nucleare, dalle conseguenze difficilmente prevedibili.<\/p>\n<p><b>Ripensamento strategico<\/b><br \/>Bisogna prendere atto del fatto che in questa regione sono attive potenze regionali di notevole importanza, guidate ognuna da una sua particolare visione dei propri interessi nazionali: oltre al Pakistan e all\u2019India, e naturalmente alla Cina, bisogna prendere in considerazione l\u2019Iran, la \u201cnuova\u201d Turchia, l\u2019Arabia Saudita e infine, almeno per quel che riguarda il futuro dello spazio ex-sovietico in Asia centrale, la Russia.<\/p>\n<p>\u00c8 venuto probabilmente il momento di discutere approfonditamente del futuro degli equilibri regionali con tutte queste potenze, nell\u2019ottica di un accordo complessivo di sicurezza (se possibile) o di eventuali alleanze privilegiate che assicurino il predominio strategico complessivo sulla regione. \u00c8 solo in un tale quadro che, successivamente, sar\u00e0 possibile discutere con cognizione di causa delle eventuali soluzioni per la guerra afgana e della presenza delle truppe alleate in quel settore.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>M. Arpino: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1496\" target= \"blank\"><b><u>Afghanistan, qualcosa non funziona<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n<p>N. Ronzitti: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1438\" target= \"blank\"><b><u>L\u2019Italia in Afghanistan dopo il caso Emergency<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando e come ce ne potremo andare via dall\u2019Afghanistan? La priorit\u00e0 di gran parte dei governi impegnati in questa guerra non sembra pi\u00f9 quella di come distruggere al-Qaida o sconfiggere definitivamente i talebani, ma di come salvare la faccia ed evitare di restare per ultimi sul campo a prendersi le colpe proprie ed altrui. 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