{"id":15290,"date":"2010-08-23T00:00:00","date_gmt":"2010-08-22T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-trampolino-di-lancio-del-xinjiang\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:47","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:47","slug":"il-trampolino-di-lancio-del-xinjiang","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/08\/il-trampolino-di-lancio-del-xinjiang\/","title":{"rendered":"Il trampolino di lancio del Xinjiang"},"content":{"rendered":"<p><i>Questo articolo \u00e8 tratto dalla newsletter del Centro di Alti Studi sulla Cina Contemporanea (CASCC) con cui lo Iai ha avviato un rapporto di collaborazione.<\/i><\/p>\n<p>I recenti tumulti nella provincia cinese a maggioranza mussulmana dello Xinjiang hanno riportato alla luce le problematiche relative ai conflitti etnici e l&#8217;impellente necessit\u00e0 per la Repubblica Popolare Cinese di aggiornare la propria politica in materia di aree cuscinetto nelle proprie zone di confine. Oltre alle questioni connesse con la gestione delle spinte autonomiste all&#8217;interno delle frontiere occidentali, la Cina si trova a dover affrontare nuove e pericolose situazioni di squilibrio nei confinanti Paesi dell&#8217;area centro asiatica, in primo luogo la violenta crisi kirghiza dell&#8217;aprile scorso, sfociata nella pulizia etnica contro la locale minoranza uzbeka.<\/p>\n<p>Questo contesto vede coinvolta un&#8217;area geografica che si estende dall&#8217;Afghanistan al Pakistan, sino ad arrivare ai confini della Russia. A ben vedere, si tratta di una regione che, nei secoli recenti, \u00e8 stata costantemente al centro dello scontro dei \u201cgrandi imperi\u201d: gi\u00e0 nel XIX secolo l\u2019Inghilterra della Compagnia delle Indie fronteggiava le mire espansioniste russe dello Zar Alessandro I, e, in tempi assai pi\u00f9 recenti, negli anni settanta del XX secolo diventava teatro delle operazioni sovietiche contro i mujiahideen, fino ad essere, oggi, il principale campo di battaglia per la lotta al terrore.<\/p>\n<p>\u00c8 in questo contesto che la Cina si presenta come nuova protagonista del \u201cGrande Gioco\u201d: a differenza della Russia e degli Stati Uniti, per\u00f2, essa non vede le repubbliche centro asiatiche solo come un trampolino di lancio per la proiezione delle proprie truppe.  Ne \u00e8 esempio il fatto che entrambe le superpotenze, russa ed americana, hanno nell&#8217;area delle basi aeree presidiate da forze speciali, come quelle dei <i>marines<\/i> e degli <i>spietnatz<\/i> nei pressi di Bishkek. Mentre per questi due paesi i giochi si svolgono prettamente sul piano militare e politico, la Cina percepisce la regione come un fertile terreno per i propri investimenti esteri, nonch\u00e9 come zona preferenziale di approvvigionamento di materie prime, dall&#8217;uranio del Kazakistan  al gas naturale dell&#8217;Azerbaijan.<\/p>\n<p>In questa situazione, mentre l\u2019Unione Europea sollecita le repubbliche centro asiatiche affinch\u00e9 adottino un modello democratico, che dovrebbe aiutare a sconfiggere l&#8217;imperante corruzione e il nepotismo all&#8217;interno della macchina pubblica, la Cina si muove silenziosamente e con estrema efficacia. Seguendo il modello gi\u00e0 sperimentato con successo in Africa, punta all\u2019inserimento nel tessuto sociale ed economico, tramite ingenti investimenti diretti e con cospicui flussi di lavoratori migranti, che dai confini del Xinjiang si impiantano stabilmente nei paesi limitrofi.<\/p>\n<p>Il Xinjiang diviene cos\u00ec per la Cina un&#8217;area ulteriormente strategica per l\u2019attuazione della propria politica estera e di <i>soft power<\/i> nell\u2019Asia Centrale, ma anche un fertile bacino per l&#8217;approvvigionamento di <i>intelligence<\/i> e di esperti sulla mutevole situazione degli equilibri regionali nell\u2019area. Tutto ci\u00f2 accade in una regione dove pi\u00f9 del 45% della popolazione autoctona appartiene all\u2019etnia uigura e non a quella cinese <i>han<\/i>, anche se una sorta di politica di \u201cemigrazione incentivata\u201d attuata dal governo centrale ha portato la presenza <i>han<\/i> al 40% della popolazione complessiva; agli uiguri maggioritari e alla quasi altrettanto numerosa presenza <i>han<\/i> si aggiungono minoranze kazakhe, kirghize ed uzbeke che hanno mantenuto forti legami familiari con le etnie omologhe al di l\u00e0 dei confini.<\/p>\n<p>Non va dimenticato che l&#8217;Ue incontra forti ostacoli \u201cnaturali\u201d quando si confronta con  realt\u00e0 politiche e di potere locali la cui struttura risulta molto pi\u00f9 vicina al modello cinese di capitalismo autoritario di quanto non lo sia al modello democratico europeo; nel contempo, l\u2019operato dell\u2019Unione tramite la sua azione diretta in seno dell\u2019Osce e quella indiretta delle Ong ha permesso la formazione di un\u2019embrionale societ\u00e0 civile e di una coscienza democratica, che diversamente avrebbe ben poche possibilit\u00e0 di trovare una via autonoma per esprimersi.<\/p>\n<p>Dal punto di vista geopolitico l&#8217;area si presenta come un crogiolo di alleanze e di intese strategiche che si sovrappongono ambiguamente fra di loro, dal Csto (Collective Security Treaty Organisation) all\u2019Sco (Shanghai Cooperation Organization), sino all&#8217;odierna presidenza del Kazakistan all&#8217;interno dell&#8217;Osce (Organization for Security and Co-operation in Europe).<\/p>\n<p>Pur vantando due secoli di esperienza nel controllo indiretto e nella cessione temporanea  dei propri stati cuscinetto, la Russia si trova in una posizione difensiva nei confronti delle neonate repubbliche centro asiatiche, anche se queste ultime mantengono una struttura statale ancora incardinata su funzionari di medio ed alto livello che hanno ricevuto una formazione universitaria moscovita. Non deve quindi meravigliare che ranghi interi dei funzionari di stato, pur provenendo da una etnia autoctona, parlino unicamente russo ed abbiano una conoscenza sommaria delle lingue locali.<\/p>\n<p>\u00c8 questo il contesto estremamente complesso nel quale si sta inserendo la Cina, con una penetrazione molto veloce nel tessuto economico delle aree pi\u00f9 ricche come il Kazakistan, e certamente facilitata da un repentino ridimensionamento della politica diplomatica americana nell\u2019area, con l\u2019avvento della presidenza Obama.<\/p>\n<p>La Repubblica Popolare Cinese da sempre vede con sospetto e timore tutti i paesi confinanti che dimostrino una spiccata instabilit\u00e0 interna ed una propensione verso conflitti etnici che potrebbero fungere da stimolo e fornire ispirazione per le minoranze cinesi appartenenti alle stesse etnie, presenti nel composito mosaico del tessuto sociale della provincia autonoma dello Xinjiang; e in questo senso, il Kirghizistan \u00e8 certamente fonte di preoccupazione. Il nuovo presidente kirghizo <i>ad interim<\/i>, Roza Otunbayeva, a differenza del predecessore esautorato nei tumulti di aprile, mostra una spiccata tendenza filo russa.<\/p>\n<p>Dal canto suo, la Russia, pur avendo offerto esperti di <i>peacekeeping<\/i>, non pare avere intenzione di imporsi militarmente nell\u2019area, com\u2019era invece avvenuto nel 2008 in Georgia, in nome della difesa della minoranze ossete presenti nel paese. \u00c8 utile tenere presente che l\u2019esercito russo, provato dal conflitto ceceno, deve comunque mantenere una forza efficiente nell\u2019area caucasica per contenere le spinte del separatismo islamico. Risulta pertanto probabile che Mosca si limiter\u00e0 a muoversi nell\u2019ambito dei parametri previsti dal trattato del Csto,  che contempla l\u2019interazione tra gli ex stati sovietici del Kirghizistan, Kazakistan, Bielorussia, Armenia, Uzbekistan e Tajikistan in caso di necessit\u00e0 di mutuo soccorso.<\/p>\n<p>Ampliando lo sguardo ad uno scenario che includa anche la Cina, e quindi la provincia del Xinjiang, vale la pena di notare come, subito dopo gli scontri etnici tra uzbeki e kirghizi nella citt\u00e0 di Osh nel Kirghizistan meridionale, la Cina e l\u2019Uzbekistan abbiano sigillato le proprie frontiere, per scongiurare il rischio di una supposta marea di rifugiati uzbeki entro i propri confini, stimata sulle 200.000 unit\u00e0.  Pur considerando il Kirghizistan come fonte di materie prime e di energia a basso costo, \u00e8 probabile che Pechino non voglia accennare ad entrare a pieno titolo in un\u2019area da sempre entro la sfera d\u2019influenza politica del vicino russo. Lo stesso Kirghizistan, pure avendo gi\u00e0 entro propri confini una minoranza <i>han<\/i>, deve altres\u00ec tenere conto di una forte enclave russa, stabilitasi nel 1936,  a seguito della politica sovietica di insediamento di russi nelle aree periferiche della confederazione. Nel contempo, la politica estera americana guarda con relativa preoccupazione al crescente peso geopolitico della Cina in relazione ai problemi di sovranit\u00e0 del mar cinese meridionale piuttosto che alle mire espansioniste di Pechino verso l\u2019Asia Centrale.<\/p>\n<p>Nel frattempo, Pechino rafforza il proprio <i>soft power<\/i> in Asia Centrale; con una politica di attrazione verso i giovani e con l\u2019obiettivo di formare una classe dirigente locale che abbia forti legami con la Cina, il governo aumenta le borse di studio e i corsi specializzati per giovani laureati e funzionari di stato. Non \u00e8 un caso che, negli ultimi anni, i <i>campus<\/i> delle pi\u00f9 prestigiose universit\u00e0 cinesi abbiano assistito ad un incremento esponenziale di studenti kazaki e kirghizi. Sia dal punto della penetrazione economica che dell\u2019inserimento nel tessuto sociale centrasiatico, la Cina prosegue il suo cammino sulla base degli ultimi  piani di sviluppo quinquennali, ovvero con una strategia a lungo termine che in un primo momento pu\u00f2 sembrare lenta e non focalizzata,  ma che nell\u2019arco di pochi anni porter\u00e0 sicuramente alla ridiscussione dei rapporti di forza non solo all\u2019interno del SCO, ma in tutto lo scacchiere internazionale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo articolo \u00e8 tratto dalla newsletter del Centro di Alti Studi sulla Cina Contemporanea (CASCC) con cui lo Iai ha avviato un rapporto di collaborazione. 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