{"id":15350,"date":"2010-08-31T00:00:00","date_gmt":"2010-08-30T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-i-generali-e-le-teste-duovo\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:45","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:45","slug":"obama-i-generali-e-le-teste-duovo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/08\/obama-i-generali-e-le-teste-duovo\/","title":{"rendered":"Obama, i generali e le teste d\u2019uovo"},"content":{"rendered":"<p>Gli ultimi sviluppi delle operazioni in Afghanistan, dopo le giuste cautele espresse dal comandante sul campo, generale David Petraeus, e la conferma da parte di Barack Obama del ritiro \u201cnon negoziabile\u201d a partire dal 2011, sollecitano qualche ulteriore riflessione. Nonostante tre cambiamenti di strategia e gli sforzi compiuti dall\u2019America, dalla Nato e dagli altri volonterosi alleati, la situazione in teatro non sembra soddisfacente. Le buone notizie arrivano con il contagocce, a meno che non decidiamo di includervi il gesto di <i>appeasement<\/i> verso i talebani voluto da Petraeus e da Hamid Karzai con la scarcerazione, a Bagram e a Kabul, di 262 guerriglieri islamici.<\/p>\n<p>La scena mediatica continua, in realt\u00e0, ad essere dominata ogni giorno dalle notizie cattive, quali lo stillicidio dei morti della coalizione &#8211; se ne contavano gi\u00e0 443 a met\u00e0 agosto 2010, rispetto ai 521 di tutto il 2009 e ai 295 del 2008 &#8211; la strage di dieci medici, l\u2019impiccagione di un \u201cbambino-spia\u201d e la lapidazione degli adulteri. Anche notizie ufficialmente buone, come l\u2019annuncio di Petraeus che l\u2019esercito afgano ha conseguito con ben quattro mesi di anticipo l\u2019obiettivo di 135 mila effettivi, hanno il sapore di un contentino consolatorio o di una prematura giustificazione del disimpegno obamiano.<\/p>\n<p><b>Problema politico o militare?<\/b><br \/>D\u2019altra parte, che il problema non fosse solo militare lo si sapeva. Gli aspetti \u201cpolitici\u201d hanno acquisito una crescente importanza, e in questo contesto le questioni di politica interna sembrano influenzare le decisioni pi\u00f9 delle esigenze di politica estera. Infatti, specie negli Stati Uniti, che dopo le defezioni gi\u00e0 annunciate temono di restare prima o poi con il classico cerino tra le dita, stanno fiorendo, da un po\u2019 di tempo, nuove opzioni. Non dimentichiamo che negli Usa il 2010 e il 2012 sono anni di elezioni e che se l\u2019Iraq &#8211; dal quale le ultime brigate combattenti si stanno frettolosamente ritirando &#8211; era la guerra di Bush, quella in Afghanistan \u00e8 dichiaratamente la guerra di Obama.<\/p>\n<p>Da qui l\u2019evidente nervosismo del presidente &#8211; il Comandante in Capo &#8211; che si riflette in un rapporto non proprio sereno con i suoi generali. N\u00e9 si pu\u00f2 dimenticare chi \u00e8 Barack Obama, come e da chi \u00e8 stato eletto, qual \u00e8 la sua estrazione politica e culturale e quale duro contrasto debba affrontare ogni giorno tra ci\u00f2 che idealmente vorrebbe &#8211; anche in termini di priorit\u00e0 &#8211; e ci\u00f2 che invece le contingenze lo obbligano a fare. Probabilmente, per i generali non prova molto trasporto e ancora meno per la politica militare, di sicurezza e difesa. Ma \u00e8 costretto ad occuparsene, ed essendo l\u2019America un paese sempre in guerra in qualche parte del mondo, i generali, suo malgrado, gli sono indispensabili. Di questa scarsa simpatia nei loro confronti i militari si sono ormai resi conto. Tanto che, anche loro, cominciano a dar segni di nervosismo. Sul rapporto sofferto che esiste per motivi congeniti tra politici e militari ci siamo gi\u00e0 soffermati proprio su questa rivista, e non \u00e8 il caso di tornarci sopra.<\/p>\n<p><b>Incomprensioni<\/b><br \/>Negli Stati Uniti, proprio perch\u00e9 sempre in guerra, questa reciproca difficolt\u00e0 di comprensione si \u00e8 manifestata sia con i democratici che con i repubblicani. Con Bush padre ci furono le dimissioni del capo dell\u2019aeronautica, generale Merrill McPeak. Con Bush figlio quelle del capo dell\u2019esercito, generale Eric Shinseki, e del generale Tommy Ray Franks, reduce dall\u2019Iraq, anche se, in realt\u00e0, per incompatibilit\u00e0 con il ministro della Difesa Donald Rumsfield: entrambi avevano criticato la scelta di intraprendere una guerra con truppe insufficienti per il controllo del territorio, e i fatti gli hanno poi dato tristemente ragione.<\/p>\n<p>Ma con Obama l\u2019incompatibilit\u00e0 sta diventando endemica, e in questa atmosfera non si possono certo vincere le guerre, n\u00e9 pretendere che il morale dei soldati non sia alle stelle. Ricordiamo il siluramento l\u2019anno scorso di David McKiernan, comandante in Afghanistan, e quest\u2019anno quello di Stanley McChristal, mentre pesano come macigni le critiche del capo dei marines, generale James Conway, e le pacate ma pungenti osservazioni dello stesso Petraeus sulla scadenza &#8211; luglio 2011 \u2013 fissata da Obama per l\u2019inizio del ritiro delle truppe dall\u2019Afghanistan. Entrambi ritengono che, dal punto di vista militare, annunciare prima e ribadire poi la data di inizio del ritiro indurr\u00e0 i talebani a \u201cresistere almeno un giorno di pi\u00f9\u201d e scoragger\u00e0 le popolazioni locali dal cooperare con i soldati della coalizione, ben sapendo &#8211; per esperienza &#8211; quali ritorsioni possono aspettarsi con il ritorno degli islamisti. Eventualit\u00e0 non remota, visto che a garantire la sicurezza ci saranno solo le truppe di Karzai. Di cui gli afgani dei villaggi non si fidano affatto.<\/p>\n<p>Ma le motivazioni di Obama sono politiche, non militari, e cos\u00ec il suo staff si affanna a spiegare che l\u2019aver annunciato una data \u00e8 un vantaggio, perch\u00e9 spinger\u00e0 Kabul ad accelerare il passaggio di consegne. Ma nessuno ci crede. Conway, parlando ai reporters, ha affermato che questa guerra, in alternativa allo stallo, pu\u00f2 avere solo \u201c\u2026una rapida sconfitta o una lenta vittoria\u201d, mentre Petraeus, per salvare se stesso e il Comandante in capo, comincia a ipotizzare che nel luglio 2011 le condizioni potrebbero essere diverse di quelle attese, rendendo inevitabile un rinvio del ritiro. \u201cNon sono stato mandato qui &#8211; ha aggiunto &#8211; per un <i>graceful exit<\/i>, ma per portare a termine la missione. Per la prima volta abbiamo tutto ci\u00f2 che ci serve\u201d. Vedremo.<\/p>\n<p><b>La fretta di Obama<\/b><br \/>Ma il presidente americano ha fretta. Il prossimo novembre si svolgeranno le elezioni di <i>mid-term<\/i>, e nel 2012 le presidenziali. Dopo tanti <i>set-back<\/i> in politica estera e in politica interna, con gli indici di gradimento che non sono stati mai cos\u00ec bassi &#8211; se, in genere, piace molto agli europei, agli americani Obama piace molto meno &#8211; Obama ha bisogno immediato di portare a casa qualche successo, vero o annunciato. \u00c8 fallita la mano tesa all\u2019Iran, gli effetti della crisi economico-finanziaria si fanno ancora pesantemente sentire, la Cina sta con il fiato sul collo, la Corea del Nord risponde picche, Bin Laden e il mullah Omar sono spariti nel nulla, al-Qaeda avanza in Africa, la marea nera uccide le coste, la riforma sanitaria si \u00e8 arenata a met\u00e0. Non sar\u00e0 per colpa sua, ma l\u2019aver abilmente suscitato grandi aspettative rischia ora di provocare grandi delusioni. E allora? Via quanto prima dall\u2019Iraq, via anche dall\u2019Afghanistan, e inserirsi come improbabile protagonista nella diatriba israelo-palestinese. Almeno questo va fatto, o, comunque, annunciato.<\/p>\n<p>Se i militari nicchiano, c\u2019\u00e8 un nugolo di teste d\u2019uovo che, volonterosamente, si affannano a trovare per l\u2019Afghanistan soluzioni che siano compatibili con la fretta del presidente. Tutte le nuove opzioni che si vanno formando appaiono originate dal dubbio che la formula scaturita dalla conferenza di Berlino &#8211; sistema democratico con governo centralizzato &#8211; non sia n\u00e9 la pi\u00f9 adatta n\u00e9 la pi\u00f9 gradita. Ad esempio, come ha notato Stefano Silvestri su questa rivista, l\u2019ex ambasciatore Usa in India, Robert Blackwill, sta proponendo di lasciare di fatto al loro destino, unificandole sotto un governo talebano, le due aree pachistane e afgane di etnia <i>pashtun <\/i>a cavallo della linea Durand, continuando a controllare da Kabul &#8211; attraverso governatori designati a livello centrale &#8211; le altre province.<\/p>\n<p><b>Teste d\u2019uovo all\u2019opera<\/b><br \/>Un altro gruppo di studio &#8211; come ci spiega <i>Foreign Affairs<\/i> &#8211; ipotizza allora altre soluzioni, che non alterino le due integrit\u00e0 territoriali. Come quella che prevede che Kabul, pur continuando a nominare i governatori, conceda alle province un certo numero di autonomie, come le tasse locali, l\u2019esercizio della giustizia e la tolleranza di un\u2019aliquota di armati, salvaguardando cos\u00ec, almeno in una certa misura, la percezione di una decentralizzazione amministrativa. Ma in alcune province ci\u00f2 potrebbe ancora non essere sufficiente, per cui si potrebbe tentare di andare oltre, con una forma di \u201cdemocrazia decentralizzata\u201d. I governatori verrebbero eletti dai consigli provinciali e avrebbero cos\u00ec maggior confidenza con le varie <i>shure <\/i>dei villaggi, il cui orizzonte visuale non pu\u00f2 certo arrivare agli intrighi di Kabul. In questo caso, \u00e8 evidente, sarebbe necessario accettare di buon grado alcuni immaginabili compromessi. In cambio, il governo centrale manterrebbe il diritto di intervenire contro i pi\u00f9 riottosi, qualora il patto di mantenere \u201cfuori\u201d al-Qaeda non venisse rispettato. In fondo, agli americani e all\u2019Occidente \u00e8 questo che interessa.<\/p>\n<p>Ma se l\u2019isolamento di al-Qaeda \u00e8 rimasto il vero problema, visto che ormai a risolvere gli altri &#8211; facendo buon viso a cattiva sorte &#8211; si \u00e8 gi\u00e0 deciso di rinunciare, allora le teste d\u2019uovo hanno pronta una terza soluzione, applicabile in tempi brevi e, in ogni caso, compatibile con le tempistiche presidenziali. \u00c8 una soluzione che potremmo chiamare \u201cmista\u201d tra le due precedenti: Kabul si limiterebbe a delegare la maggior parte dei poteri a governatori eletti localmente, a chiudere un occhio su alcuni loro vizietti, a sorvolare sulle prepotenze dei talebani, a mantenere le sue prerogative in politica estera e a riservarsi il diritto di intervenire militarmente in caso di superamento di una \u201clinea rossa\u201d rappresentata dal divieto di ospitare al-Qaeda. Che \u00e8 come dire \u201cfate pure tutto ci\u00f2 che vi pare, con l\u2019unico limite che ci\u00f2 non danneggi gli Stati Uniti e l\u2019Occidente\u2026\u201d. Soluzione dal contenuto etico un po\u2019 dubbio, che per\u00f2 \u00e8 attuabile e fattibile con celerit\u00e0. \u00c8 ci\u00f2 che d\u2019altronde si sta gi\u00e0 facendo in alcune province.<\/p>\n<p><b>Retromarcia<\/b><br \/>Cos\u00ec nel 2011, dopo dieci anni, la fine di questa storia potrebbe cominciare a saldarsi con il suo inizio, ancor prima che i talebani fossero battuti. Con tanti auguri per gli afgani e con buona pace per tutti i buoni principi in cui crediamo, per cui abbiamo sopportato anni di sacrifici e in omaggio ai quali qualcuno ci aveva convinto che intervenire era cosa buona e giusta Ma, allora, \u00e8 stato tutto inutile? Nell\u2019immediato, cos\u00ec potrebbe sembrare. \u00c8 necessario per\u00f2 avere fiducia, perch\u00e9, alla distanza, il seme gettato finisce sempre per germogliare. E intanto, se c\u2019\u00e8 la guerra, \u00e8 bene dare un po\u2019di ascolto anche ai generali, che non sono degli sconsiderati e il loro mestiere lo sanno fare.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1525\" target= \"blank\"><b><u>Afghanistan tra escalation e ipotesi di spartizione<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>M. Arpino: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1496\" target= \"blank\"><b><u>Afghanistan, qualcosa non funziona<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gli ultimi sviluppi delle operazioni in Afghanistan, dopo le giuste cautele espresse dal comandante sul campo, generale David Petraeus, e la conferma da parte di Barack Obama del ritiro \u201cnon negoziabile\u201d a partire dal 2011, sollecitano qualche ulteriore riflessione. 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