{"id":15460,"date":"2010-09-15T00:00:00","date_gmt":"2010-09-14T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-tiene-leuropa-ma-perde-la-turchia\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:43","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:43","slug":"obama-tiene-leuropa-ma-perde-la-turchia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/09\/obama-tiene-leuropa-ma-perde-la-turchia\/","title":{"rendered":"Obama tiene l&#8217;Europa, ma perde la Turchia"},"content":{"rendered":"<p>Agli europei, il presidente statunitense Barack Obama continua a piacere (e molto), pi\u00f9 di quanto non convincano le sue decisioni di politica estera tema per tema, specie in Afghanistan e sull\u2019Iran. Invece, gli americani danno pi\u00f9 credito al loro presidente sui singoli problemi che sull\u2019insieme della politica estera, dove la maggioranza dei consensi \u00e8 risicata (52%). A quasi due anni dalla sua elezione, Obama continua a godere in Europa d\u2019un sostegno formidabile: quattro europei su cinque, il 78%, ne approvano la politica internazionale, appena un po\u2019 di meno dell\u2019anno scorso, quando erano l\u201983%. E a neppure due mesi, otto settimane, dal voto di midterm del 2 novembre, con cui gli americani rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato, negli Usa c\u2019\u00e8 incertezza non sull\u2019arretramento dei democratici rispetto al 2008, ma sulle dimensioni della sconfitta.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"IMAGE\/Immagine_grama.png\" hspace=\"5\" vspace=\"5\" border=\"0\" align=\"center\"><\/p>\n<p>Sono alcuni degli elementi che escono dal rapporto Transatlantic Trends 2010, progetto congiunto del German Marshall Fund of the United States e della Compagnia di San Paolo, presentato, oggi, contemporaneamente a Washington, Bruxelles e Roma, dove l\u2019evento \u00e8 organizzato dallo IAI. Arrivato alla sua nona edizione, il rapporto sonda l\u2019opinione pubblica degli Stati Uniti e di 11 Paesi dell\u2019Unione europea, fra cui l\u2019Italia, oltre che della Turchia.  <\/p>\n<p> <b>Diffidenze<\/b><br \/>Se gli europei avessero voce in capitolo nella consultazione di midterm, Obama e i democratici sarebbero in una botte di ferro e ribadirebbero senza problemi il successo delle presidenziali e politiche 2008. Certo, anche in Europa ci sono sacche di diffidenza verso il presidente statunitense: la Polonia, che all\u2019inizio del XXI Secolo era il pi\u00f9 \u2018americano\u2019 degli Stati europei, \u00e8 oggi fredda; e la Turchia, dove il 50% dei consensi nel 2009 s\u2019\u00e8 ridotto quasi della met\u00e0, al 28%, \u00e8 ostile. Il forte dato turco, per\u00f2, pu\u00f2 essere in parte spiegato con i tempi del sondaggio: la raccolta delle opinioni \u00e8, infatti, avvenuta nei giorni del cruento raid israeliano contro la nave turca degli attivisti \u2018pro Gaza\u2019 &#8211; e le reazioni Usa non furono adeguate alle attese turche.<\/p>\n<p>Eppure, nonostante il plebiscito \u2018pro Obama\u2019, una maggioranza di europei non condivide, capitolo per capitolo, scelte cruciali di politica estera del presidente statunitense, come, ad esempio, quelle sull\u2019Afghanistan (49% di s\u00ec) e sull\u2019Iran (49% di s\u00ec). Gli americani fanno esattamente il contrario degli europei: danno al loro presidente, sui singoli temi, voti non inferiori a quello complessivo (il 52% approva la linea sull\u2019Iran, il 54% quella sull\u2019Afghanistan) o addirittura nettamente superiori: il 56% dice s\u00ec alla lotta contro i cambiamenti climatici, nonostante il fiasco ambientale della marea nera del Golfo del Messico, e 61% \u00e8 soddisfatto delle relazioni Usa-Russia dopo il \u2018reset\u2019 dei rapporti deterioratisi nell\u2019ultima parte della presidenza Bush.<\/p>\n<p>Che cosa pu\u00f2 spiegare un divario cos\u00ec netto tra americani ed europei nella valutazione dell\u2019operato di Obama? Gli uni e gli altri condividevano, al momento dell\u2019insediamento del primo presidente nero degli Stati Uniti, speranze e aspettative. Ma gli americani, che di pazienza ne hanno meno degli europei, pi\u00f9 abituati a essere delusi, quando non traditi, dai propri leader, si sono scoraggiati, o disamorati, pi\u00f9 rapidamente. Inoltre, il giudizio degli europei \u00e8 essenzialmente condizionato dalla politica estera, mentre quello degli americani risente delle difficolt\u00e0 incontrate dal presidente sul fronte interno: le incertezze e le contraddizioni, almeno iniziali, di Obama alle prese con la crisi economica e finanziaria e, questa primavera, alla marea nera; mentre i successi di politica interna registrati dall\u2019Amministrazione, anche importanti come le riforme della sanit\u00e0 e della finanza, non hanno ancora inciso, n\u00e9 lo faranno nel breve termine, sulle condizioni di vita dei cittadini.<\/p>\n<p><b>Promesse da mantenere<\/b><br \/>In politica internazionale, vi sono promesse che Obama deve ancora mantenere &#8211; ad esempio, l\u2019avvicinamento tra arabi e israeliani e il dialogo tra civilt\u00e0 al posto dello scontro dei tempi di Bush- e che gli Stati Uniti non possono realizzare da soli. Ma anche quando il presidente ha rispettato l\u2019impegno assunto con i suoi elettori, ad esempio completando entro agosto il ritiro delle unit\u00e0 da combattimento dall\u2019Iraq, non sempre ne ha ricavato un credito politico: agli americani, l\u2019uscita dall\u2019Iraq, cos\u00ec com\u2019\u00e8 avvenuta, non \u00e8 suonata \u2018\u2019missione compiuta\u2019\u2019, ma \u2018\u2019ritirata\u2019\u2019. E gli americani cercano la vittoria in Afghanistan, dove gli europei sono molto pi\u00f9 scettici sull\u2019opzione militare, e puntano sulle sanzioni verso l\u2019Iran, mentre gli europei hanno la tendenza a considerare economia, finanza e commercio una carota nelle relazioni fra Stati pi\u00f9 che un bastone.<\/p>\n<p>Di qua e di l\u00e0 dell\u2019Atlantico, c\u2019\u00e8 una domanda incrociata di reciproca leadership. Il 55% degli europei auspica una forte leadership americana nel Mondo, intendendo proprio una presenza, politica, economica, diplomatica e potenzialmente militare, capace di influenzare e di orientare l\u2019andamento planetario; e il 72% degli americani \u00e8 favorevole a una forte leadership Ue. Il che, per\u00f2, non comporta l\u2019attesa che gli europei giochino il ruolo della superpotenza, ma piuttosto offrano una presenza solida e affidabile a fianco degli Stati Uniti (e ne condividano gli sforzi, contribuendovi in modo adeguato).<\/p>\n<p><b>Futuro incerto<\/b><br \/>C\u2019\u00e8 la sensazione che gli americani non abbiano ancora avvertito, o non stiano ancora subendo psicologicamente il contraccolpo, della perdita dello statuto di superpotenza unica assunto a cavallo del Millennio, tra le presidenze di Bill Clinton e di George W. Bush. Una perdita che il Financial Times attribuisce alla crisi economico-finanziaria globale esplosa il 15 settembre 2008, con il tracollo della Lehman Brothers: un evento e una data, sostiene sul quotidiano britannico Gideon Rachman, che, dir\u00e0 la storia, avranno cambiato il Mondo pi\u00f9 dell\u201911 settembre 2001. Gli attacchi terroristici dell\u2019integralismo islamico contro New York e Washington non spostarono gli equilibri di forza politici, militari e diplomatici; lo sfascio di una banca ha invece spostato &#8211; \u00e8 la tesi di Rachman -, a favore della Cina, i rapporti di potere economici e finanziari e \u201cha davvero segnato la fine dell\u2019era unipolare\u201d. Impegnati a uscire dalla crisi e a ritrovare i livelli di vita perduti due anni or sono, gli americani, per ora, accettano l\u2019atteggiamento multilaterale del loro presidente, il consulto degli alleati e il dialogo con i partner.<\/p>\n<p>Se l\u2019incrocio delle opinioni tra Europa e America sui terreni comuni d\u2019interesse e d\u2019impegno, come l\u2019Afghanistan in primo luogo, \u00e8 piuttosto prevedibile, emerge, invece, dal Transatlantic Trends 2010, una diversit\u00e0 d\u2019atteggiamento marcata nei confronti del terzo protagonista del potenziale G3 della governance mondiale (Usa, Ue e Cina). Oltre nove americani su 10 sono convinti che la Cina \u00e8 destinata ad avere e a esercitare una grande influenza a livello mondiale, mentre appena il 68% degli europei lo \u00e8. Inoltre, oltre la met\u00e0 degli americani ritiene che i valori che uniscono Usa e Cina permettano una cooperazione sulle questioni internazionali, mentre quasi i due terzi degli europei, il 63%, la pensano all\u2019opposto, che cio\u00e8 i valori di Cina ed Europa sono talmente lontani e diversi da renderne impossibile la cooperazione. Pragmatismo contro rimasugli d\u2019ideologismo?, opportunismo contro rigore analitico?, abbaglio statistico o differenze radicate? Difficile giudicare, tanto pi\u00f9 che europei ed americani si ritrovano poi allineati nel non giudicare positivo il ruolo fin qui giocato dalla Cina nei conflitti globali, nella lotta alla povert\u00e0 e contro il riscaldamento globale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1547\" target= \"blank\"><b><u>Italiani tifano Obama, ma hanno dubbi<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p><a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/Documenti\/TT10_ITA.pdf\" target= \"blank\"><b><u>Transatlantic Trends 2010<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Agli europei, il presidente statunitense Barack Obama continua a piacere (e molto), pi\u00f9 di quanto non convincano le sue decisioni di politica estera tema per tema, specie in Afghanistan e sull\u2019Iran. 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