{"id":15480,"date":"2010-09-17T00:00:00","date_gmt":"2010-09-16T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-e-la-spada-di-damocle-delle-elezioni-di-meta-mandato\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:42","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:42","slug":"obama-e-la-spada-di-damocle-delle-elezioni-di-meta-mandato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/09\/obama-e-la-spada-di-damocle-delle-elezioni-di-meta-mandato\/","title":{"rendered":"Obama e la spada di Damocle delle elezioni di met\u00e0 mandato"},"content":{"rendered":"<p>A poco pi\u00f9 di un anno e mezzo dall\u2019insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, il cammino del partito democratico appare in salita. I sondaggi pi\u00f9 recenti danno i repubblicani in netto vantaggio (con un distacco in alcuni casi di sette punti). Questo divario di consenso potrebbe tradursi in un nuovo equilibrio all\u2019interno del Congresso dopo le elezioni di met\u00e0 mandato che si terranno il prossimo 2 novembre. <\/p>\n<p> <b>Radicalizzazione<\/b><br \/>In numerose primarie del partito repubblicano hanno prevalso candidati ultraconservatori del \u2018tea party\u2019, un movimento populistico di protesta nato nel 2009, temuto da molti anche all\u2019interno dell\u2019establishment repubblicano, ma che pare difficile contenere. Ci\u00f2 potrebbe alla fine favorire i democratici: gli elettori \u2018indipendenti\u2019, delusi dall\u2019amministrazione Obama, che accusano di un interventismo federale tanto eccessivo quanto inefficace, potrebbero infatti dare nuovamente il loro voto ai democratici, scegliendo il male minore.<\/p>\n<p>In ogni caso, appare probabile che almeno una delle due camere sia conquistata dai repubblicani. Ci si interroga quindi su come cambierebbero, in questa eventualit\u00e0 (e a maggior ragione se i democratici perdessero il controllo sia del Senato che della Camera dei rappresentanti), il programma e l\u2019azione politica dell\u2019amministrazione Obama nella seconda met\u00e0 del mandato presidenziale.<\/p>\n<p>I timori che l\u2019amministrazione Obama possa incontrare crescenti difficolt\u00e0 nel caso di un cambio degli equilibri politici interni al Congresso sono pi\u00f9 che fondati. Anche se molto dipender\u00e0 dalle caratteristiche specifiche del \u2018governo diviso\u2019 che emerger\u00e0 dalle elezioni di novembre, gi\u00e0 ora \u00e8 possibile fare alcune riflessioni.<\/p>\n<p><b>Il Congresso \u00e8 gi\u00e0 bloccato<\/b><br \/>L\u2019amministrazione \u00e8 gi\u00e0 in difficolt\u00e0 a far passare i propri provvedimenti al Congresso. Dopo novembre questa difficolt\u00e0 non potr\u00e0 che accentuarsi. Pur disponendo di un\u2019ampia maggioranza e un forte mandato popolare grazie alla netta vittoria di Obama alle presidenziali del 2008, l\u2019amministrazione non ha avuto vita facile. Un esempio \u00e8 il pacchetto di misure contro il cambiamento climatico che si sono infrante &#8211; almeno per ora &#8211; contro la forte resistenza del Congresso: le proposte di Obama, che spingevano verso un nuovo quadro normativo di riferimento, anche attraverso nuovi criteri ambientali sostenuti da precisi vincoli legali, sono stati bloccati dagli \u201cinteressi speciali\u201d, a partire da quelli dell\u2019industria, largamente rappresentati in Congresso.<\/p>\n<p>La riforma sanitaria \u00e8 stata certo un risultato storico, ma, nonostante fosse un cavallo di battaglia del partito democratico da decenni, anche in questo caso la dialettica interna \u00e8 stata complessa. La legge che \u00e8 stata alla fine approvata non senza defezioni e dopo mesi di incerta discussione, risponde solo in parte alle esigenze di riforma che l\u2019avevano ispirata.<\/p>\n<p> Analisti vicini al partito democratico ammettono inoltre che sar\u00e0 pressoch\u00e9 impossibile per il prossimo Congresso passare riforme strutturali in materia fiscale ed energetica anche se i democratici mantenessero la maggioranza. Il Partito Repubblicano, da parte sua, ha fatto durante i primi anni di presidenza Obama un ostruzionismo ad oltranza sulla maggior parte della legislazione, rafforzando l\u2019impressione che, anche dopo l\u2019uscita di scena di Bush, la polarizzazione sia destinata a rimanere un dato costante del contesto partitico Usa.<\/p>\n<p>I primi diciotto mesi della presidenza Obama hanno infatti evidenziato un problema di fondo che pare destinato a rimanere irrisolto: l\u2019incapacit\u00e0 crescente dei vari poteri dello stato a fare sistema, se non in situazioni di emergenza o percepite come tali.<\/p>\n<p>Il Congresso ha dato prova di unit\u00e0 in momenti in cui erano in gioco vitali interessi nazionali, approvando ad esempio ingenti misure di stimolo all\u2019economia nel febbraio 2009, nel pieno della crisi economica e finanziaria. Si \u00e8 anche unito nel fronteggiare alcune emergenze internazionali, come l\u2019Iran o l\u2019Afghanistan. Ma le divisioni sono prevalse quando si \u00e8 trattato di definire strategie e politiche di pi\u00f9 lungo termine.<\/p>\n<p> <b>Divisioni interne e tentazioni isolazioniste<\/b><br \/>Una seconda riflessione riguarda l\u2019evoluzione politica dei due maggiori partiti. Non \u00e8 raro che alle elezioni di met\u00e0 mandato gli equilibri in congresso cambino in senso sfavorevole all\u2019amministrazione in carica. La luna di miele post-elezione presidenziale si interruppe anche per Clinton nel 1994, cos\u00ec come per Bush nel 2006 durante il suo secondo mandato. Ma oggi ci sono tensioni evidenti all\u2019interno dello stesso partito democratico tra l\u2019amministrazione e i membri democratici del Congresso, nonch\u00e9 tra la dirigenza del partito e la base.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 \u00e8 iniziato un gioco allo scaricabarile che ha dell\u2019autolesionista. I democratici in cerca di rielezione o per la prima volta candidati lamentano che, assorbito dal suo compito di \u2018amministratore\u2019, il presidente non stia facendo abbastanza per sostenere politicamente il partito nella competizione elettorale. L\u2019amministrazione \u00e8 inoltre accusata, anche dall\u2019interno del partito democratico, di non avere affrontato tempestivamente &#8211; cio\u00e8 in tempi coerenti con il ciclo elettorale &#8211; il problema della disoccupazione, su cui si giocher\u00e0 in gran parte la partita del consenso popolare. Infine, si rimprovera all\u2019amministrazione di essere insensibile agli umori del pubblico americano che vorrebbe un ritiro certo dall\u2019Afghanistan dopo il 2011 e chiede che gli sforzi e le risorse si concentrino nella risoluzione delle emergenze interne, come quella ambientale provocata dalla fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico.<\/p>\n<p>Dopo la consultazione di novembre, svaporato il clima elettorale, \u00e8 probabile che alcune di queste tensioni si attenuino. Inoltre, se Obama decider\u00e0 di ricandidarsi, come per ora si d\u00e0 per scontato, i democratici si unirebbero di nuovo in vista della sua rielezione nel 2012. Ma il rapporto tra amministrazione e i leader democratici al Congresso rimarr\u00e0 fortemente dialettico, soprattutto se, come sembra, tra gli eletti a novembre l\u2019ala meno moderata dei democratici dovessere essere maggiormente rappresentata che ora.<\/p>\n<p>In politica estera l\u2019amministrazione si \u00e8 mossa sull\u2019assunto che, quando sono in gioco problemi di vitale interesse nazionale, un eventuale mancato appoggio di una fetta dei democratici sarebbe stato compensato dai repubblicani pi\u00f9 disposti a una convergenza bipartisan in nome della sicurezza nazionale. Questo resta vero in generale, ma sono emersi al contempo segnali preoccupanti di un\u2019evoluzione populista ed isolazionista di segmenti del partito repubblicano. Nella ricerca affannosa del consenso popolare, vari leader repubblicani hanno optato per una critica frontale alla politica estera del governo, accusandola di essere troppo debole su alcuni fronti &#8211; come nel caso della mano tesa all\u2019Iran &#8211; e troppo interventista e dispendiosa in altri.<\/p>\n<p> \u00c8 difficile al momento prevedere le dimensioni e l\u2019esito di questa evoluzione in seno al partito repubblicano, ma le conseguenze non vanno sottovalutate. Ne sono una dimostrazione, fra l\u2019altro, le difficolt\u00e0 emerse nel processo di ratifica del nuovo trattato sulla riduzione degli armamenti strategici (\u2018New Start\u2019) firmato da Obama e dal presidente russo Dmitri Medvedev lo scorso aprile. Nonostante l\u2019amministrazione abbia ottenuto l\u2019appoggio di figure storiche del campo conservatore, come Henry Kissinger, nonch\u00e9 quello della stragrande maggioranza dell\u2019establishment militare e della sicurezza nazionale, il dibattito al Senato e in altri contesti istituzionali \u00e8 stato particolarmente politicizzato e polarizzato. Repubblicani populisti, come l\u2019ex candidato mormone alle presidenziali del 2008 Mitt Romney, hanno accusato l\u2019amministrazione di mettere a repentaglio la preponderanza militare Usa con pericolose e gratuite concessioni ai russi. La ratifica del trattato resta possibile, ma il clima in cui si sta svolgendo la sua discussione non \u00e8 certo di buon auspicio per il futuro della collaborazione in politica estera tra l\u2019amministrazione e il partito repubblicano.<\/p>\n<p><b>Crescenti vincoli interni<\/b><br \/>L\u2019amministrazione si \u00e8 mostrata fortemente consapevole, pi\u00f9 di ogni altra istituzione, dei vincoli cui \u00e8 sottoposta la proiezione internazionale del paese a causa di alcune debolezze strutturali interne.<\/p>\n<p>Nella nuova \u2018strategia della sicurezza nazionale\u2019 pubblicata a maggio, la Casa Bianca ha esplicitato, mai come prima nella storia moderna degli Stati Uniti, la stretta interdipendenza tra la prosperit\u00e0 economica interna e la capacit\u00e0 del paese di esercitare un\u2019efficace leadership internazionale. Il Segretario di Stato Hillary Clinton, in un discorso recente al Council on Foreign Relations, si \u00e8 spinta oltre, sottolineando come il debito stratosferico accumulato dal governo costituisca di per s\u00e9 una minaccia per la sicurezza nazionale. Quale che sia il verdetto di novembre, l\u2019amministrazione dovr\u00e0 muoversi nei prossimi anni in un contesto di ristrettezza finanziaria e sar\u00e0 dunque oggettivamente limitata nella sua capacit\u00e0 di azione. Questo \u00e8 un dato preoccupante che sollecita in America, ma anche in Europa, una seria riflessione.<\/p>\n<p>Le difficolt\u00e0 economiche degli Stati Uniti rimettono al centro del dibattito l\u2019importanza delle alleanze e delle istituzioni internazionali, e la connessa questione della ripartizione degli oneri e delle responsabilit\u00e0. Questa stessa dinamica dovrebbe spingere gli Usa, come in parte gi\u00e0 avvenuto negli ultimi due anni, ad un rapporto costruttivo con le potenze emergenti (a cominciare dalla Cina, che Washington vuole ora incoraggiare a un maggior impegno internazionale, anche in aree inedite come il sostegno allo sviluppo). I vincoli finanziari rendono improbabili nuovi interventi militari &#8211; una fonte di profitto per alcuni settori dell\u2019industria, ma un salasso per le casse del governo.<\/p>\n<p>\u00c8 questo il filo sottile su cui l\u2019amministrazione Obama dovr\u00e0 cercare di camminare senza perdere l\u2019equilibrio: fare dell\u2019America una \u201csuperpotenza frugale\u201d (<i>frugal superpower<\/i>) come l\u2019ha definita Michael Mandelbaum in un articolo recente. Un\u2019America, cio\u00e8, capace di autoriformarsi, smettendo di vivere al di sopra dei suoi mezzi, ma non meno impegnata nella gestione degli affari internazionali. Quale che sia l\u2019esito delle elezioni di novembre, sar\u00e0 questa la sfida che Obama dovr\u00e0 affrontare in politica estera nei prossimi due anni, anche in vista delle presidenziali del 2012.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>G. Gramaglia: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1546\" target= \"blank\"><b><u> Obama tiene l&#8217;Europa, ma perde la Turchia<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>R. Matarazzo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1547\" target= \"blank\"><b><u> Italiani tifano Obama, ma hanno dubbi<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>M. Mandelbaum: <a href= \" http:\/\/yaleglobal.yale.edu\/content\/us-faces-diminished-political-clout\" target= \"blank\"><b><u>A Cash-Strapped US Faces Diminished Political Clout<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A poco pi\u00f9 di un anno e mezzo dall\u2019insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, il cammino del partito democratico appare in salita. I sondaggi pi\u00f9 recenti danno i repubblicani in netto vantaggio (con un distacco in alcuni casi di sette punti). 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