{"id":15690,"date":"2010-10-07T00:00:00","date_gmt":"2010-10-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/le-lezioni-della-mini-crisi-nel-mar-della-cina\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:37","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:37","slug":"le-lezioni-della-mini-crisi-nel-mar-della-cina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/10\/le-lezioni-della-mini-crisi-nel-mar-della-cina\/","title":{"rendered":"Le lezioni della mini-crisi nel Mar della Cina"},"content":{"rendered":"<p>Eventi recenti hanno messo sotto pressione la <i>public diplomacy<\/i> della Repubblica Popolare Cinese (Rpc), gi\u00e0 impegnata in una complessa transizione dalla retorica del \u201cpaese in via di sviluppo\u201d, ormai difficilmente sostenibile, a quella dello \u201csviluppo pacifico\u201d. A preoccupare gli altri paesi non \u00e8 tanto il rischio che l\u2019ascesa cinese assuma una connotazione aggressiva, quanto che Pechino, forte del suo crescente peso economico, ampli sempre pi\u00f9 il perimetro delle sue ambizioni territoriali e geopolitiche. <\/p>\n<p><b>Un mare conteso<\/b><br \/>Dopo le polemiche estive sulle dispute nel Mar della Cina meridionale che hanno trovato un\u2019eco nel recente incontro tra il presidente americano Obama e i leader dei paesi Asean, nelle scorse settimane si \u00e8 rinfocolata un\u2019altra contesa, questa volta nelle acque del Mar della Cina orientale che separano la Cina (e Taiwan) dal Giappone.<\/p>\n<p align=\"center\"><img decoding=\"async\" src=\"IMAGE\/senkakus.gif\" hspace=\"5\" vspace=\"5\" border=\"0\"><\/p>\n<p>Lo scorso 8 settembre si \u00e8 verificato uno scontro tra due vascelli della Guardia Costiera nipponica e il peschereccio cinese <i>Minjinyu 5179 <\/i>a circa otto miglia nautiche dalla costa della pi\u00f9 estrema delle isole Senkaku, un gruppo di otto isolotti sotto l\u2019amministrazione di Tokyo come parte della prefettura di Okinawa (all\u2019estremit\u00e0 meridionale dell\u2019arcipelago giapponese). I 14 membri dell\u2019equipaggio cinese sono stati fermati, ma in breve rilasciati, tutti tranne il comandante del peschereccio che \u00e8 rimasto in stato d\u2019arresto per 18 giorni, in attesa che la competente procura di Ishigaki si pronunciasse sulla sua possibile incriminazione per resistenza a pubblico ufficiale, oltre che per violazione delle norme di passaggio nelle acque territoriali giapponesi. <\/p>\n<p>La Convenzione Onu sul Diritto del Mare del 1982 stipula all\u2019art.19 che le navi di ogni paese abbiano diritto ad attraversare le acque territoriali di un altro stato (definite in 12 miglia nautiche dalla costa) senza giovarsi delle riserve ittiche ivi contenute e a patto di non pregiudicare la sicurezza dello stato medesimo. La guardia costiera giapponese \u00e8 intervenuta contro il peschereccio cinese, che fonti anonime di Tokyo hanno peraltro accusato non tanto di pesca abusiva, quanto di spionaggio. Questo tipo di operazioni da parte cinese sarebbero in sensibile aumento dall\u2019inizio dell\u2019anno, a detta delle autorit\u00e0 nipponiche.<\/p>\n<p>I vertici di Pechino si sono rapidamente mobilitati, anche a seguito delle vivaci proteste sulla rete dei sempre pi\u00f9 influenti <i>netizen<\/i> nazionalisti, come constatato in un recente studio di Linda Jacobson per lo Stockholm Peace Research Institute (Sipri). Lo status giuridico delle acque in cui \u00e8 avvenuto l\u2019incidente \u00e8 incerto: le isole sono rivendicate dalla Rpc con il nome di Diaoyu, e dalla Repubblica di Cina (Taiwan), dove sono conosciute come Tiaoyutai. <\/p>\n<p><b>Tokyo tetragona<\/b><br \/>Dal canto suo, il Giappone rifiuta di prendere atto che esiste una disputa sulle isole, che ha incorporato in quanto \u201cterra nullius\u201d nel gennaio 1895: Tokyo ha sottolineato la scarsa plausibilit\u00e0 della rivendicazione cinese, che &#8211; a differenza di quanto vale per tutte le altre attualmente pendenti &#8211; non \u00e8 stata formulata all\u2019atto della nascita della Repubblica Popolare, ma solo nel 1970 dopo che, un anno prima, la Commissione Economica Onu per l\u2019Asia e l\u2019Estremo Oriente aveva rinvenuto giacimenti di petrolio nell\u2019area. <\/p>\n<p>Le autorit\u00e0 giapponesi sottolineano come l\u2019annessione delle isole sia avvenuta prima del Trattato di Shimoneseki (maggio 1895), quando Tokyo ottenne Taiwan dall\u2019impero cinese sconfitto nella guerra dell\u2019anno precedente. Per questa ragione sarebbe nulla la pretesa della Repubblica di Cina (Taiwan) di vedersi restituite le isole a norma del Trattato di San Francisco, che impose al Giappone di restituire alla Cina tutti i possedimenti acquisiti con la violenza da Shimoneseki in poi.<\/p>\n<p>Altrettanto poco plausibile \u00e8, secondo il governo giapponese, la serie di argomenti addotti dalla Rpc, che cita il primo rilevamento cartografico delle isole nel XIV secolo e l\u2019appartenenza delle Diaoyu al Regno di Ryukyu, gi\u00e0 tributario dell\u2019impero cinese (ma invero anche feudatario del signore giapponese di Satsuma), oltre che punto di appoggio per le navi imperiali cinesi impegnate nel contrasto alla pirateria giapponese dell\u2019epoca.<\/p>\n<p><b>Ricerca di un contrappeso<\/b><br \/>La querelle, conclusasi con il rilascio del comandante cinese e con una serie di reciproche richieste di scuse e risarcimenti, ha messo in evidenza tre interessanti dinamiche. In primo luogo, le autorit\u00e0 di Pechino hanno mostrato di avere la capacit\u00e0 e la volont\u00e0 politica di colpire gli interessi giapponesi. Il governo cinese ha prima convocato l\u2019ambasciatore giapponese varie volte, anche di notte, per esprimere le proprie rimostranze; in seguito ha interrotto gli incontri politici ad alto livello e quelli culturali, giungendo infine a minacciare gli interessi commerciali delle imprese giapponesi in Cina.<\/p>\n<p>Il secondo aspetto di rilievo \u00e8 il ruolo svolto degli Stati Uniti: Washington non ha fatto mancare un chiaro sostegno all\u2019alleato giapponese e, per quanto l\u2019Amministrazione mantenga una posizione di neutralit\u00e0 sulla disputa territoriale, il Pentagono ha confermato che il Trattato di alleanza bilaterale \u00e8 valido in caso di attacco ai danni di qualsiasi territorio sotto l\u2019effettiva amministrazione di Tokyo, ivi incluse le Senkaku.<\/p>\n<p>Questa dinamica conduce a una terza osservazione: la serie di mini-crisi in cui la Rpc si \u00e8 trovata coinvolta negli ultimi mesi mette in luce come i paesi dell\u2019Asia orientale siano lungi dal <i>bandwagoning<\/i>, cio\u00e8 dalla tentazione di saltare sul carro della potenza emergente. Non \u00e8 quindi detto che essi si debbano rassegnare, prima o poi, a una \u201cfinlandizzazione\u201d di fatto, inibendosi ogni scelta sgradita alla Rpc e accettando passivamente una sorta di dottrina Monroe <i>\u00e0-la-chinoise<\/i>. Sembra anzi che siano alla ricerca di un contrappeso all\u2019ingombrante vicino. Di qui anche la soddisfazione con cui hanno accolto il rinnovato impegno statunitense nell\u2019area.<\/p>\n<p>*<font size=\"1\"> Articolo in via di pubblicazione su <i>OrizzonteCina<\/i> (5\/2010), rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.<\/font><\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>S. Chiarucci: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1216\" target= \"blank\"><b><u>Il riarmo cinese e i nuovi equilibri nell\u2019Asia del Pacifico<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Eventi recenti hanno messo sotto pressione la public diplomacy della Repubblica Popolare Cinese (Rpc), gi\u00e0 impegnata in una complessa transizione dalla retorica del \u201cpaese in via di sviluppo\u201d, ormai difficilmente sostenibile, a quella dello \u201csviluppo pacifico\u201d. 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