{"id":15850,"date":"2010-11-05T00:00:00","date_gmt":"2010-11-04T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/contro-il-terrorismo-non-basta-il-catenaccio\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:31","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:31","slug":"contro-il-terrorismo-non-basta-il-catenaccio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/11\/contro-il-terrorismo-non-basta-il-catenaccio\/","title":{"rendered":"Contro il terrorismo non basta il catenaccio"},"content":{"rendered":"<p>Come nel Barbiere di Siviglia il venticello della calunnia \u201csi propaga e si raddoppia &#8211; e produce un\u2019esplosione\u201d che non lascia scampo al calunniato, cos\u00ec i recenti falliti attentati terroristici provenienti dallo Yemen vanno \u201cronzando nelle orecchie della gente\u201d e alimentano un\u2019atmosfera di timore e reazioni forse eccessive o comunque mal pianificate, oltre che diverse da paese a paese. Oscilliamo tra chi ha semplicemente deciso di aumentare la sorveglianza sui pacchi provenienti dallo Yemen e chi ha sospeso non solo il flusso delle merci, ma anche quello delle persone. Come se un pacco bomba non potesse essere impostato altrove o se ogni visitatore fosse un potenziale kamikaze.<\/p>\n<p><b>Di allarme in allarme<\/b><br \/>Fino a pochi giorni or sono la \u201cminaccia\u201d terroristica pi\u00f9 gettonata era quella dei residenti islamici (specie quelli di seconda o terza generazione) caduti sotto l\u2019influsso di predicatori estremisti e\/o indottrinati da siti internet criminali. In alcuni casi costoro avevano anche compiuto soggiorni di addestramento in qualche campo gestito da organizzazioni terroristiche in Pakistan o nello stesso Yemen, in altri casi erano dei semplici \u201cfai-da-te\u201d. Alcuni hanno purtroppo fatto delle vittime innocenti, ma la maggioranza ha fortunatamente fallito il suo tentativo. Ora \u00e8 di moda \u201cspostare l\u2019attenzione\u201d dal conflitto afgano alla confusa situazione yemenita e ad alcune aree meno controllate dell\u2019Arabia Saudita, nonch\u00e9 sulla Somalia e sul deserto del Sahara (in particolare nella regione nord-occidentale dell\u2019Africa). Nello stesso tempo, in realt\u00e0, a mietere vittime sono attentatori pi\u00f9 \u201ctradizionali\u201d, come ad Istanbul, in Afghanistan, in Pakistan e in Iraq. Ma queste minacce reali sembrano avere meno peso di quelle che fortunatamente si sono rivelate solo virtuali, ma dirette contro i nostri paesi.<\/p>\n<p>La minaccia terroristica contro i paesi europei esiste, ed \u00e8 stata ampiamente provata, tra l\u2019altro, dalle stragi di Madrid e di Londra, ma \u00e8 ancora ben lungi dall\u2019essere cos\u00ec alta e diffusa come invece sembra essere percepita, non solo dall\u2019opinione pubblica, ma anche da alcuni governi. La vigilanza e le operazioni di intelligence pagano, ma hanno bisogno di essere sostenute da una strategia complessiva di lungo periodo che non cambi ad ogni brezza mediatica, con il rischio di aggravare la situazione.<\/p>\n<p>Fenomeni terroristici sono endemici, un po\u2019 in tutte le societ\u00e0, e in genere richiedono essenzialmente efficaci operazioni di polizia. Il terrorismo internazionale, facilitato dai mezzi di comunicazione e di trasporto della societ\u00e0 globalizzata, \u00e8 invece un fenomeno diverso e pi\u00f9 difficile da combattere perch\u00e9 richiede un livello ancora inesistente (o troppo settoriale) di cooperazione internazionale. In realt\u00e0, pi\u00f9 una societ\u00e0 si chiude in un bozzolo difensivo, intralciando o rallentando la cooperazione tra i servizi informativi e le forze di polizia, pi\u00f9 favorisce i terroristi che riescono ad inserirsi in questi spazi di inefficienza. Il problema maggiore per\u00f2 \u00e8 che, al di l\u00e0 dell\u2019Intelligence, gli interventi internazionali di repressione sono ancora troppo imprecisi ed incerti (e a volte troppo scoordinati tra loro) per essere realmente efficaci.<\/p>\n<p>Ad esempio, il maggior timore del governo dello Yemen, a questo stadio, sembra essere, pi\u00f9 che il terrorismo, un eventuale intervento di forza, dall\u2019esterno, sul suo territorio, che lo trasformi in una sorta di nuovo Afghanistan. E non \u00e8 detto che questa non sia proprio la segreta speranza della dirigenza terrorista che potrebbe cercare cos\u00ec di profittare del caos nello Yemen per destabilizzare l\u2019obiettivo pi\u00f9 pagante, e cio\u00e8 l\u2019Arabia Saudita. Un po\u2019 come gi\u00e0 sta avvenendo tra Afghanistan e Pakistan.<\/p>\n<p>\u00c8 possibile immaginare un diverso modello di \u201cgestione delle crisi\u201d che appaia meno traumatico per i paesi dove si interviene e di maggiore successo per la sicurezza internazionale? L\u2019ampio, anche se a volte un po\u2019 confuso, dibattito in corso tra gli analisti sulla cosiddetta \u201chuman security\u201d va in questa direzione, cos\u00ec come l\u2019attenzione crescente che gli europei in particolare dedicano alla condotta di operazioni integrate \u201ccivili-militari\u201d, ma siamo ancora lontani dalla formulazione di dottrine e strategie pienamente convincenti. Troppo spesso le varie componenti oscillano a favore dell\u2019uno o dell\u2019altro corno del dilemma, propugnando la \u201csuperiorit\u00e0\u201d di una componente sull\u2019altra e finendo per ricadere nel vecchio modello della separazione tra logica militare e logica civile o tra operazioni belliche ed operazioni di salvaguardia dei diritti umani.<\/p>\n<p><b>Arroccamento autolesionista<\/b><br \/>Pu\u00f2 cos\u00ec avvenire che, visti gli alti costi umani e finanziari che hanno caratterizzato gli interventi in Iraq e in Afghanistan, nonch\u00e9 i tempi lunghi e i risultati quanto meno incerti che sono stati sinora conseguiti, si delinei una strategia pi\u00f9 difensiva che offensiva, volta a limitare i danni e se possibile ad erigere barriere, pi\u00f9 che a sconfiggere gli avversari. In tal modo per\u00f2 si rischia di alimentare una crescente frammentazione politica della globalizzazione, in contrasto con la sua forte interconnessione economica e tecnologica, che potrebbe avere effetti sistemici molto negativi e pericolosi, oltre a lasciare ai terroristi il vantaggio dell\u2019iniziativa.<\/p>\n<p>Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di uscire dallo schema della \u201cguerra di civilt\u00e0\u201d, teoricamente respinto da tutti (per le sue evidenti contraddizioni interne, oltre che per il fatto di essere politicamente controproducente), ma di fatto riproposto in modo ambiguo quando si parla di costruire \u201cnuove\u201d realt\u00e0 statuali e sociali pi\u00f9 o meno ispirate al modello democratico occidentale. Non perch\u00e9 questo sia un cattivo modello, ma perch\u00e9 la sua esportazione, quando \u00e8 accompagnata dall\u2019uso della forza, provoca facilmente nuovi disastri e genera nuove opposizioni.<\/p>\n<p>La garanzia della \u201chuman security\u201d deve andare di pari passo con il rispetto dei modi e dei tempi propri delle societ\u00e0 in cui si interviene, anche se non si pu\u00f2 certo escludere la normale \u201ccontaminazione\u201d culturale che \u00e8 sempre parte di ogni conflitto (e che, nel pi\u00f9 lungo termine, contribuisce a superare antiche contrapposizioni).<\/p>\n<p><b>Una strategia globale<\/b><br \/>Accettare il fatto che siamo tutti \u201csulla stessa barca\u201d significa anche riconoscere che il pi\u00f9 alto livello della minaccia terroristica non riguarda i nostri paesi, bens\u00ec proprio i paesi islamici e le aree dei nostri interventi esterni. Al di l\u00e0 di un necessario principio di precauzione, che deve mantenere alta l\u2019attenzione contro possibili azioni terroristiche nei nostri paesi, il centro di una strategia offensiva deve essere interventista e tradursi in una gestione mirata delle crisi, avendo per\u00f2 come primo obiettivo il consolidarsi di sistemi efficaci e quanto pi\u00f9 inclusivi possibile di governo su base locale. Ci\u00f2 implica la necessit\u00e0 di conoscere molto meglio le situazioni locali e di accelerare ed approfondire lo studio delle esperienze fatte sino ad oggi per elaborare su quella base dottrine e strategie civili-militari pi\u00f9 credibili e possibilmente pi\u00f9 efficaci.<\/p>\n<p>Il secondo obiettivo \u00e8 quello di intensificare molto di pi\u00f9 la cooperazione internazionale sia nel settore dell\u2019intelligence che in quello delle contromisure difensive e delle reazioni agli allarmi. Siamo gi\u00e0 incamminati su questa strada (come si \u00e8 visto ad esempio nella collaborazione realizzata contro la minaccia dei pacchi-bomba), ma essa va molto pi\u00f9 sviluppata e soprattutto organizzata sulla base di pi\u00f9 cogenti accordi internazionali e, ove possibile, di responsabilit\u00e0 multilaterali o sopranazionali. E\u2019 quello che, ancora confusamente, si cerca di fare nel trasporto aereo, ma andr\u00e0 progressivamente esteso anche ad altri settori.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 non ci liberer\u00e0 del terrorismo internazionale in tempi brevi, ma pu\u00f2 servire a limitarne le opzioni e soprattutto a diffondere nei nostri paesi la convinzione che stiamo andando nella direzione giusta e non stiamo facendoci trasportare dal \u201cventicello\u201d della calunnia, o della paura.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>F. Marone: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1574\" target= \"blank\"><b><u>Terrorismo tra allerte, allarmi e allarmismo<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come nel Barbiere di Siviglia il venticello della calunnia \u201csi propaga e si raddoppia &#8211; e produce un\u2019esplosione\u201d che non lascia scampo al calunniato, cos\u00ec i recenti falliti attentati terroristici provenienti dallo Yemen vanno \u201cronzando nelle orecchie della gente\u201d e alimentano un\u2019atmosfera di timore e reazioni forse eccessive o comunque mal pianificate, oltre che diverse [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[110],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15850"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=15850"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15850\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":61955,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/15850\/revisions\/61955"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=15850"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=15850"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=15850"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}