{"id":15870,"date":"2010-11-05T00:00:00","date_gmt":"2010-11-04T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/estremismo-serbo-leuropa-non-cade-nel-tranello\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:32","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:32","slug":"estremismo-serbo-leuropa-non-cade-nel-tranello","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/11\/estremismo-serbo-leuropa-non-cade-nel-tranello\/","title":{"rendered":"Estremismo serbo, l\u2019Europa non cade nel tranello"},"content":{"rendered":"<p>A fine ottobre il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell\u2019Unione Europea (Ue) ha scongelato il processo di avvicinamento della Serbia all\u2019Europa e ha trasmesso alla Commissione la sua richiesta di adesione alla Ue. Questa decisione \u00e8 un compromesso tra i paesi che maggiormente sostenevano la posizione serba, tra cui l\u2019Italia, e i paesi pi\u00f9 intransigenti, primo tra tutti l\u2019Olanda: su pressione di quest\u2019ultima, infatti, ogni passo in avanti nel processo di negoziato tra la Ue e la Serbia sar\u00e0 condizionato ai progressi nella cooperazione di Belgrado con il Tribunale internazionale dell&#8217;Aja per arrivare all&#8217;arresto di tutti i criminali di guerra e in particolare di Ratko Mladic, il famigerato boia di Srebrenica. La Serbia ha cos\u00ec una possibilit\u00e0 concreta di uscire dal lungo periodo di isolamento internazionale nel quale era precipitata dopo le feroci guerre balcaniche.<\/p>\n<p><b>Risultato non scontato<\/b><br \/>\nLe conclusioni del Consiglio premiano gli sforzi compiuti dal presidente Boris Tadic, eletto per la prima volta nel 2004 e riconfermato nel 2008, per far voltare pagina al suo paese. Sforzi peraltro fortemente e violentemente contrastati dagli apparati legati al passato regime e da una parte significativa della societ\u00e0 civile serba, profondamente tradizionalista e nazionalista, che non accetta la perdita del Kosovo e che in nome del panslavismo preferisce ancora guardare a Mosca, piuttosto che ad Occidente.<\/p>\n<p>A pesare sulle decisioni del Consiglio erano fattori ed episodi sia positivi che negativi. Tra i primi sicuramente il nuovo corso della politica serba, guidata da un governo riformista ed europeista che si pone come obiettivo quello di far uscire il proprio paese dall\u2019angolo in cui si \u00e8 cacciato, e la significativa, anche se parziale apertura compiuta sulla questione del Kosovo. Tra i secondi la perdurante latitanza del criminale di guerra Ratko Mladic, possibile solo grazie a connivenze e solidariet\u00e0 di una parte dell\u2019apparato di sicurezza serbo ed i violenti e spesso spettacolari attacchi al governo e all\u2019Occidente compiuti dal blocco formato dall\u2019apparato pi\u00f9 legato al passato regime, dalle componenti tradizionaliste e nazionaliste della societ\u00e0 serba, dalle frange nazionaliste violente e dal crimine organizzato.<\/p>\n<p>Avrebbero potuto pesare negativamente anche gli scontri avvenuti in occasione dell\u2019ultimo Gay Pride di Belgrado. Invece, in questo caso l\u2019Ue ha preferito darne una lettura moderatamente positiva. Il fatto che la manifestazione a sostegno dei diritti degli omosessuali si sia potuta finalmente tenere anche a Belgrado, nonostante che i violenti scontri ne abbiano limitato la durata effettiva a solo un quarto d\u2019ora, \u00e8 stato comunque importante. Per la Ue il Gay Pride di Belgrado rappresentava un test della volont\u00e0 del governo di garantire e tutelare le minoranze e pi\u00f9 in generale il diritto alla libera espressione dell\u2019individuo: test regolarmente fallito a partire dal 2001, quando, nella totale indifferenza delle forze dell\u2019ordine, nelle strade della capitale serba si scaten\u00f2 una vera e propria caccia all\u2019uomo. Ancora lo scorso anno il governo Tadic fu costretto a piegarsi alle fortissime pressioni della destra e dei nazionalisti e a cancellare la manifestazione.<\/p>\n<p><b>Il braccio violento del blocco nazionalista <\/b><br \/>\nQuella del Gay Pride \u00e8 solo una delle ultime occasioni in cui il blocco nazional-tradizionalista ha operato per cercare di frenare l\u2019apertura della societ\u00e0 serba. Ancora pi\u00f9 eclatante \u00e8 stato l\u2019omicidio il 12 marzo 2003 dell\u2019allora primo ministro serbo Zoran Djindjic. Per quell\u2019omicidio nel 2007 sono stati condannati a 40 anni di reclusione Milorad Ulemek Legija, ex comandante dell&#8217;unit\u00e0 per le operazioni speciali (Jso) e Zvezdan Jovanovic, ex vice comandante della stessa unit\u00e0, e a 35 anni quattro appartenenti al clan criminale di Zemun. Significativo e spettacolare fu anche l\u2019assalto all\u2019ambasciata degli Stati Uniti del febbraio 2008, dopo il riconoscimento dell\u2019indipendenza del Kosovo da parte delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p>\u00c8 un copione ormai consolidato e sperimentato. All\u2019interno dell\u2019amministrazione si mobilitano i funzionari legati al passato regime o comunque contrari ad ogni concessione o apertura, mentre i finanziamenti arrivano in parte dal crimine organizzato, e a scatenare la violenza nelle strade pensano gli ultras e le bande nazionaliste.<\/p>\n<p>Quanto contino i segnali lanciati dalle violenze delle tifoserie, e in particolar modo quella belgradese, e quanto sia forte il loro legame con alcuni settori degli apparati di sicurezza \u00e8 storia antica. Essa ha avuto il suo battesimo ufficiale il 13 maggio del 1990, all\u2019alba dei conflitti che avrebbero insanguinato l\u2019ex-Jugoslavia, quando, una settimana dopo le elezioni croate che avevano visto la vittoria dell\u2019Unione Democratica (Hdz) di Franjo Tudjman, in occasione della partita tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado, lo stadio Maksimir di Zagabria divenne terreno di violentissimi scontri. A guidare gli ultranazionalisti serbi era Zeljko Raznatovic &#8211; un delinquente comune ricercato anche all\u2019estero per diversi reati &#8211; poi divenuto capo, con il nome di Arkan, di una delle pi\u00f9 feroci bande di paramilitari serbi, i cui appartenenti erano spesso criminali provenienti dalle tifoserie serbe pi\u00f9 estremiste, responsabile di orrendi massacri in Bosnia-Erzegovina. Le stesse bande opereranno in Kosovo e dopo la guerra del 1999, ormai messo nel cassetto il sogno della Grande Serbia, verranno usate all\u2019interno del paese. Non \u00e8 casuale che a guidare l\u2019assalto all\u2019ambasciata americana nel 2008 fosse Ivan Bogdanov, il capo ultras protagonista degli scontri di Genova, pochi giorni or sono.<\/p>\n<p>L\u2019escalation violenta verificatosi quest\u2019autunno deriva in larga parte da questa situazione, che vede le tifoserie estremiste di Belgrado legate al blocco nazionalista serbo, anche se il legame con il mondo calcistico rende a volte difficile comprendere quanto vi sia di politico e quanto di teppistico-criminale nelle azioni degli ultras. L\u2019episodio pi\u00f9 grave \u00e8 stato quello dello scorso 17 settembre quando venne ucciso un tifoso francese, in pieno centro di Belgrado, prima della partita Partizan Belgrado-Tolosa; seguito dalla notte da incubo vissuta dalla capitale serba dopo la sconfitta della nazionale contro l\u2019Estonia lo scorso 9 ottobre. Il giorno dopo \u00e8 stata la volta del Gay Pride e il 12 ottobre abbiamo avuto gli scontri a Genova in occasione della partita Italia-Serbia.<\/p>\n<p>Un mese di scontri al quale fa da contraltare un periodo particolarmente delicato e importante per la politica estera ed interna serba. Il 13 ottobre, il giorno dopo gli scontri di Genova, \u00e8 arrivata a Belgrado in visita ufficiale il segretario di stato americano Hillary Clinton: un passo importante nel processo di riavvicinamento del paese balcanico con gli Stati Uniti e la Nato. Lo stesso giorno avrebbe dovuto tenersi l\u2019intergovernativa tra la stessa Serbia e l\u2019Italia, ma fortunatamente il vertice era stato gi\u00e0 rimandato, prima degli scontri di Genova. Il 25 ottobre, infine, si \u00e8 tenuto il Consiglio europeo che ha esaminato la posizione serba. Un calendario serrato di incontri internazionali il cui esito era di non poca importanza per l\u2019attuale esecutivo serbo. La scommessa europeista, infatti, \u00e8 uno degli elementi chiave della presidenza Tadic: il suo fallimento, ovvero un diniego europeo provocato magari dalle ennesime violenze, avrebbe potuto avere ripercussioni profonde e favorire una svolta indietro e a destra del governo, rimettendo in auge il blocco nazionalista-conservatore e relegando in posizione defilata i riformisti.<\/p>\n<p>La decisione europea, con il sostegno motivato dell\u2019Italia, ha eliminato, almeno per ora, tale rischio e, instradando la Serbia sulla via dell\u2019adesione all\u2019Ue, contribuisce a sostenere una progressiva apertura (e si spera anche modernizzazione) dello stato balcanico. \u00c8 una linea che nel resto dei Balcani ha pagato, aiutando a smorzare la follia nazionalista.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>G. Merlicco: <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1572\" target=\"blank\"><b><u>Lo scoglio del Kosovo tra Bruxelles e Belgrado <\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A fine ottobre il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell\u2019Unione Europea (Ue) ha scongelato il processo di avvicinamento della Serbia all\u2019Europa e ha trasmesso alla Commissione la sua richiesta di adesione alla Ue. 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