{"id":15880,"date":"2010-11-05T00:00:00","date_gmt":"2010-11-04T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-percorso-a-ostacoli-per-la-rielezione\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:32","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:32","slug":"obama-percorso-a-ostacoli-per-la-rielezione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/11\/obama-percorso-a-ostacoli-per-la-rielezione\/","title":{"rendered":"Obama, percorso a ostacoli per la rielezione"},"content":{"rendered":"<p>Non \u00e8 stata una sconfitta, ma una vera e propria disfatta quella subita dal Presidente Obama e dal Partito democratico nelle elezioni di mid-term. Le condizioni precarie in cui versa l\u2019economia americana e ancor pi\u00f9 le sue incerte prospettive hanno contribuito in misura determinante alla storica debacle dei democratici. Le sorti della presidenza di Obama sono a questo punto strettamente legate all\u2019evoluzione dell\u2019economia americana nei prossimi due anni e alle politiche che verranno attuate per rilanciarla. Ma una crisi economica destinata a perdurare e un Congresso profondamente diviso dal risultato elettorale rischiano di compromettere seriamente le possibilit\u00e0 di rielezione di Barack Obama nel 2012 .<\/p>\n<p><b>Eccesso di cautela <\/b><br \/>Nell\u2019elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti  l\u2019economia aveva avuto un ruolo determinante: una larga fetta di americani lo aveva votato perch\u00e9 lo riteneva in grado di fronteggiare meglio del suo avversario, il senatore McCain, la drammatica crisi in cui era piombata l\u2019economia americana. Una consistente fetta di quegli stessi elettori, dopo appena due anni, lo ha punito severamente non andando a votare o votando i candidati repubblicani al Congresso, al Senato o alla carica di Governatore.<\/p>\n<p>Circa l\u201980 per cento di chi ha votato repubblicano ha addotto come motivazione la precaria situazione dell\u2019economia e l\u2019incerta condotta del governo di fronte alla disoccupazione montante. \u00c8 una disfatta elettorale che trova una sua parziale giustificazione proprio nelle ambigue e, di fatto, velleitarie scelte economiche effettuate in questi due anni dall\u2019amministrazione Obama in campi assai rilevanti, come le politiche di stimolo fiscale, la riforma sanitaria, e la regolamentazione finanziaria.<\/p>\n<p>Sul primo terreno \u00e8 stato varato lo scorso anno un pacchetto di stimoli fiscali del tutto inadeguato sia a fronteggiare la pi\u00f9 grave recessione dai tempi della Grande Depressione che a sostenere la gigantesca domanda effettiva dell\u2019economia americana. Tanto pi\u00f9 che al suo interno non figuravano gli investimenti a lungo termine promessi in campagna elettorale ma, per lo pi\u00f9, trasferimenti alle varie amministrazioni locali e spese pubbliche pi\u00f9 o meno improduttive. Di qui una crescita  persistentemente al di sotto del suo potenziale e una disoccupazione, che \u00e8 rimasta inchiodata a tassi a due cifre. La maggioranza degli elettori ha quindi visto nel pacchetto di stimoli varato da Obama solo uno spreco di risorse che non ha fatto che incrementare il debito pubblico.<\/p>\n<p><b>Finanza e riforma sanitaria<\/b><br \/>Non meno deludenti i risultati della riforma sanitaria. Presentata come una storica estensione dell\u2019intervento pubblico e della copertura assistenziale a decine di milioni di americani che ne erano sprovvisti, la riforma si \u00e8 trasformata in un ginepraio ad un tempo di nuovi diritti e nuovi privilegi, con incerti saldi netti che hanno spaventato soprattutto le piccole imprese e gli anziani. Il risultato \u00e8 che oggi una vasta maggioranza di americani avversa apertamente &#8211; per una molteplicit\u00e0 di ragioni spesso contraddittorie la riforma o ne chiede addirittura una drastica revisione.<\/p>\n<p>Infine, la riforma finanziaria, approvata con grande enfasi  poco prima dell\u2019estate e dopo costosi interventi di salvataggio a favore delle grandi banche e degli istituti finanziari immobiliari, per lo pi\u00f9 realizzati a spese dei contribuenti. Una riforma giudicata da molti autorevoli osservatori un passo avanti, per certi versi, ma assai debole nel suo complesso, perch\u00e9 di difficile applicazione e inadeguata a prevenire o comunque a contenere gli effetti di crisi gravi come quelle di questi ultimi anni.<\/p>\n<p>In definitiva, le politiche economiche intraprese in questi due anni dall\u2019amministrazione Obama non hanno sostanzialmente migliorato le prospettive dell\u2019economia, e hanno finito per deludere molti, su entrambi i fronti. Conservatori e progressisti, hanno cos\u00ec accusato il presidente per ragioni opposte: gli uni per eccessivo interventismo, gli altri per scarso coraggio. Una somma di delusioni che ha trovato puntuale espressione nei risultati delle elezioni di mid-term.<\/p>\n<p><b>E ora? <\/b><br \/>La disfatta elettorale \u00e8 destinata a ridisegnare il contesto politico-economico della seconda parte del mandato presidenziale di Obama. Il negativo responso delle urne dovrebbe spingere il presidente a ripensare l\u2019approccio ai problemi dell\u2019economia. Ed in effetti, nella conferenza stampa tenuta il giorno dopo il risultato elettorale, Obama ha rivolto ai repubblicani l&#8217;invito &#8211; che \u00e8 anche una sfida &#8211; a lavorare insieme a nuove iniziative per rilanciare l\u2019economia e creare nuovi posti di lavoro.<\/p>\n<p>La parola d\u2019ordine di questa nuova fase si chiama compromesso. Che, specie su alcuni temi chiave e priorit\u00e0 strategiche, appare indispensabile. Le prime due scadenze importanti saranno a fine anno: si dovr\u00e0 decidere sulla proroga o meno, e in che misura, dei tagli fiscali introdotti da Bush nel 2001 e nel 2003, e verr\u00e0 presentato il rapporto della commissione bipartisan sulle misure per la riduzione a medio termine del deficit e del debito pubblico.<\/p>\n<p>   Sul primo tema i democratici propongono una conferma delle riduzioni d\u2019imposta solo ai redditi medio-bassi (fino a 250 mila dollari annui), mentre i repubblicani sono per un rinnovo delle esenzioni a tutti indistintamente. Due le possibili soluzioni di compromesso: la fissazione di un tetto massimo di un milione di dollari di reddito per le esenzioni o il rinnovo dei benefici fiscali ai pi\u00f9 ricchi solo per un paio di anni. Si tratterebbe, in entrambi i casi, di soluzioni costose, che limiterebbero lo spazio di manovra per la riduzione del deficit pubblico. Anche sul secondo tema la priorit\u00e0 \u00e8 un accordo che eviti una prematura introduzione di pesanti misure di austerit\u00e0 fiscale, che finirebbero per deprimere la domanda e la crescita di un&#8217;economia gi\u00e0 debole, e che rischia di cadere in una nuova fase recessiva.<\/p>\n<p><b>Strategia del compromesso<\/b><br \/>Proponendo accordi di compromesso, Obama cercherebbe di costringere i repubblicani ad assumersi la responsabilit\u00e0 di alcune scelte economiche particolarmente difficili e importanti, cos\u00ec da poter riversare su di loro, in futuro, anche le colpe di eventuali andamenti negativi dell\u2019economia.<\/p>\n<p>\u00c8 una strategia assai complessa e difficile da realizzare, ma che fu perseguita con successo da Bill Clinton a partire dal 1994, quando sub\u00ec un&#8217;analoga disfatta nelle elezioni di mid-term e riusc\u00ec a rilanciarsi spostandosi al centro, il che gli permise di vincere le elezioni presidenziali del 1996.<\/p>\n<p>Il problema, tuttavia, \u00e8 che i repubblicani sono profondamente cambiati in questi ultimi quindici anni. Negli ultimi due anni hanno soprattutto cercato di impedire l\u2019approvazione di ogni provvedimento legislativo &#8211; indipendentemente dai suoi contenuti &#8211; col solo intento di mettere in difficolt\u00e0 il presidente e il partito democratico. Una strategia dei no che potrebbero rinnovare, affossando sul nascere ogni possibile compromesso. Tanto pi\u00f9 che all\u2019interno del partito repubblicano hanno ora una notevole influenza i nuovi eletti del movimento populista di destra del Tea Party.<\/p>\n<p><b>Braccio di ferro<\/b><br \/>Con un Congresso diviso in seguito al risultato elettorale e di fronte alle difficolt\u00e0 di realizzare una strategia del compromesso, l\u2019altro possibile scenario \u00e8 quello di un braccio di ferro permanente tra i due grandi partiti tale da provocare una sorta di semiparalisi di governo per il prossimo biennio. Ventiquattro mesi in cui i repubblicani continuerebbero a praticare una strategia ostruzionistica, rivelatasi fin qui elettoralmente redditizia, con l\u2019obiettivo di consolidare presso il grande pubblico l\u2019immagine di un Obama strenuo paladino dell\u2019intervento pubblico che, in quanto tale, ha dilapidato senza costrutto un enorme ammontare di risorse pubbliche, addossando sulle spalle della presente generazione e di quelle future una montagna di nuovi debiti.<\/p>\n<p>In un simile contesto finirebbero per prevalere gli istinti primordiali dei due partiti, con il rigetto aprioristico di alcune politiche e misure di intervento. Nel campo delle politiche fiscali, ad esempio, i democratici impedirebbero ogni taglio nel campo della sicurezza sociale o di altri programmi di spesa sociale, chiedendo che a pagare siano innanzi tutto le grandi imprese e i pi\u00f9 ricchi. I repubblicani, dal canto loro, opporrebbero un analogo fuoco di sbarramento nei confronti di provvedimenti tesi ad aumentare le imposte di chiunque. \u00c8 evidente che un braccio di ferro di questo tipo, tutto giocato in chiave elettorale, renderebbe di fatto insolubile ogni grande problema e impedirebbe politiche efficaci di rilancio dell\u2019economia.<\/p>\n<p><b>It\u2019s the economy\u2026 <\/b><br \/>In questo quadro anche il riferimento alla strategia di rielezione attuata con successo da Clinton a met\u00e0 degli anni novanta appare peregrino. A parte la differente  personalit\u00e0 dei due presidenti, le condizioni economiche di oggi sono profondamente diverse da quelle di allora. A met\u00e0 degli anni novanta l\u2019economia americana era in piena fase di espansione, sorretta da formidabili incrementi di produttivit\u00e0. Fu proprio la forte crescita a contribuire in modo determinante alla rielezione di Bill Clinton.<\/p>\n<p>Oggi, al contrario, tutto lascia prevedere che l\u2019economia americana, schiacciata dai suoi debiti e in assenza di nuovi stimoli, crescer\u00e0 poco nei prossimi due anni (1,5-2% all\u2019anno) e molto al di sotto del suo potenziale, con una disoccupazione che \u00e8 destinata a mantenersi eccezionalmente elevata. Anche l\u2019intervento deciso in questi giorni dalla Federal Reserve, che ha immesso 600 miliardi di dollari di nuova liquidit\u00e0 attraverso l\u2019acquisto di titoli pubblici (il cosiddetto <i>quantitative easing n.2<\/i>) contribuir\u00e0 assai poco al rilancio dell\u2019economia reale e dell\u2019occupazione, data l\u2019enorme liquidit\u00e0 di cui dispongono oggi le banche e tutti i grandi gruppi.<\/p>\n<p>\u00c8 dunque prevedibile che i cittadini americani finiranno per essere ancora pi\u00f9 delusi dalle condizioni dell\u2019economia e vieppi\u00f9 angosciati dalle sue incerte prospettive. Aumenteranno cos\u00ec le probabilit\u00e0 che Obama possa divenire un \u2018one term President\u2019 come gi\u00e0 accaduto a Jimmy Carter alla fine degli anni \u201870 e a Bush senior all\u2019inizio degli anni \u201990: gli elettori bocciarono entrambi a causa del pessimo andamento dell\u2019economia.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1582\" target= \"blank\"><b><u>Obama, un\u2019anatra quasi zoppa?<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non \u00e8 stata una sconfitta, ma una vera e propria disfatta quella subita dal Presidente Obama e dal Partito democratico nelle elezioni di mid-term. Le condizioni precarie in cui versa l\u2019economia americana e ancor pi\u00f9 le sue incerte prospettive hanno contribuito in misura determinante alla storica debacle dei democratici. 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