{"id":16340,"date":"2010-12-31T00:00:00","date_gmt":"2010-12-30T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/usa-2011-i-dilemmi-del-declino\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:20","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:20","slug":"usa-2011-i-dilemmi-del-declino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2010\/12\/usa-2011-i-dilemmi-del-declino\/","title":{"rendered":"Usa 2011, i dilemmi del declino"},"content":{"rendered":"<p>Ha nome <i>New Start <\/i>il trattato con la Russia sulla limitazione delle armi nucleari strategiche, ratificato <i>in extremis <\/i>dal Senato degli Stati Uniti, mentre nelle vie e nelle piazze tintinnavano ossessivi i campanelli di Santa Claus, annunciatori di regali. In inglese significa \u201cnuovo inizio\u201d, e augura bene per il futuro della politica estera di Obama. Ci si pu\u00f2 contare intanto per il 2011? Per rispondere alla domanda \u00e8 bene porla in un contesto di medio periodo, che non \u00e8 favorevole n\u00e9 dal punto di vista politico n\u00e9 da quello economico.<\/p>\n<p><b>Scontro partigiano<\/b><br \/>Lo scenario politico \u00e8 segnato da un\u2019acuta polarizzazione partitica, che sembra destinata a durare almeno per un biennio, fino alle elezioni presidenziali del novembre 2012, in occasione delle quali si vedr\u00e0 se vale ancora l\u2019antica regola che non si diventa presidente se non si conquista il centro moderato. Chiunque visiti gli Stati Uniti in questi tempi \u00e8 colpito dalla durezza del linguaggio nei <i>talk show<\/i> televisivi e dalla faziosit\u00e0 delle argomentazioni, l\u2019una e l\u2019altra, pare, atte a conquistare <i>audience <\/i>e attirare inaudite quantit\u00e0 di fondi a scopo lobbistico, ora che la Suprema Corte ne ha eliminato ogni limitazione.<\/p>\n<p>Lo scontro partigiano non ha per oggetto principale gli affari internazionali. Dominano la situazione economica e quella sociale, anzi la stessa concezione dello stato: cio\u00e8 il ruolo del governo federale, i limiti all\u2019immigrazione e il giusto rapporto fra libert\u00e0 individuale ed equit\u00e0 comunitaria, tutte cose su cui si \u00e8 fatta l\u2019America. <\/p>\n<p>Ma anche la politica estera ne risente. Alla vigilia del voto favorevole allo Start rinnovato, il <i>New York Times<\/i> riferiva che \u201ci collaboratori di Obama sono i primi ad ammettere che la lezione della battaglia sul trattato \u00e8 che la spaccatura politica sulla sicurezza nazionale si sta allargando\u201d. Non che il partito repubblicano abbia una strategia alternativa a quella dell\u2019amministrazione: a favore di una ratifica cos\u00ec ovviamente nell\u2019interesse di Washington \u00e8 dovuto intervenire l\u2019intero <i>establishment <\/i>di quella parte, da Henry Kissinger a Condoleezza Rice, contro la resistenza di praticamente tutti quelli che hanno ambizioni presidenziali, da Mitt Romney a Sarah Palin.<\/p>\n<p><b>Il macigno del debito<\/b><br \/>Pi\u00f9 avverso ancora \u00e8 il contesto economico, che non si limita al prossimo biennio, ma influenzer\u00e0 le cose per almeno un altro decennio. Tutte le previsioni concordano che, durante questo intervallo di tempo ,gli Stati Uniti vedranno declinare la loro potenza rispetto a quelle emergenti, anzi gi\u00e0 emerse, e probabilmente anche lo standard di vita dei cittadini. <\/p>\n<p>Il punto di maggiore debolezza \u00e8 la situazione fiscale. Fino a circa dodici anni fa, con l\u2019eccezione della seconda guerra mondiale, il debito federale si \u00e8 mantenuto intorno a un terzo del Pil. Durante la presidenza Clinton, qualche anno fiscale ha perfino registrato dei surplus. Durante quella di Bush (figlio) la situazione si \u00e8 rapidamente deteriorata, non solo e non tanto per l\u2019Iraq, l\u2019Afghanistan e la guerra globale al terrorismo, quanto perch\u00e9 la suddetta divisione politica, da allora crescente, ha fatto mancare il tradizionale consenso <i>bipartisan <\/i>attorno all\u2019obiettivo di raggiungere un qualche equilibrio di bilancio.<\/p>\n<p>La grande crisi finanziaria divenuta economica, che ha accompagnato il passaggio di consegne a Obama, ha fatto il resto. Risultato: il <i>Congressional Budget Office <\/i>stima a quasi dieci le migliaia di miliardi di dollari di deficit che si accumuleranno di qui al 2020, dunque quasi un migliaio all\u2019anno, portando il debito al 90% del Pil di quella che pur rester\u00e0 la prima economia del mondo. Di conseguenza, tenuto conto che al finanziamento di un tale deficit si aggiunge il servizio del debito accumulatesi, il Tesoro americano dovr\u00e0 chiedere in prestito qualcosa come cinquemila miliardi ogni anno. Non bastasse, sono fuori da queste valutazioni le garanzie a imprese governative, come le famose Fanny Mae e Freddie Mac, nonch\u00e9 l\u2019indebitamento dei governi locali, California in testa. Ora, chi \u00e8 il pi\u00f9 grande prestatore al pi\u00f9 grande debitore? La Cina, come \u00e8 noto, cio\u00e8 quella delle potenze economiche emerse che pi\u00f9 delle altre \u00e8 anche potenza geo-strategica rivale.<\/p>\n<p><b>Le sfide della politica estera<\/b><br \/>Il che dal contesto ci riporta all\u2019attualit\u00e0 della politica estera. Questa, gi\u00e0 marginale nelle recenti elezioni di met\u00e0 mandato (<i>mid-term<\/i>), difficilmente sar\u00e0 decisiva in quelle presidenziali del 2012. A meno che non sia decisiva per impedire la rielezione di Obama, in conseguenza di un qualche evento internazionale da cui appaia che gli Stati Uniti escono perdenti. Obama deve operare in modo da evitare tale seconda occorrenza di qui ad allora. Ma contemporaneamente deve impostare una nuova politica estera che tenga conto del difficile stato del paese che guida, se aspira a un secondo mandato che gli conferisca un posto nella storia per qualcosa di pi\u00f9 che essere stato il primo presidente afroamericano.<\/p>\n<p>Le aree di crisi potenziale non mancano: due guerre militar-civili, con associati rischi di insuccesso, soprattutto nel caso afgano-pakistano; la complicazione nord-coreana nel suddetto complesso rapporto economico-strategico con il gigante cinese; lo stallo, forse definitivo, del negoziato israelo-palestinese; la necessit\u00e0 di ulteriori progressi nel disarmo atomico (riduzioni anche delle testate tattiche, bando ai test, limiti alle produzioni di uranio arricchito) anche come leva per fermare la proliferazione nucleare; eccetera. Orbene per ognuno di questi casi, l\u2019opposizione repubblicana, non ha come si diceva una strategia, ma ha una tattica, consistente non nell\u2019essere per qualcosa (al di l\u00e0 di una retorica di potenza avulsa dalle nuove realt\u00e0) bens\u00ec contro qualcuno (come la Russia o la Cina, il terrorismo islamico o l\u2019immigrazione messicana), perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 pagante nella polemica contro la persona del presidente. Ora, per non fare che un esempio, l\u2019impasse nel processo di pace del Medio Oriente \u00e8 figlio della polarizzazione politica, per l\u2019influenza decisiva che la potente lobby pro-Israele, pur minoritaria fra gli ebrei americani, gioca su un Congresso diviso sull\u2019unilateralismo di Netanyahu.<\/p>\n<p><b>Affrontare il paradosso<\/b><br \/>A differenza dell\u2019opposizione, l\u2019amministrazione ha bisogno di una strategia di fondo, che muova realisticamente dal presente, paradossale stato delle cose. Quello di un\u2019America che resta prima potenza economica, come gi\u00e0 notato, e ha capacit\u00e0 militari pari a quelle di Cina, Russia, Giappone, India e resto della Nato messe assieme, e tuttavia \u00e8 afflitta dal un pesante debito e, per questo, ma non solo per questo, \u00e8 in declino relativo, dopo l\u2019apice di potenza raggiunto con la fine della guerra fredda. Sui dilemmi fra la crescita e la responsabilit\u00e0 fiscale \u00e8 in corso oltre Atlantico un ampio dibattito, non solo nazionale, i cui termini esulano da questa nota. Anche sui modi di arginare il declino \u00e8 stata avviata una riflessione, che si pu\u00f2 sintetizzare rozzamente in una formula: gli Stati Uniti nel mondo devono fare meno, ma lo devono fare meglio.<\/p>\n<p>In proposito, negli ambienti della <i>foreign policy community <\/i>statunitense, gode al momento di una certa popolarit\u00e0 un libro dal titolo \u201cLa superpotenza frugale\u201d, che ben riassume la tesi dell\u2019autore, Michael Mandelbaum: Washington, oltre a mettere ordine in casa propria (a cominciare da una seria tassazione della benzina, che riduca ad un tempo la dipendenza energetica e il deficit), deve d\u2019ora in poi essere molto pi\u00f9 selettiva nel decidere dove, come e quando intervenire, o comunque agire, o sentirsi investita di un ruolo.<\/p>\n<p><b>Nuovi strumenti e nuovi partner<\/b><br \/>\u00c8 interessante mettere accanto a questa esortazione i ripetuti interventi orali e scritti del Segretario di stato (da ultimo in un articolo su <i>Foreign Affairs<\/i>) per uno spostamento delle priorit\u00e0 dallo strumento militare a quelli civili, non solo per risparmiare in tempi di vacche magre, ma anche perch\u00e9 gli strumenti civili appaiono pi\u00f9 appropriati alle nuove sfide alla sicurezza nazionale americana. Detto questo, Hillary Clinton, e lo stesso Presidente per la verit\u00e0, affermano, a differenza di Mandelbaum, che gli Stati Unti devono tenere alto l\u2019orizzonte del loro ruolo globale, anche se non possono pi\u00f9 pretendere di agire da soli.<\/p>\n<p>A questa ambizione, ragionevole, non sembra corrispondere tuttavia un\u2019analisi soddisfacente. Se gli Usa non possono pi\u00f9 far da soli, chi sono gli altri? Grosso modo li si pu\u00f2 dividere in due gruppi: i partner tradizionali, come Unione Europea, Giappone e qualche altro, e quelli nuovi, necessari, cio\u00e8 le potenze emerse o emergenti. Due gruppi sostanzialmente distinti: chi \u00e8 parte dell\u2019uno, non lo \u00e8 dell\u2019altro. Quali sono le strategie per rendere gli appartenenti al secondo gruppo cointeressati &#8211; <i>stakeholders<\/i>, come si dice &#8211; in questo sistema internazionale, che resta il principale lascito dell\u2019America all\u2019apice? E quali le sinergie ancora realizzabili con i primi, che di esso sono pur stati compartecipi significativi, quali che siano le loro attuali insufficienze? Anche su queste due sfide si valuter\u00e0 l\u2019opera del governo e il dibattito dell\u2019<i>intelligentsia<\/i> americana nel 2011.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>C. Trezza: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1630\" target= \"blank\"><b><u>Il Senato Usa rilancia il disarmo nucleare<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n<p>P. Guerrieri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1588\" target= \"blank\"><b><u>Obama, percorso a ostacoli per la rielezione<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ha nome New Start il trattato con la Russia sulla limitazione delle armi nucleari strategiche, ratificato in extremis dal Senato degli Stati Uniti, mentre nelle vie e nelle piazze tintinnavano ossessivi i campanelli di Santa Claus, annunciatori di regali. In inglese significa \u201cnuovo inizio\u201d, e augura bene per il futuro della politica estera di Obama. 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