{"id":16440,"date":"2011-01-21T00:00:00","date_gmt":"2011-01-20T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/eccezionalismo-e-declino-della-classe-media-negli-usa\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:16","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:16","slug":"eccezionalismo-e-declino-della-classe-media-negli-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/01\/eccezionalismo-e-declino-della-classe-media-negli-usa\/","title":{"rendered":"Eccezionalismo e declino della classe media negli Usa"},"content":{"rendered":"<p>Solo tre giorni sono intercorsi fra la nostra nota sul primo <i>AffarInternazionali <\/i>del 2011, in cui parlavamo della \u201cdurezza\u201d e della \u201cfaziosit\u00e0\u201d dello scontro politico negli Stati Uniti, e le revolverate sparate all\u2019impazzata durante un abituale incontro fra una deputata del Congresso, Gabrielle Giffords, e la sua<i> constituency <\/i>in una piazza qualsiasi di Tucson, Arizona. Al tragico bilancio della strage &#8211; sei persone uccise, compresa una bambina, e 19 ferite, fra cui la Giffords &#8211; si aggiunge la sensazione di un\u2019America in preda a un crescente estremismo politico e dove il centro moderato fatica sempre pi\u00f9 a far sentire la sua voce. Fenomeni che non sono solo effetto di contingenti situazioni politiche, ma riflettono probabilmente mutamenti di pi\u00f9 lungo termine della societ\u00e0 americana.<\/p>\n<p>        <b>America divisa<\/b><br \/>Sotto i riflettori dei media di tutto il mondo, le reazioni politiche immediate hanno rispettato il copione tradizionale. I simpatizzanti della Giffords, democratica, ebrea, selettivamente <i>liberal<\/i>, hanno subito puntato l\u2019indice sull\u2019atmosfera di odio alimentata dall\u2019altra parte, in ci\u00f2 efficacemente aiutati dalla \u201cpistola fumante\u201d di Sarah Palin, la leader del movimento<i> Tea Party<\/i>, che sul suo sito internet aveva designato col cerchio crociato di un mirino la giovane rappresentante dell\u2019Arizona, onorandola del terzo posto nella classifica dei nemici da (ab)battere. <\/p>\n<p>Gli avversari della vittima designata si sono invece applicati a sottolineare la natura disturbata e isolata dell\u2019attentatore, ad un tempo micidiale e fallito, e hanno tacciato di malafede ogni accusa di corresponsabilit\u00e0 \u201cambientale\u201d a loro rivolta (\u00e8 un copione che, sia detto per inciso, suona familiare anche a casa nostra).<\/p>\n<p>Passati i primi giorni, l\u2019atmosfera si \u00e8 parzialmente e gradualmente rasserenata. Il sigillo della distensione \u00e8 venuto dal presidente Obama in persona, che meno di una settimana dopo ha tenuto all\u2019universit\u00e0 dell\u2019Arizona un discorso di alto tenore morale, che ha raccolto il consenso di un largo spettro dell\u2019opinione pubblica del paese, quasi indipendentemente dalle collocazioni politiche.<\/p>\n<p> Peraltro il fattaccio di Tucson non \u00e8 certo inaudito nella storia degli Stati Uniti, e nei giorni di massima attenzione mediatica nazionale e internazionale, redattori e commentatori hanno fatto ampio e documentato riferimento ai molti precedenti. Principale fra questi, naturalmente, il fattaccio di Dallas, quasi mezzo secolo prima, quando Lee Harvey Oswald colp\u00ec a morte John Fitzgerald Kennedy. Anche in quell\u2019occasione non mancarono i riferimenti alla polemica politica del momento, accanita soprattutto nel sud del paese e simboleggiata dal ben noto manifesto, affisso in tutto il Texas proprio nei giorni della visita, con la scritta cubitale <i>WANTED FOR TREASON<\/i>, ricercato per tradimento, sovrapposta obliquamente al ritratto del presidente in carica.<\/p>\n<p><b>Declino della classe media<\/b><br \/>Niente di nuovo, allora? Incidente chiuso? Sotto l\u2019incalzare di altri eventi, \u00e8 forte la tentazione di liquidare cos\u00ec la faccenda. \u00c8 bene invece resistervi e riprendere il discorso della polarizzazione partigiana in America, per leggerla alla luce delle caratteristiche del momento che viviamo e delle differenze da quella che fece da sfondo ai precedenti eventi politici di sangue.<\/p>\n<p> Due meritano, ci sembra, particolare attenzione. La prima \u00e8 che l\u2019estremizzazione politica e il conseguente indebolimento del centro moderato, che &#8211; lo sottolineavamo nella precedente nota &#8211; tradizionalmente fungeva da ago della bilancia nelle competizioni elettorali, quelle presidenziali in particolare, riflette oggi un cambiamento sociale prima ancora che politico: il declino della classe media nella societ\u00e0 americana. Nel corso dell\u2019ultima generazione l\u2019immagine degli Stati Uniti in crescita economica ha nascosto il fatto che l\u2019un per cento pi\u00f9 ricco della popolazione, che alla fine degli anni \u201870 deteneva meno di un decimo del Pil nazionale, alla vigilia del grande sconquasso del 2008 era giunta a detenerne quasi un quarto. Nel frattempo il reddito mediano, che separa la met\u00e0 superiore dalla met\u00e0 inferiore della popolazione, era in realt\u00e0 calato e le classi medie sono state le principali vittime dello scoppio della bolla del credito ultrafacile. Il pericolo \u00e8 allora che un tale sostrato sociale aumenti la consistenza e la profondit\u00e0 del fenomeno politico della divisione.<\/p>\n<p>La seconda differenza dal passato riguarda ancora un declino, che \u00e8 per\u00f2 quello degli Stati Uniti come nazione nella gerarchia delle potenze mondiali. La questione non \u00e8 qui tanto quella della natura, relativa o assoluta, e della misura, rapida o lenta, del declino, su cui si cimentano da tempo numerosi storici e politologi, quanto quella di una nuova percezione da parte degli americani, ora confusa ora pi\u00f9 chiara, comunque tale da intaccare il credo nell\u2019\u201c<i>American exceptionalism<\/i>\u201d e da offuscarne il futuro. Principalmente \u00e8 la coscienza del fatto che la capacit\u00e0 degli Stati Uniti di determinare l\u2019andamento delle cose in quasi ogni angolo della terra (mai stata piena, in realt\u00e0, ma abbastanza diffusa nel sentire del paese, soprattutto dopo la fine della guerra fredda, nonostante il Vietnam) \u00e8 sostanzialmente e irreversibilmente diminuita in un mondo multipolare dalle sfide pi\u00f9 complesse (anche se forse meno drammatiche) e dalle alleanze (anche per questo) meno solide. Il pericolo in questo caso \u00e8 che il senso della potenza declinante, causi ancora una volta, come spesso nella storia, divisione fra i sudditi, ora fra i cittadini, e che il senso dell\u2019eccezione ceda il passo alla sindrome, confinante, della solitudine.<\/p>\n<p><b>Risalire la corrente<\/b><br \/>L\u2019agenda internazionale dell\u2019amministrazione Obama, costellata nel corso dei dodici-diciotto mesi a venire dalle molte e difficili situazioni di crisi, illustrate da Stefano Silvestri nel suo articolo &#8220;L\u2019anno delle scelte&#8221;, \u00e8 resa ancor pi\u00f9 ardua dalla necessit\u00e0 di scongiurare i due pericoli suddetti. La riqualificazione sociale del centro moderato e la <i>bipartisanship<\/i>, che il presidente tenta di recuperare, incidono normalmente su due aspetti dell\u2019azione di governo, la gestione fiscale e la politica estera: due aspetti che per\u00f2 oggi sono legati in misura ben maggiore che nella norma. <\/p>\n<p>E l\u2019America non \u00e8 sola. Prima forza militare e prima economia mondiale, gli Usa sono ancora al centro del sistema mondiale di potenze e di interdipendenze, in gran parte formatosi sotto l\u2019influsso del suo \u201c<i>liberal internationalism<\/i>\u201d prima dell\u2019inizio del declino. \u00c8 agendo in questo sistema che, come bene spiega John Ikenberry in un numero recente di <i>Current History<\/i>, gli Stati Uniti possono continuare ad esercitare un ruolo decisivo. Non in isolamento, ma in partnership con i paesi che questa strategia hanno condiviso e con le potenze emergenti che in essa vanno coinvolte, prima fra tutte la Cina. Obama sa che, soprattutto nel rapporto con la Cina, pi\u00f9 peso che mai avr\u00e0 la coerenza dell\u2019operato economico e politico, interno e internazionale, del suo governo, cos\u00ec come l\u2019immagine di una nazione le cui libert\u00e0 democratiche sono motivo di forza e non di divisione, a fronte di un interlocutore in ascesa anzich\u00e9 in declino, ma che in materia ha molta argilla nei piedi.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche: <\/p>\n<p>C. Merlini: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1634\" target= \"blank\"><b><u>Usa 2011, i dilemmi del declino<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n<p>S. Silvestri: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1640\" target= \"blank\"><b><u>L\u2019anno delle scelte <\/u><\/b><\/a> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Solo tre giorni sono intercorsi fra la nostra nota sul primo AffarInternazionali del 2011, in cui parlavamo della \u201cdurezza\u201d e della \u201cfaziosit\u00e0\u201d dello scontro politico negli Stati Uniti, e le revolverate sparate all\u2019impazzata durante un abituale incontro fra una deputata del Congresso, Gabrielle Giffords, e la sua constituency in una piazza qualsiasi di Tucson, Arizona. 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