{"id":16470,"date":"2011-01-23T00:00:00","date_gmt":"2011-01-22T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-miopia-di-italia-e-francia-sul-futuro-della-tunisia\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:16","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:16","slug":"la-miopia-di-italia-e-francia-sul-futuro-della-tunisia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/01\/la-miopia-di-italia-e-francia-sul-futuro-della-tunisia\/","title":{"rendered":"La miopia di Italia e Francia sul futuro della Tunisia"},"content":{"rendered":"<p>La dinamica degli sviluppi in Tunisia non \u00e8 ancora chiara. Il regime ha certamente perso l\u2019appoggio dei militari, che per\u00f2 sono intervenuti finora solo per contenere le violenze. Il loro ruolo appare politicamente sbiadito: potrebbe anzi essere funzionale a un progetto di adattamento piuttosto che di reale cambiamento del regime. Stati Uniti e Unione europea, da parte loro, hanno ripudiato il regime di Ben Ali ed espresso il loro sostegno ad un cambiamento pacifico verso la democrazia. \u00c8 probabile per\u00f2 che un\u2019azione incisiva venga pi\u00f9 dagli americani che dagli europei. Non pochi paesi europei hanno infatti sostenuto apertamente Ben Ali come baluardo contro fondamentalisti ed emigranti. Ora sono pronti a gettare il vecchio regime alle ortiche, ma a patto che il nuovo sappia assolvere altrettanto bene i compiti di sicurezza. Questo atteggiamento caratterizza, in particolare, i governi di Francia e Italia.<\/p>\n<p><b>Sbocco incerto<\/b><br \/>Non \u00e8 chiaro dove il paese andr\u00e0 a parare. Il presidente \u00e8 fuggito, stipando l\u2019aereo con l\u2019oro appena prelevato dalla banca centrale e confermando cos\u00ec, se mai ce ne fosse stato bisogno, il grottesco livello di corruzione del regime. Tuttavia, che cosa stia accadendo del regime non \u00e8 chiaro: di fatto, i pi\u00f9 diretti e sperimentati collaboratori di Ben Ali, a cominciare dal primo ministro Mohammed Ghannouci, hanno preso in mano il governo. Hanno chiamato esponenti dell\u2019opposizione a farne parte, i quali per\u00f2 si sono dimessi dopo poco, per non avallare un\u2019operazione trasformistica. <\/p>\n<p>Dall\u2019estero, il leader islamico Rachid Ghannouci (nessuna parentela con il primo ministro Mohammed) ha fatto dichiarazioni pi\u00f9 che moderate, confermando cos\u00ec la debolezza dell\u2019opposizione religiosa. Ironicamente, proprio lo spauracchio dei movimenti islamisti \u00e8 stato agitato per 23 anni dal regime per legittimarsi. In realt\u00e0, una dura oppressione ha fiaccato e disperso le opposizioni, religiose e non, e nessuna chiara leadership si profila all\u2019orizzonte.<\/p>\n<p>Si \u00e8 aperta insomma una concreta prospettiva di cambiamento democratico, che potr\u00e0 per\u00f2 realizzarsi solo se avr\u00e0 il sostegno di attori esterni, in particolare dell\u2019Europa e degli Stati Uniti. Entrambi hanno in effetti cercato di promuovere l\u2019avvento della democrazia nei paesi arabi sin dagli anni novanta, ma commettendo gravi errori, come il mancato riconoscimento della vittoria elettorale di Hamas in Palestina, e ottenendo risultati assai modesti.<\/p>\n<p><b>Democratizzazione a rischio<\/b><br \/>Tuttavia, l\u2019impegno resta ed \u00e8 stato ribadito dal presidente Obama (anche con pi\u00f9 chiarezza degli europei). La Tunisia \u00e8 un\u2019occasione importante perch\u00e9 Europa e Stati Uniti possano riprendere una politica di promozione della democrazia. In effetti, Stati Uniti e Europa hanno assicurato il loro sostegno ad una transizione pacifica alla democrazia per il tramite di elezioni organizzate con la piena e genuina partecipazione dell\u2019opposizione. Il presidente Obama, riprendendo finalmente lo spirito del discorso del Cairo, ha rivolto un appello al governo tunisino per \u201celezioni libere ed eque nel prossimo futuro che riflettano la vera volont\u00e0 e le aspirazioni del popolo tunisino\u201d. La baronessa Ashton, Alto rappresentante della politica estera europea, e il commissario europeo Stefan F\u00fcle hanno emesso una dichiarazione di tenore analogo, promettendo sostegno logistico alle operazioni elettorali e aiuti economici straordinari.<br \/><br<Ma, per evitare che la crisi della Tunisia sfoci in una versione solo pi\u00f9 edulcorata del regime Ben Ali e favorire un esito democratico, a queste dichiarazioni devono far seguito una pressione risoluta e un sostegno coerente alle opposizioni, senza ipocriti timori di ingerenza. Se non sar\u00e0 cos\u00ec, gli ostacoli al cambiamento, in Tunisia e fra gli ambienti occidentali e soprattutto europei, ben presto si consolideranno e si passer\u00e0 a un pi\u00f9 soffice autoritarismo, simile a quelli degli altri paesi del Nord Africa.\n\n<b>Scarsa lungimiranza <\/b><br \/>La Francia ha esitato molto prima di pronunciarsi sulla crisi. Secondo quello che riporta Bernard L\u00e9vy, il ministro degli Esteri francese all\u2019inizio della crisi ha offerto \u201ca una dittatura in agonia il \u2018savoir-faire\u2019 delle forze di sicurezza francesi. Lo stesso ministro &#8211; aggiunge L\u00e9vy &#8211; credendo di scusarsi, d\u00e0 un\u2019intervista al <i>Journal du Dimanche<\/i> in cui protesta tre volte la propria volont\u00e0 di non ingerenza\u2026\u201d. Il <i>New York Times<\/i> riporta una dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri, che dopo aver ripetuto che il principio fondamentale cui la Francia si rif\u00e0 \u00e8 quello della non ingerenza, aggiunge: \u201cLa nostra priorit\u00e0 in Tunisia era di fermare il bagno di sangue. Ora, avvenuto il cambiamento, li aiuteremo a costruire la loro democrazia e li aiuteremo ancora sulla strada dello sviluppo economico, che \u00e8 quello che ha dato esca al problema\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019Italia ha dato un appoggio a Ben Ali non meno solido di quello francese, anche se meno enfatico. Tuttavia, il ministro degli Esteri Frattini in un\u2019intervista al <i>Corriere della Sera <\/i>\u00e8 stato meno diplomatico di quello francese: \u201cCredo si debbano sostenere con forza i governi di quei Paesi, dal Maghreb all\u2019Egitto, nei quali ci sono re o capi di Stato che hanno costruito regimi laici tenendo alla larga il fondamentalismo. La priorit\u00e0 numero uno \u00e8 la prevenzione del fondamentalismo e degli embrioni di terrorismo\u201d. In un altro punto dell\u2019intervista, il ministro sottolinea l\u2019immediato sostegno che il governo italiano ha dato a Ghannouci, nel momento in cui questi ha cercato di colmare il vuoto lasciato dalla fuga di Ben Ali, \u201cper confermare la volont\u00e0 [dell\u2019Italia] di una collaborazione forte sulla sicurezza. Anche per evitare una sensazione di apertura delle dighe migratorie approfittando della confusione\u201d.<\/p>\n<p>Quello che Francia e Italia, e probabilmente anche altri paesi dell\u2019Ue, desiderano \u00e8 dunque una transizione dolce verso un regime che, rimuovendo le aberrazioni di Ben Ali, rassicuri tuttavia gli europei sul fronte della sicurezza. Dopo tutto, anche le dichiarazioni a livello Ue riflettono questo approccio, che mette in secondo piano l\u2019affermazione di una genuina democrazia. \u00c8 perci\u00f2 difficile che dall\u2019Europa venga quell\u2019intervento risoluto, di cui il debole spirito della democrazia tunisina ha bisogno per animarsi dopo la lunga traversata del deserto sotto il regime di Ben Ali.<\/p>\n<p>\u00c8 un approccio poco lungimirante perch\u00e9, a parte altre considerazioni, trascura l\u2019occasione che la crisi in Tunisia fornisce per  recuperare credibilit\u00e0 presso gli arabi. Le reticenze europee gettano una crude luce sul cambiamento che si \u00e8 verificato nella strategia europea: dall\u2019obiettivo di contribuire alla creazione, nel vicinato, di un cerchio di paesi ben governati e democratici che, in quanto tali, siano anche fattori di stabilit\u00e0, a quello di sostenere i regimi al potere affidando la nostra sicurezza alla loro stabilit\u00e0. La crisi in Tunisia, pi\u00f9 di ogni altro sviluppo recente, conferma che questa \u00e8 la strategia che prevale oggi. Il governo italiano \u00e8 tra quelli che la propugnano e perseguono con maggiore coerenza, bench\u00e9 proprio il caso tunisino abbia reso evidenti i non pochi rischi che essa comporta.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>S. Colombo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1645\" target= \"blank\"><b><u>La Tunisia in rivolta e il rischio dell\u2019effetto domino<\/u><\/b><\/a> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La dinamica degli sviluppi in Tunisia non \u00e8 ancora chiara. Il regime ha certamente perso l\u2019appoggio dei militari, che per\u00f2 sono intervenuti finora solo per contenere le violenze. Il loro ruolo appare politicamente sbiadito: potrebbe anzi essere funzionale a un progetto di adattamento piuttosto che di reale cambiamento del regime. 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