{"id":16640,"date":"2011-02-14T00:00:00","date_gmt":"2011-02-13T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/nord-africa-rivoluzione-o-gattopardo\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:11","slug":"nord-africa-rivoluzione-o-gattopardo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/02\/nord-africa-rivoluzione-o-gattopardo\/","title":{"rendered":"Nord Africa, rivoluzione o Gattopardo?"},"content":{"rendered":"<p>I sommovimenti in Nord Africa e nel resto del Vicino e Medio Oriente possono evolvere in molte direzioni. Un aspetto \u00e8 del tutto tradizionale: il ruolo chiave che in Tunisia e soprattutto in Egitto giocano le Forze Armate. Sono stati i capi militari ad affrettare la fine del regime tunisino e sono i militari a gestire la crisi politica egiziana. Lo stesso, sia pure in modo meno appariscente, sembra avvenire in Algeria, nello Yemen e, probabilmente, in Giordania. Non si pu\u00f2 dunque escludere uno scenario alla Gattopardo: tutto cambia perch\u00e9 nulla cambi.<\/p>\n<p><b>La piazza e l&#8217;establishment<\/b><br \/>Non sono stati per\u00f2 i militari a scegliere i tempi del mutamento e ad esserne il motore, bens\u00ec una \u201cpiazza\u201d particolarmente attiva, mobilitatasi massicciamente in modo spontaneo, che ha colto di sorpresa le autorit\u00e0 (malgrado la presenza in tutti questi paesi di imponenti strutture di polizia e di intelligence). Non solo, ad essere colti di sorpresa sembrano essere stati anche i partiti e i movimenti di opposizione, compresi, ed \u00e8 qui una delle novit\u00e0 pi\u00f9 grandi, quelli di matrice islamica, che si supponeva essere pi\u00f9 vicini al sentimento popolare.<\/p>\n<p>Comunque vada a finire, ci troviamo  di fronte ad una realt\u00e0 rivoluzionaria, che estende al mondo arabo fenomeni che sino ad oggi, in quella regione, si erano manifestati solo in Iran (sia contro il regime dello Sci\u00e0 che contro quello degli ayatollah, a dimostrazione che anche l\u2019Islam ha i suoi problemi).<\/p>\n<p>Il Presidente Obama ha sottolineato la necessit\u00e0 di riconoscere il cambiamento, augurandosi che esso possa avvenire \u201cnell\u2019ordine\u201d. Il problema \u00e8 come questa qualificazione viene interpretata localmente. Nessuno stato pu\u00f2 reggere senza un alto grado di continuit\u00e0, ma ci\u00f2, nell\u2019ottica di una parte almeno della classe dirigente araba, sembra tradursi nella riconferma nei posti chiave di una buona parte della classe politica al potere. Mentre questo pu\u00f2 essere necessario per una serie di posizioni amministrative (anche di alta amministrazione), \u00e8 certamente molto pi\u00f9 problematico per gli incarichi e le posizioni politiche.<\/p>\n<p>Il problema naturalmente \u00e8 che in molti casi la prassi dei \u201cvecchi\u201d regimi di nominare propri protetti, seguaci o familiari a posti di alta responsabilit\u00e0 nelle amministrazioni ha reso difficile distinguere tra ruoli politici e amministrativi. Tuttavia abbiamo anche visto cosa ha provocato in Iraq l\u2019improvvida decisione americana di liberarsi bruscamente di tutti coloro che avevano esercitato funzioni pubbliche, ad ogni livello, durante il regime di Saddam Hussein: la paralisi dei servizi pubblici, un brusco aumento della criminalit\u00e0 e delle insurrezioni, le manifestazioni di una vera e propria guerra civile, il crollo del consenso nei confronti del nuovo stato.<\/p>\n<p><b>Il ruolo delle Forze Armate<\/b><br \/>Negli stati arabi l\u2019unica struttura che sembra ancora in grado di guidare la transizione sono le Forze Armate. Ci\u00f2 viene ottimisticamente, ma erroneamente, definito il \u201cmodello turco\u201d. In realt\u00e0 la presa del potere dei \u201cgiovani turchi\u201d che spazz\u00f2 via gli ultimi resti del governo ottomano, avvenne in situazioni di gravissima emergenza, alla fine di una guerra disastrosa che aveva distrutto l\u2019impero e frammentato la Turchia stessa. Fu una rivoluzione politica laica, che spezz\u00f2 una volta per tutte il collegamento tra lo Stato e l\u2019Islam che era al cuore del califfato ottomano, ponendo fine al principio della legittimazione dello Stato attraverso la religione, come gi\u00e0 era avvenuto in Europa.<\/p>\n<p>Quella turca fu anche una guerra di liberazione del territorio nazionale, non priva di terribili eventi, quali il massacro della popolazione armena (una sorta di tentato genocidio motivato da ragioni sia nazionalistiche che, probabilmente, religiose). L\u2019obiettivo esplicito del leader della rivolta, Kemal Ataturk, era quello di trasformare la Turchia in un paese europeo a tutti gli effetti, e questa fu l\u2019idea guida delle Forze Armate nei decenni successivi, anche dopo la scomparsa del leader carismatico. Un disegno perseguito coerentemente e che ha avuto tanto successo da consentire dopo molti anni l\u2019arrivo al potere, attraverso elezioni democratiche, di un partito di ispirazione islamica.<\/p>\n<p>Questa non \u00e8 la realt\u00e0 del mondo arabo. N\u00e9 i regimi oggi contestati n\u00e9 le Forze Armate che sembrano garantire il mutamento, possono essere definiti \u201claici\u201d, neanche nell&#8217;attuale accezione turca del termine. Il principio di legittimit\u00e0 dello Stato \u00e8 ancora un coacervo di confuse tradizioni culturali nazional-rivoluzionarie (in genere maturate nel periodo della lotta anti-coloniale), religiose e populiste. In Egitto, Mubarak ieri e il Feldmaresciallo Tantawi oggi chiedono la benedizione divina per accreditare i loro atti.<\/p>\n<p><b>Stabilit\u00e0 o implosione<\/b><br \/>Tutto ci\u00f2 pu\u00f2 non avere immediate conseguenze internazionali. Abbiamo un regime islamico anti-occidentale in Iran, ma abbiamo regimi islamici filo-occidentali in Arabia Saudita e in Pakistan. I \u201cliberi ufficiali\u201d che, attorno al generale Naguib (poi destituito da Nasser), presero il potere in Egitto nel 1952, vollero la nazionalizzazione del Canale di Suez e si allearono con l\u2019Urss, ma poi riscoprirono l\u2019America e uno di loro, Anwar Sadat, firm\u00f2 la pace con Israele nel 1979.<\/p>\n<p>I vecchi generali che stanno guidando questa crisi non sembrano avere alcuna volont\u00e0 anti-americana (non hanno neanche raccolto l\u2019appello nazionalista contro le ingerenze straniere lanciato da Mubarak nel suo ultimo, disastroso, discorso, e hanno affermato che il Trattato di pace con Israele rester\u00e0 in vigore). Certo, eventuali elezioni democratiche (ma democratiche come e quanto?) potrebbero accrescere il peso politico degli islamisti, forse anche in modo determinante. Ma non tutti i politici islamisti condividono le posizioni dei palestinesi di Hamas, e tanto meno degli Ayatollah iraniani. I sauditi ad esempio hanno esercitato varie mediazioni tra Israele e i palestinesi.<\/p>\n<p>Il vero nodo di questa nuova situazione potrebbe quindi non essere affatto la politica verso Israele, almeno in prima battuta, n\u00e9 un riallineamento politico del mondo arabo. Che del resto sarebbe difficile: durante la Guerra Fredda la scelta era tra Washington e Mosca, oggi sarebbe tra Washington e e Teheran, ma chiamare scelta una simile ipotesi \u00e8 gi\u00e0 un assurdo. L&#8217;interrogativo pi\u00f9 serio \u00e8 se questa situazione evolver\u00e0 verso un nuovo sistema politico pi\u00f9 stabile, in grado di soddisfare le esigenze delle \u201cnuove classi\u201d che hanno iniziato questo processo, oppure se, in mancanza di ci\u00f2, gli stati arabi continueranno ad indebolirsi, forse sino a fallire (almeno alcuni di essi).<\/p>\n<p><b>Prepararsi al peggio<\/b><br \/>Il Presidente Obama ha intelligentemente posizionato gli Stati Uniti a favore di un mutamento effettivo, ma non \u00e8 detto che possa guidare o ispirare tale processo. Molto dipender\u00e0 dalle stesse classi dirigenti arabe, e qui il problema maggiore sembra risiedere nella scarsit\u00e0 di leader politici nazionali effettivamente rappresentativi del popolo della protesta. Se il processo \u201cdemocratico\u201d, che dovr\u00e0 condurre a nuove elezioni, consentir\u00e0 l\u2019affermazione di nuovi leader, ci\u00f2 potrebbe orientare positivamente il mutamento e favorire la crescita e il consolidamento dello stato. Se invece vedremo solo il ritorno dei protagonisti dei passati regimi e di quelle stesse opposizioni che non sono state all\u2019origine della protesta, dovremo probabilmente prepararci a nuove crisi interne e internazionali.<\/p>\n<p>Il guaio \u00e8 che il sistema internazionale non sembra in grado, al momento attuale, di produrre risorse umane, militari ed economiche sufficienti a gestire nuove crisi legate al fallimento di Stati, le pi\u00f9 complesse, lunghe e costose che si conoscono, e nei cui confronti non abbiamo neanche ancora elaborato una strategia coerente e credibile, che dia sufficienti prospettive di successo.<\/p>\n<p> Obama ha ragione: dobbiamo augurarci che queste \u201crivoluzioni\u201d abbiano successo e che non si ripropongano invece scenari alla Gattopardo che avremmo gravissime difficolt\u00e0 a gestire. Tuttavia, poich\u00e9 non possiamo essere sicuri di ci\u00f2 che avverr\u00e0, sarebbe prudente ed utile se, nel frattempo, l\u2019Ue e gli Usa lavorassero intensamente per mettere a punto nuovi strumenti, sinergie e strategie per affrontare prontamente gli scenari peggiori, prima che diventino disastrosi.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>Maria Cristina Paciello: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1654\" target= \"blank\"><b><u>Egitto in fiamme<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>Silvia Colombo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1645\" target= \"blank\"><b><u> La Tunisia in rivolta e il rischio dell\u2019effetto domino<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I sommovimenti in Nord Africa e nel resto del Vicino e Medio Oriente possono evolvere in molte direzioni. 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