{"id":16650,"date":"2011-02-14T00:00:00","date_gmt":"2011-02-13T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/obama-e-i-militari-egiziani\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:12","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:12","slug":"obama-e-i-militari-egiziani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/02\/obama-e-i-militari-egiziani\/","title":{"rendered":"Obama e i militari egiziani"},"content":{"rendered":"<p>In una recente intervista alla \u201cPresse\u201d di Algeri, il sociologo Nadji Safir ricorda che quando nel 1952 il generale Muhammad Naguib si rec\u00f2 da re egiziano Faruk per deporlo, questi gli raccomand\u00f2 di avere cura delle forze armate, vero zoccolo unificante dello stato egiziano. Con Hosni Mubarak \u00e8 caduta la veste civile che i militari avevano indossato da Naguib in poi, passando per Nasser e Sadat. Ora hanno ripreso in mano il potere anche formalmente, senza mediazioni di sorta. <\/p>\n<p>Si \u00e8 cos\u00ec chiuso il moto che ha scosso l\u2019Egitto per diciotto giorni. Non con l\u2019instaurazione di un regime nuovo, civile e democratico, ma con il ritorno alla radice militare dello stato egiziano, che risale alla casta militare dei mamelucchi, \u00e8 stata rafforzata e modernizzata nella prima met\u00e0 dell\u2019ottocento dall\u2019autoritarismo militare di Mohammed Ali e, dopo una parentesi liberale all\u2019inizio del novecento, \u00e8 riemersa nel secondo dopoguerra. Ma cosa accadr\u00e0 da qui in poi?<\/p>\n<p><b>Modello turco o pakistano?<\/b><br \/>Non \u00e8 facile decifrare le intenzioni dei militari del Consiglio Supremo delle Forze Armate dell\u2019Egitto, che hanno destituito Mubarak. Forse neppure loro hanno per ora le idee chiare. Alcuni pensano che si apprestino a percorrere una strada simile a quella dei militari turchi, sotto la cui tutela si \u00e8 sviluppato un regime, con molte mancanze, ma sostanzialmente democratico. Ma l\u2019esperienza turca \u00e8 diversa perch\u00e9, almeno a partire dal dopoguerra, si \u00e8 svolta nel quadro delle alleanze occidentali ed europee, da cui \u00e8 stata condizionata (oltre che provenire da un\u2019esperienza ottomana aperta alle riforme e ben diversa dall\u2019assolutismo di Mohammed Ali).<\/p>\n<p>Perci\u00f2, sul <i>Daily Star <\/i>Fareed Zakaria reputa che, con i militari a gestire la transizione, l\u2019Egitto potrebbe diventare pi\u00f9 simile al Pakistan che alla Turchia. Peraltro l\u2019Egitto aveva gi\u00e0 molti tratti comuni con il Pakistan (con la differenza che i militari del Pakistan, invece di combattere gli islamisti, hanno cercato di servirsene, con risultati che ora si rivelano anche pi\u00f9 destabilizzanti dell\u2019autoritarismo egiziano). <\/p>\n<p>Che significato avrebbe un\u2019evoluzione di tipo pachistano? Potrebbe garantire gli interessi geopolitici dell\u2019Occidente, quali si sono manifestati dal 1978 ad oggi, ma certo non consentirebbe la riforma democratica chiesta dal popolo di piazza Tahrir. Sarebbe anzi un regresso.<\/p>\n<p><b>Il ruolo di Washington<\/b><br \/>Tuttavia, la sequenza della caduta di Mubarak, fra gioved\u00ec 10 e venerd\u00ec 11 febbraio, pu\u00f2 far pensare a un\u2019intesa fra i militari e l\u2019amministrazione americana, che potrebbe portare a un\u2019evoluzione diversa da quella pachistana. L\u2019amministrazione Usa ha scelto, sia pure dopo molte esitazioni, di appoggiare la richiesta di un\u2019estromissione immediata di Mubarak accompagnata dall\u2019inizio altrettanto immediato di una transizione politica. Al tempo stesso ha puntato al mantenimento di alcuni elementi di stabilit\u00e0. Ebbene, il comunicato emesso il 10 febbraio dal Consiglio Supremo delle Forze Armate \u00e8 incentrato proprio su questi due obbiettivi: delinea una transizione costituzionale per arrivare alle elezioni e conferma che i militari si assumono la responsabilit\u00e0 di condurla a buon fine. \u00c8 solo una convergenza di intenti oppure i termini del comunicato riflettono un\u2019intesa?<\/p>\n<p>Sicuramente, l\u2019amministrazione americana era perfettamente al corrente di quello che i militari egiziani si apprestavano a fare. Tant\u2019\u00e8 vero che il capo della Cia, Leon Panetta, gioved\u00ec ha informato il Congresso che in serata Mubarak avrebbe fatto un discorso per annunciare il proprio ritiro. Nel discorso Mubarak ha invece annunciato l\u2019intenzione di restare, ma si trattava, si \u00e8 poi saputo, di un colpo di coda personale, che i militari gli hanno fatto sconfessare nel giro di poche ore. Washington aveva quindi informazioni attendibili, il che fa ritenere che ci sia stata &#8211; e ci sia &#8211; un\u2019intesa coi militari. <\/p>\n<p>L\u2019amministrazione americana avrebbe quindi pi\u00f9 di un elemento su cui far leva per ottenere che ci sia una leale esecuzione del programma di transizione enunciato dal Consiglio Supremo e quindi un sostanziale cambiamento del regime politico dell\u2019Egitto. In questo caso, invece di regredire verso l\u2019esperienza pachistana, l\u2019Egitto potrebbe avanzare verso un\u2019esperienza turca e, nel tempo, evolvere verso una democrazia simile a quella che vige oggi ad Ankara.<\/p>\n<p><b>Effetto domino<\/b><br \/>Ammesso che sia cos\u00ec, cio\u00e8 che ci sia una benevola influenza americana sui militari egiziani, ci si deve chiedere se gli Usa saranno in grado di avviare realmente questo cambiamento e di indirizzarlo, poich\u00e9 esso non sarebbe davvero senza effetti sull\u2019assetto geopolitico dell\u2019intera regione. Un processo di democratizzazione in Egitto aprirebbe le porte a analoghi cambiamenti in tutta la regione. Mentre il Consiglio Supremo metteva fine al regime in Egitto, in Iraq scendevano in strada gli avvocati per protestare contro la violazione e di diritti umani non di Saddam Hussein ma dell\u2019attuale premier, Nur el Maliki. In Arabia Saudita, dieci personalit\u00e0 annunciavano di aver fondato un partito (qualcosa allo stato dei fatti perfettamente inesistente in quel paese), preparandosi a chiedere l\u2019autorizzazione del re. Piccoli segnali di una tendenza gi\u00e0 potentemente all\u2019opera in tutta la regione.<\/p>\n<p>L\u2019effetto domino \u00e8 inevitabile, tanto pi\u00f9 che, durante la crisi egiziana, Obama ha ripreso la retorica del discorso all\u2019Universit\u00e0 del Cairo di due anni fa. In particolare, nella dichiarazione di venerd\u00ec scorso alla stampa ha posto l\u2019accento, con enfasi, sulla necessit\u00e0 di un cambiamento in linea con le richieste dei manifestanti. Avendo sostenuto le aspirazioni del popolo di Tahrir, Obama non potr\u00e0 ora deludere quelle degli altri popoli della regione. Il vento del cambiamento sembra ormai destinato a investire tutta la regione e se Obama non lo sapr\u00e0 gestire o si riveler\u00e0 come un inganno, c\u2019\u00e8 il rischio che si ritorca contro di lui e tutto l\u2019Occidente, che faccia il gioco degli avversari e porti nel campo avverso forze che oggi sono alleate o comunque vicine.<\/p>\n<p>Il cambiamento \u00e8 strategicamente giusto, ma \u00e8 anche una rivoluzione copernicana dal punto di vista della politica estera della regione. Ora si tratta di tradurla rapidamente in politiche e obiettivi concreti. &#278; questa la sfida che i moti di Tarhir hanno lanciato all\u2019Occidente e che il presidente Obama sembra avere raccolto.<\/p>\n<p>Speriamo che, a differenza della Palestina, sia un\u2019apertura cui faccia seguito un impegno effettivo e che riceva un efficace sostegno da parte europea. In questo frangente, l\u2019Europa ha, pi\u00f9 che mai, lasciato fare agli Usa, evitando il pi\u00f9 possibile di esporsi, anzi in alcuni casi &#8211; come quello italiano &#8211; mostrando affezione per il regime di Mubarak. Ma, dovr\u00e0 pur svegliarsi, perch\u00e9 se Washington perdesse la sfida, le conseguenze per gli europei sarebbero anche pi\u00f9 pesanti che per gli americani.<\/p>\n<p>.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>Maria Cristina Paciello: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1654\" target= \"blank\"><b><u>Egitto in fiamme<\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>Silvia Colombo: <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1645\" target= \"blank\"><b><u> La Tunisia in rivolta e il rischio dell\u2019effetto domino<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In una recente intervista alla \u201cPresse\u201d di Algeri, il sociologo Nadji Safir ricorda che quando nel 1952 il generale Muhammad Naguib si rec\u00f2 da re egiziano Faruk per deporlo, questi gli raccomand\u00f2 di avere cura delle forze armate, vero zoccolo unificante dello stato egiziano. 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