{"id":16800,"date":"2011-03-04T00:00:00","date_gmt":"2011-03-03T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/litalia-e-gli-accordi-franco-britannici\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:07","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:07","slug":"litalia-e-gli-accordi-franco-britannici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/03\/litalia-e-gli-accordi-franco-britannici\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia e gli accordi franco-britannici"},"content":{"rendered":"<p>La politica italiana della difesa si \u00e8 basata in questi ultimi cinquant\u2019anni su due pilastri: la collaborazione transatlantica e, successivamente ma sempre pi\u00f9, l\u2019integrazione europea. Siamo sempre stati, insieme a Regno Unito e Germania, fra i pi\u00f9 fermi sostenitori dell\u2019Alleanza Atlantica, assumendoci anche pesanti responsabilit\u00e0, mentre la Francia ne \u00e8 rimasta per un lungo periodo ai margini.<\/p>\n<p>Siamo stati in prima fila in tutte le iniziative europee attraverso cui si \u00e8 cercato di costruire l\u2019Europa della difesa: <i>Letter of intent<\/i> (Loi), Organizzazione congiunta di cooperazione in materia di armamenti (Occar), Agenzia europea della difesa (Eda), Consiglio europeo (in particolare le Posizioni comuni), Commissione europea (in particolare il <i>Defence Package<\/i>), ma anche in tutte le revisioni dei trattati europei che, seppur parzialmente, hanno aperto la strada ad una possibile Europa della difesa.<\/p>\n<p><b>Vincolo esterno<\/b><br \/>In questa impostazione vi \u00e8 stata sempre la consapevolezza che solo sul piano europeo si sarebbe potuto trovare il necessario punto di equilibrio fra esigenze delle Forze Armate, disponibilit\u00e0 finanziarie e capacit\u00e0 tecnologiche e industriali. L\u2019obiettivo perseguito \u00e8 stato quello di rimanere agganciati al gruppo di testa al fine di dare il nostro contributo allo sforzo collettivo, evitare pericolose isolate fughe in avanti delle principali potenze europee, avvantaggiarci del \u201cvincolo esterno\u201d cos\u00ec utile per superare di slancio le frequenti resistenze interne.<\/p>\n<p>Abbiamo cos\u00ec costruito una \u201cgeografia\u201d di rapporti privilegiati, soprattutto nel campo dei grandi programmi di armamento (ma ci\u00f2 ha comportato una condivisione dei requisiti e, in parte, dell\u2019addestramento e supporto logistico; in alcuni casi anche dell\u2019impiego operativo): con il Regno Unito, elicotteri e velivoli da combattimento; con la Francia, unit\u00e0 navali, sistemi missilistici di difesa aerea, siluri, satelliti di telecomunicazione e di osservazione; con Regno Unito e Francia, missili; con la Germania, sottomarini; con il Regno Unito e la Spagna, velivoli imbarcati a decollo verticale. L\u2019industria ha autonomamente seguito, fin dove \u00e8 stato possibile, queste traiettorie, anche se nell\u2019ultimo biennio c\u2019\u00e8 stato un raffreddamento della collaborazione con la Francia, principalmente, ma non esclusivamente, per il suo rifiuto di riconoscere le nostre aree di eccellenza.<\/p>\n<p><b>Problemi per l\u2019Italia<\/b><br \/>L\u2019Accordo franco-inglese dello scorso novembre ha scompaginato le carte e ci costringe oggi a definire una nuova strategia al fine di salvaguardare i nostri interessi nazionali. Preso atto dell\u2019indisponibilit\u00e0 dei due paesi ad allargare l\u2019Accordo ad altri (per lo meno per ora), si \u00e8 suggerito, in un <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1676\" target= \"blank\"><b><u> precedente articolo<\/u><\/b><\/a>, di cercare di diluire l\u2019esclusivo asse franco-britannico in un contesto istituzionale pi\u00f9 allargato, coinvolgendo insieme all\u2019Italia, anche Germania, Spagna e Svezia: l\u2019Accordo Quadro\/Loi sembra offrire un\u2019adeguata cornice istituzionale (con qualche eventuale adeguamento). Ma, insieme, bisognerebbe articolare la strategia anche a livello settoriale in modo da tener conto delle diverse specificit\u00e0:<\/p>\n<p>1) Al primo posto vi sono gli <i>Unmanned air systems <\/i>(Uas) che rappresentano il futuro del potere aereo. Ogni paese che voglia, come l\u2019Italia, continuare ad essere un attore nel mondo della difesa, non pu\u00f2 rinunciare a giocarvi un ruolo di primo piano. Per quanto riguarda il <i>Medium altitude long endurance<\/i> (Male), Alenia Aeronautica ha maturato una significativa esperienza tecnologica che pu\u00f2 essere posta alla base di nuove possibili collaborazioni con Germania (e, forse, Svezia e Spagna) o, in alternativa, con altri paesi extra-europei (Israele o, forse, Stati Uniti).<\/p>\n<p>Se, infatti, Francia e Regno Unito vorranno marciare da sole o, al massimo, coinvolgere altri partner in ruoli subordinati, questa sar\u00e0 una strada obbligata. Per i futuri <i>Unmanned combat air systems<\/i> (Ucas)  bisogna, invece, insistere per una soluzione condivisa a livello europeo: non \u00e8 pensabile che si ripercorra l\u2019esperienza dell\u2019ultima generazione di velivoli europei da combattimento con sei paesi in concorrenza su tre modelli (Eurofighter, Rafale e Grippen). Il costo di sviluppo e le dimensioni del mercato sono incompatibili con soluzioni bilaterali e con programmi in competizione.<\/p>\n<p>2) Nel campo dei sistemi missilistici l\u2019Italia si \u00e8 tradizionalmente concentrata soprattutto su due aree: i sistemi di difesa area terrestri e navali e i sistemi anti-nave aviolanciati. Nel nuovo scenario strategico si tratta di capacit\u00e0 importanti. In particolare, bisogna tener conto delle nuove esigenze di protezione delle missioni internazionali sia per la componente navale sia per quella terrestre e, nel campo navale, dell\u2019esigenza di poter contrastare eventuali attacchi di piccole unit\u00e0 a navi militari o civili con missili di ridotte capacit\u00e0, leggeri e spendibili, lanciabili da elicottero. Mantenere queste capacit\u00e0 comporta una scelta strategica del paese e il conseguente investimento di nuove risorse (pur tenendo conto che nel campo della difesa missilistica siamo legati ad una collaborazione con la Francia).<\/p>\n<p>Solo da queste posizioni di forza si potrebbe puntare ad impedire l\u2019esclusiva supremazia franco-britannica nel settore missilistico prevista dal recente Accordo. Quasi tutta l\u2019industria europea \u00e8 inoltre gi\u00e0 integrata in un\u2019unica societ\u00e0 transnazionale, Mbda, con diverse sussidiarie nazionali e un azionariato diviso fra l\u2019inglese Bae Systems (37,5%), la franco-tedesca-spagnola Eads (37,5%) e l\u2019italiana Finmeccanica (25%). Ma questa struttura di controllo non pu\u00f2 risolvere il crescente squilibrio fra il volume di attivit\u00e0 prodotto nel Regno Unito e in Francia e quello in Italia. Solo riequilibrandolo, l\u2019Italia potr\u00e0 continuare a svolgere un ruolo da protagonista in questo campo.<\/p>\n<p>3) Nel campo spaziale abbiamo fino ad ora operato nel quadro di una tradizionale collaborazione con la Francia, basata sull\u2019interoperabilit\u00e0 dei rispettivi sistemi satellitari nazionali. Il Regno Unito ha, invece, seguito la strada dell\u2019utilizzo di servizi forniti da imprese private, pur sottoposte a specifici controlli. Anche a prescindere dalla decisione francese di puntare sul Regno Unito per i futuri satelliti di comunicazione, vi potrebbe, quindi, essere anche un diverso approccio basato sulla pi\u00f9 efficiente esperienza inglese.<\/p>\n<p>Per l\u2019Italia, che ha maturato una significativa capacit\u00e0 manifatturiera con Thales Alenia Space (due terzi della francese Thales e un terzo Finmeccanica) e di fornitura di servizi con Telespazio (stessi azionisti ma con rapporti invertiti), si pone di conseguenza un triplice problema: quale approccio seguire in futuro (sistemi proprietari o servizi); puntare su programmi nazionali o internazionali (e in questo caso con chi); come mantenere le capacit\u00e0 tecnologiche e industriali nazionali che sono inquadrate in una societ\u00e0 transnazionale a controllo francese.<\/p>\n<p>4) Nel campo dell\u2019aviazione imbarcata, la decisione inglese di rinunciare all\u2019F35B, la versione a decollo corto e atterraggio verticale, e di utilizzare l\u2019F35C, la tradizionale versione imbarcata, ci impone una profonda riflessione strategica. Fino ad ora abbiamo condiviso con Regno Unito e Spagna lo stesso velivolo AV-8B imbarcato su portaerei dotate di <i>ski-jump<\/i>. In questa prospettiva l\u2019Italia ha recentemente costruito la portaerei Cavour (che si affiancher\u00e0 al Garibaldi), mentre il Regno Unito aveva iniziato il progetto per due Queen Elisabeth.<\/p>\n<p>Lo scorso anno \u00e8 stato deciso che le portaerei inglesi saranno tradizionali e questo consentir\u00e0 l\u2019interoperabilit\u00e0 con la Marina francese, prevista dall\u2019Accordo bilaterale. La Marina italiana rischia, quindi, di rimanere isolata nella sua scelta (con relativo aggravio di costi per il supporto logistico e l\u2019addestramento, ma soprattutto impossibilit\u00e0 di prevedere la comunalit\u00e0 operativa con le due principali Marine europee). Qualsiasi decisione andr\u00e0, quindi, attentamente soppesata nel quadro di una strategia di medio-lungo periodo che consideri le implicazioni operative, finanziarie, industriali.<\/p>\n<p><b>Nuova strategia<\/b><br \/>Questi sono schematicamente i principali problemi che l\u2019Accordo franco-britannico ha posto sul tappeto e che richiedono la messa a punto di una nuova strategia italiana nel campo della difesa europea. Per impostarla e poi attuarla servono, per\u00f2, anche nuove basi. In particolare, serve il coraggio di esaminare le possibili soluzioni senza farsi condizionare troppo dal passato. <\/p>\n<p>Negli altri paesi questo \u00e8 avvenuto puntando molto, a livello di elaborazione, su contributi esterni alla struttura militare. Spetta poi all\u2019autorit\u00e0 politica prendere, con il necessario coinvolgimento dei vertici militari, le successive decisioni. Allo stesso tempo serve anche la stabilit\u00e0 della pianificazione finanziaria o, per lo meno, un chiaro impegno politico in questa direzione. Sarebbe utile, quindi, che le linee guida di questa strategia, una volta definite, fossero approvate dal Consiglio dei ministri e, al fine di renderle pi\u00f9 vincolanti, dal Consiglio Supremo di Difesa.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La politica italiana della difesa si \u00e8 basata in questi ultimi cinquant\u2019anni su due pilastri: la collaborazione transatlantica e, successivamente ma sempre pi\u00f9, l\u2019integrazione europea. 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