{"id":16810,"date":"2011-03-04T00:00:00","date_gmt":"2011-03-03T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/litalia-tra-allarmismo-e-realpolitik\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:07","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:07","slug":"litalia-tra-allarmismo-e-realpolitik","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/03\/litalia-tra-allarmismo-e-realpolitik\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia tra allarmismo e <i>realpolitik <\/i>"},"content":{"rendered":"<p>Le proteste in Libia mettono a dura prova i paesi occidentali ed in particolar modo quelli limitrofi, come l\u2019Italia. La necessit\u00e0 di proteggere interessi nazionali si scontra con il bisogno, profondo e insopprimibile, di libert\u00e0 e democrazia che i manifestanti di tanti paesi stanno esprimendo. Nel contesto italiano, il contrasto tra imperativo morale e tornaconto politico \u00e8 particolarmente marcato, a causa dei timori per le conseguenze che l\u2019eventuale caduta del regime di Gheddafi potrebbe avere sui flussi migratori.<\/p>\n<p><b>Non \u201cdisturbare\u201d<\/b><br \/>Quando sono apparse le prime notizie sulle proteste in Libia il 16-18 febbraio, il governo Berlusconi ha subito messo in chiaro la sua posizione.  Dicendosi preoccupato per quanto stesse avvenendo in Libia, Berlusconi ha reso noto di non aver sentito il suo amico Gheddafi per non &#8220;disturbarlo&#8221; in un momento cos\u00ec delicato. Il Presidente del Consiglio ha anche espresso preoccupazione \u201cper quel che succede nel Nord Africa e per quello che potrebbe accadere a noi se arrivassero tanti clandestini\u201d (<i>La Repubblica<\/i>, 19 febbraio 2011).<\/p>\n<p>Il premier italiano ha poi cambiato tono forse anche in risposta alle accuse di noncuranza verso i fatti drammatici di Bengasi e successivamente di Tripoli. Il 21 febbraio si \u00e8 detto infatti \u201callarmato per l&#8217;aggravarsi degli scontri e per l&#8217;uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile\u201d (<i>Il Sole 24 Ore<\/i>, 21 febbraio 2011). Nonostante questo, come osservato da Sergio Romano, la risposta italiana rimane legata ad una <i>realpolitik <\/i>tanto cinica quanto controproducente.<\/p>\n<p>Certo, a livello di parole il governo italiano non si \u00e8 pi\u00f9 tirato indietro. Il 23 febbraio il ministro degli esteri Franco Frattini ha detto che la situazione in Libia \u00e8 &#8220;grave, gravissima&#8221;, il cui \u201ctragico bilancio &#8211; ha aggiunto &#8211;  sar\u00e0 un bagno di sangue\u201d (ministro degli Esteri, 24 febbraio 2011). Il ministro ha quindi invitato l&#8217;Unione europea e l&#8217;intera Comunit\u00e0 internazionale a &#8220;compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili\u201d.<\/p>\n<p> Frattini ha appoggiato sia la linea adottata dalla Lega Araba il 22 febbraio di condanna e sospensione di ogni violenza che la proposta della Commissione europea di imporre sanzioni al regime libico. \u00c8 anche importante sottolineare un\u2019altra presa di posizione dello stesso ministro secondo cui per troppo tempo l&#8217;Occidente ha compiuto l&#8217;errore di &#8220;sostenere i regimi autoritari e illiberali&#8221; come antidoto al fondamentalismo islamico (Camera dei Deputati, 23 febbraio 2011).<\/p>\n<p><b>Seguire la corrente<\/b><br \/>Nei primi giorni della crisi, in parallelo alla condanna del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l\u2019Italia si \u00e8 detta successivamente disponibile, non senza qualche riserva, a partecipare alle sanzioni europee nei confronti del regime libico che includono embargo sulla vendita di armi e congelamento dei beni libici. Tuttavia, a livello europeo queste proposte sono state lanciate da Francia e Regno Unito e l\u2019Italia ha pi\u00f9 che altro seguito la corrente. Il 1\u00b0 marzo il Presidente del Consiglio ha sottolineato che l\u2019Italia \u201csar\u00e0 perfettamente in linea con quanto decider\u00e0 la comunit\u00e0 internazionale\u201d (Ap, 1 marzo, 2011).<\/p>\n<p>L\u2019incapacit\u00e0 del governo italiano di farsi promotore di un\u2019azione congiunta a livello internazionale per fermare la tragedia umanitaria in Libia e al confine con la Tunisia e l\u2019Egitto \u00e8 grave e merita pi\u00f9 di una riflessione. Nonostante il rapporto privilegiato che l\u2019Italia ha vantato con la Libia per decenni, il nostro paese ha giocato un ruolo secondario nella crisi degli ultimi giorni. Uno dei motivi che spiega la mancata presa di posizione del governo italiano \u00e8 legato al trattato di amicizia firmato nell\u2019 agosto del 2008.<\/p>\n<p>Il 26 febbraio, tuttavia, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha reso noto che il trattato di amicizia era stato di fatto sospeso. Per quanto la situazione sia in costante evoluzione e quindi qualsiasi giudizio inevitabilmente provvisorio, una cosa \u00e8 gi\u00e0 chiara: l\u2019irrisolutezza del governo italiano circa un\u2019azione umanitaria congiunta si pone in netto contrasto rispetto alle proposte specifiche tese ad affrontare la cosiddetta \u201cemergenza profughi\u201d.<\/p>\n<p> <b>Approccio emergenziale<\/b><br \/>Nei primi giorni della crisi libica il dibattito politico italiano si \u00e8 concentrato sulla questione dei \u201cclandestini\u201d. Il 23 febbraio il ministro degli interni Roberto Maroni ha proposto di discutere in seno al Consiglio europeo di Bruxelles un sistema europeo di asilo comune. Il Viminale ha anche richiesto il rafforzamento dell\u2019agenzia europea Frontex \u201cper farne uno strumento realmente operativo\u201d, e migliorarne la sinergia con gli altri organismi e con Europol in relazione alle possibili minacce terroristico-criminali (Ministero dell\u2019Interno, 23 febbraio 2011).<\/p>\n<p>Numerose speculazioni circa possibili afflussi di immigrati e richiedenti asilo hanno riempito le prime pagine dei giornali italiani. Secondo Frattini \u00e8 possibile che il 10 per cento o il 15 per cento dei due milioni di stranieri attualmente in Libia si metta in viaggio verso Cipro, Malta, Grecia e Italia. In un suo discorso alla Camera il ministro ha ipotizzato che si tratti di \u201c300.000, 250.000, 350.000 persone\u201d (Camera dei Deputati, 23 febbraio 2011). Frattini e Maroni hanno pertanto lanciato un appello a Bruxelles affinch\u00e9 l&#8217;Italia non venga \u201clasciata sola.\u201d <\/p>\n<p>Tuttavia, come gi\u00e0 sostenuto dalla portavoce in Italia dell&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), Laura Boldrini, questo approccio emergenziale \u00e8 pericoloso perch\u00e9 non si tratta solo di sbarchi di \u201cclandestini\u201d verso l\u2019Italia. La Boldrini si \u00e8 detta invece allarmata per la \u201ccaccia allo straniero africano\u201d che si sta consumando in Libia (<i>La Repubblica<\/i>, 24 febbraio 2011). Non \u00e8 una novit\u00e0 il fatto che nel corso degli anni gli stranieri africani in Libia abbiano subito discriminazioni sistematiche da parte del regime di Gheddafi.<\/p>\n<p>Secondo l\u2019Organizzazione Internazionale per la Migrazioni dall\u2019inizio delle proteste in Libia decine di migliaia di tunisini ed egiziani hanno lasciato la Libia per la Tunisia o per l\u2019Egitto. Inoltre centinaia di immigrati africani si stanno muovendo verso il Niger e, in generale, verso sud (Oim, 24 febbraio 2011). Cosa implica tutto questo per l\u2019Italia e le sue relazioni con la Libia e per l\u2019assetto geopolitico che far\u00e0 seguito a questa rivoluzione? <\/p>\n<p><b>L\u2019opportunit\u00e0 dell\u2019Italia<\/b><br \/>Nella storia delle relazioni tra Italia e Libia, sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra hanno fatto l\u2019impossibile per mantenere col regime di Gheddafi i migliori rapporti possibili, cercando di convincere l\u2019Occidente che in fondo non si trattasse di un leader tanto impresentabile e proponendolo come interlocutore privilegiato nel nord Africa. Questo \u00e8 riconducibile al delicato equilibrio di interessi che lega l\u2019Italia alla Libia.<\/p>\n<p>Come ha osservato Roberto Aliboni su questa rivista \u201cla posta in gioco per il nostro paese \u00e8 molto alta e l\u2019imprudente politica del governo rischia di scaricare su di esso i risentimenti della Libia che uscir\u00e0 dalla crisi attuale\u201d. Le proteste e i cambiamenti radicali che stiamo osservando nel mondo arabo parlano chiaro: un approccio cinico \u00e8 tanto ingenuo quanto nocivo (<i>Economist<\/i>, 24 febbraio 2011). Sono i cinici, e non i visionari, ad essere incapaci di spiegare questi fatti storici nel mondo arabo a fornire delle risposte adeguate. Solo nei prossimi mesi saremo in grado di analizzare e meglio comprendere come l\u2019Italia si sapr\u00e0 riposizionare di fronte a queste nuove sfide nel contesto Euro-Mediterraneo.<\/p>\n<p>Tuttavia, nel corso della prima settimana dall\u2019inizio della crisi libica, il governo italiano ha confermato la linea di politica estera preesistente fondata su interessi molto ristretti. Sentimenti xenofobi ed emergenziali ci impediscono di rispondere in maniera positiva e costruttiva. Solo un approccio meno cinico e che trascenda, senza tuttavia negare, la questione del flussi migratori, pu\u00f2 permettere all\u2019Italia di giocare un ruolo efficace nel ricostruire la trama complessa delle relazioni euro-mediterranee. La questione dell\u2019immigrazione e la situazione in Libia offrono delle opportunit\u00e0 al governo italiano per concepire una visione geopolitica internazionale pi\u00f9 ampia e perspicace. La nostra sfida sta quindi nel coniugare una politica assennata e utile per il paese con il bisogno di giustizia sociale che tutti avvertiamo.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le proteste in Libia mettono a dura prova i paesi occidentali ed in particolar modo quelli limitrofi, come l\u2019Italia. La necessit\u00e0 di proteggere interessi nazionali si scontra con il bisogno, profondo e insopprimibile, di libert\u00e0 e democrazia che i manifestanti di tanti paesi stanno esprimendo. 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