{"id":16840,"date":"2011-03-07T00:00:00","date_gmt":"2011-03-06T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-dubbio-amletico-sulla-no-fly-zone-in-libia\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:06","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:06","slug":"il-dubbio-amletico-sulla-no-fly-zone-in-libia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/03\/il-dubbio-amletico-sulla-no-fly-zone-in-libia\/","title":{"rendered":"Il dubbio amletico sulla <i>no-fly zone<\/i> in Libia"},"content":{"rendered":"<p>Subito una <i>no-fly zone<\/i>, anzi, no\u2026 \u00c8 uno dei dubbi amletici che la situazione in Libia suscita in Occidente. Per i meno informati, diciamo subito che per <i>no-fly zone<\/i> &#8211; zona di interdizione al volo &#8211; si intende una porzione di cielo sovrastante un territorio che, attraverso un costante pattugliamento aereo (caccia intercettori, ma, in caso di bisogno, anche caccia bombardieri) viene sottratta per un certo tempo al \u201csovrano territoriale\u201d al fine di impedire qualsiasi attivit\u00e0 di volo generata all\u2019interno dell\u2019area sottostante.<\/p>\n<p>Nel caso della Libia servirebbe ad impedire al colonnello Gheddafi l\u2019uso dell&#8217;aviazione per reprimere i rivoltosi, distruggere i depositi caduti nelle loro mani e danneggiare le fonti delle risorse petrolifere. Pur senza porre piede sul territorio, si tratterebbe evidentemente di una campagna bellica vera e propria, che richiede di affrontare preliminarmente tutti quegli interrogativi strategici, giuridici e anche etici che, in effetti, sono oggi oggetto di ampio dibattito.<\/p>\n<p><b>Posizioni non univoche<\/b><br \/>Le posizioni dei vari leader occidentali e delle organizzazioni internazionali sulla<i> no-fly zone <\/i>non sono uniformi nel tempo, n\u00e9 brillano per coerenza e continuit\u00e0. \u00c8 un&#8217;interminabile altalena di affermazioni, smentite e attenuazioni che \u00e8 invero assai difficile da inventariare. Anche se cambieranno ancora, possiamo tentare di riassumerle.<\/p>\n<p>Il primo ministro britannico David Cameron ha recentemente dichiarato a Westminster che il Regno Unito e gli alleati stavano gi\u00e0 pianificando una <i>no-fly zone<\/i>, all&#8217;attivazione della quale, ovviamente, erano favorevoli. Con maggiore cautela, anche l\u2019Unione europea ha timidamente sposato questa esigenza, temperandola con l\u2019affermazione che necessita del benestare dell\u2019Onu. Ma nella risoluzione 1970 &#8211; successiva a queste dichiarazioni &#8211; il Consiglio di sicurezza si \u00e8 guardato bene dal farne cenno.<\/p>\n<p>Non stupisce che Cina e Russia, ognuna per timore di future interferenze nei loro confronti, non vedano affatto di buon occhio una <i>no-fly zone<\/i> sulla Libia. E, senza il loro consenso, una risoluzione da parte del Consiglio di sicurezza sar\u00e0 impossibile anche in futuro. La Nato, per bocca del Segretario generale Anders Fogh Rasmussen, sembra raccogliere alcuni appelli a favore, ma anch&#8217;essa ritiene che, per passare a vie di fatto, serva un\u2019autorizzazione dell\u2019Onu. Di parere identico il neo-ministro degli esteri francese Alain Jupp\u00e8, disponibile a esaminare tutte le opzioni &#8211; <i>no-fly zone <\/i>compresa &#8211; ma non ad intervenire senza mandato.<\/p>\n<p>Anche negli Stati Uniti non sembrano essere tutti della stessa idea. Il generale del <i>Central Command<\/i>, James Mattis, ritiene che sarebbe un utile strumento di pressione nei confronti di Gheddafi, ma ammonisce che comporterebbe anche operazioni di attacco preventive, per rimuovere le difese. Salendo al livello politico, il severo Segretario di Stato Hillary Clinton e quello alla difesa Robert Gates, pur nella loro determinazione verbale, sembrano su posizioni non interventiste. A smentirli parzialmente \u00e8 recentemente intervenuto (il 4 marzo) lo stesso Barack Obama, che si \u00e8 mostrato possibilista anche su questa opzione, non escludendone alcuna altra.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda l\u2019Italia, il ministro degli esteri Franco Frattini ha comunicato la volont\u00e0 di mettere a disposizione le basi italiane per la <i>no-fly zone<\/i>, \u201cperch\u00e9 non si deve dare tregua al regime di Gheddafi\u201d. Questo, naturalmente, se un&#8217;apposita risoluzione viene approvata dal Consiglio di sicurezza, all\u2019interno del quale, tuttavia, \u201c\u2026 non c\u2019\u00e8 ancora una determinazione forte, a partire da Russia e Cina\u201d.<\/p>\n<p><b>I precedenti dei Balcani e dell&#8217;Iraq<\/b><br \/>Un\u2019occhiata ai precedenti di questo tipo di operazione appare utile, se non altro per consentire un metro di valutazione dell\u2019impegno operativo e del rapporto tra costo ed efficacia. <\/p>\n<p>La prima esperienza di <i>no-fly zone <\/i>della Nato, tra il \u201993 e il \u201995, \u00e8 stata l\u2019operazione \u201c<i>Deny Flight<\/i>\u201d sulla Bosnia-Herzegovina, durata 983 giorni, che a sua volta era stata preceduta per sei mesi dall\u2019operazione di ricognizione aerea \u201c<i>Sky Flight<\/i>\u201d, avente lo scopo di monitorare preventivamente il comportamento delle forze filo-serbe sul territorio.<\/p>\n<p>L\u2019operazione, che attraverso un alternarsi di azione aerea militare e di trattativa diplomatica, consent\u00ec alla fine la cessazione delle ostilit\u00e0 con la ripartizione del territorio secondo lo schema di Dayton, vide la partecipazione di 12 nazioni della Nato con velivoli schierati su 15 basi italiane, oltre che sulle portaerei. Quattro cacciabombardieri leggeri serbi che avevano cercato di levarsi in volo dal territorio controllato furono subito abbattuti dagli F.16 di Aviano. Nel complesso la missione richiese, nei tre anni, oltre 70 mila sortite aeree, di cui 23 mila dei caccia-intercettori, 27 mila per l\u2019attacco al suolo e 21 mila per radar volanti, aero-rifornitori, trasporti, soppressione delle difese antiaeree e ricognizione.<\/p>\n<p>Stesso sforzo, semmai superiore, fu fatto qualche anno dopo per il Kosovo: con attacchi aerei mirati si ottenne il ritiro delle forze serbe, ma non il collasso della Serbia e la caduta del suo presidente Slobodan Milosevic. A questo provvidero per le vie brevi i suoi connazionali, ma solo dopo qualche tempo.<\/p>\n<p> Analoghe misure furono prese dagli americani dopo la guerra del Golfo del 1991: per oltre 10 anni fu interdetto al volo circa un terzo del territorio e dello spazio aereo iracheno per salvaguardare i curdi dai bombardamenti di Saddam Hussein. I dati, in questo caso, non sono noti. Per far cadere il dittatore iracheno, tuttavia, ci volle poi una guerra vera.<\/p>\n<p>Se vogliamo tentare una misura dello sforzo che sarebbe necessario per la Libia, possiamo osservare quanto segue, lasciando poi al lettore ogni valutazione.<\/p>\n<p>La Bosnia ha un\u2019ampiezza di circa 50 mila chilometri quadrati, e si trova appena al di l\u00e0 dell\u2019Adriatico. L\u2019Iraq ha un\u2019estensione di circa 435 mila chilometri quadrati, di cui solo un terzo (la fascia centrale) era da sorvegliare. La Libia ha una superficie di circa un milione e 750 mila chilometri quadrati, e sta al di l\u00e0 del Mediterraneo. Vogliamo sorvegliare solamente i 2 mila chilometri di costa, per una profondit\u00e0 di almeno un centinaio di chilometri? Allora si tratta solo di 200 mila chilometri quadrati, ma pur sempre quattro volte la Bosnia e un quarto pi\u00f9 dell\u2019Iraq. Ognuno faccia i suoi conti.<\/p>\n<p><b>Che fare?<\/b><br \/>Quando si tratta di problemi umanitari &#8211; ma qui si vorrebbero anche preservare i pozzi di petrolio &#8211; le anime candide sono convinte che i costi non contino, ma di fronte a queste dimensioni qualche ragionamento conviene pur sempre farlo, guardando al futuro. La convinzione che Gheddafi fosse sul punto di crollare &#8211; in questo caso anche una limitata \u201cspallata\u201d sarebbe stata risolutiva &#8211; negli ultimi giorni \u00e8 venuta meno. Si possono pertanto immaginare almeno due scenari.<\/p>\n<p>Primo scenario: a Est una Cirenaica che, con tutti i suoi pozzi e le sue riserve, riesce ad affrancarsi e crea un proprio governo che viene riconosciuto e, a Ovest, un Gheddafi rinchiuso e vieppi\u00f9 incattivito nella sua Tripolitania. A questo punto, anche la situazione sul terreno sarebbe chiarita. Secondo scenario: Gheddafi riesce a riprendersi la Cirenaica con tutte le sue risorse e tutto ritorna come prima, ma questa volta per un periodo limitato non solo dall\u2019anagrafe, ma anche dallo stato di salute di un dittatore ormai delegittimato.<\/p>\n<p>Al momento, sino a che non si arriver\u00e0 a un chiarimento della situazione &#8211; che purtroppo coster\u00e0 altri morti &#8211; e a meno di colpi di scena, l\u2019evenienza di una <i>no-fly zone <\/i>sulla Libia resta assai remota, nonostante tutti, ciascuno con i propri distinguo, formalmente si dichiarino disponibili a sostenerla. Nessuno, per motivazioni diverse &#8211; e quelle dell\u2019Italia sono davvero peculiari &#8211; al di l\u00e0 delle dichiarazioni ha un vero interesse ad accelerare un intervento militare che presenta troppe incognite.<\/p>\n<p>In attesa di una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza in favore della<i> no-fly zone<\/i>, che probabilmente non verr\u00e0 mai, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha convocato per l\u201911 marzo un vertice straordinario dell\u2019Unione \u201c\u2026 alla luce dei recenti sviluppi nella regione del nostro vicinato meridionale, e in Libia in particolare\u201d. Rimaniamo in trepida attesa.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Subito una no-fly zone, anzi, no\u2026 \u00c8 uno dei dubbi amletici che la situazione in Libia suscita in Occidente. 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