{"id":17040,"date":"2011-03-24T00:00:00","date_gmt":"2011-03-23T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/limprovvisato-intervento-in-libia-e-la-strategia-nel-mediterraneo\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:02","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:02","slug":"limprovvisato-intervento-in-libia-e-la-strategia-nel-mediterraneo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/03\/limprovvisato-intervento-in-libia-e-la-strategia-nel-mediterraneo\/","title":{"rendered":"L\u2019improvvisato intervento in Libia e la strategia nel Mediterraneo"},"content":{"rendered":"<p>Noi europei ci eravamo illusi che, con la fine della Guerra Fredda, il Mediterraneo fosse diventato un affare di famiglia. Il progressivo allargamento dell\u2019Unione europea nei Balcani, l\u2019ingresso di Malta e Cipro, e l\u2019apertura dei negoziati di adesione con la Turchia avevano avviato un processo di unificazione di tutta la regione settentrionale del Mediterraneo in un\u2019unica realt\u00e0 europea. D\u2019altro canto, l\u2019Ue \u00e8 anche il partner commerciale di gran lunga dominante per tutti gli altri paesi delle regioni meridionali del Mediterraneo, in Nord Africa e in Medioriente. Certo, rimaneva (e rimane tutt\u2019ora) l\u2019elemento \u201cdi disturbo\u201d creato dal conflitto israelo-palestinese, ma si poteva sperare in qualche modo di isolarlo e ridurne la portata. Ci eravamo, purtroppo, sbagliati di grosso.<\/p>\n<p><b>Mezzaluna delle crisi<\/b><br \/>Prima la guerra in Iraq e poi le ambizioni nucleari dell\u2019Iran, unite al nodo irrisolto dell\u2019Afghanistan e al rischio di una crisi pakistana, hanno finito per spostare gli equilibri delle regioni meridionali pi\u00f9 verso Est. Pi\u00f9 che di Mediterraneo si \u00e8 cominciato a parlare di un Grande Medioriente che finiva per comprendere tutta la famosa \u201cmezzaluna delle crisi\u201d (come la battezz\u00f2 Zbigniew Brzezinski) dal Marocco al Corno d\u2019Africa al Golfo e all\u2019Asia centrale ex-sovietica: un contesto regionale dove l\u2019Europa \u00e8 molto meno influente.<\/p>\n<p>L\u2019arrivo massiccio della Cina e degli Usa in Africa (seguiti a ruota dall\u2019India) ha aperto un\u2019altra porta d\u2019ingresso al mare non pi\u00f9 solo \u201cnostrum\u201d, tanto pi\u00f9 che la Cina e l\u2019India, assieme al Giappone, sono tra i maggiori clienti del petrolio iraniano e del gas del Golfo (nonch\u00e9 del petrolio e del gas africani). La pirateria legata alla crisi somala ha ridotto il traffico proveniente dal Canale di Suez, ma in compenso \u00e8 aumentato enormemente il traffico in provenienza dall\u2019Atlantico, con il Marocco, e il nuovo porto di Tangeri, divenuti la nuova porta dell\u2019Occidente (Brasile incluso) per il Mediterraneo. E anche qui arrivano i cinesi (gi\u00e0 presenti massicciamente nel porto del Pireo ed interessati a nuovi sbocchi anche in Italia o altrove).<\/p>\n<p><b>Cambiamento di rotta<\/b><br \/>E ora \u00e8 arrivato lo sconquasso politico, gi\u00e0 preannunciato dalla crescente autonomia della politica turca, sia dalla Nato che dall\u2019Ue: il risveglio politico dei popoli arabi, dal Nord Africa sino al Golfo, ha messo in crisi l\u2019approccio europeo, di fatto sin troppo legato al mantenimento dell\u2019apparente stabilit\u00e0 garantita dai governi autoritari arabi, dalla Tunisia all\u2019Egitto, dall\u2019Algeria all\u2019Arabia Saudita.<\/p>\n<p>Questo probabilmente spiega anche le incomprensioni e le esitazioni che hanno ritardato la presa di coscienza europea del mutamento in atto: un ritardo che ha finito per favorire il brusco mutamento di rotta che ha caratterizzato la politica francese nel caso della Libia, spingendo l\u2019Europa ad abbracciare quest\u2019ultima rivoluzione sino all\u2019impegno militare contro il regime del Colonnello Gheddafi.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, anche questa scelta pi\u00f9 coraggiosa risente della confusione e delle incertezze iniziali: essa \u00e8 probabilmente pi\u00f9 in linea con le aspirazioni e le aspettative del mondo arabo di quanto non fosse la precedente timorosa paralisi, ma soffre comunque di un grave difetto di improvvisazione. Non \u00e8 il portato di una nuova strategia europea, ma piuttosto il tentativo di mascherare con un \u201cbel gesto\u201d gli errori precedenti. Non accresce la credibilit\u00e0 dell\u2019Europa: si limita a rimescolare le carte sperando in un servizio migliore alla prossima mano.<\/p>\n<p>Tuttavia ora, se si vuole che la situazione migliori e che l\u2019Europa recuperi peso e ruolo nel Mediterraneo, bisogna fare in modo che la scommessa arrivi a buon fine. Non sar\u00e0 facile, perch\u00e9 questa nuova avventura \u00e8 iniziata all\u2019insegna dell\u2019improvvisazione e della frammentazione nazionalista. Gli europei si sono divisi, con la Francia e la Gran Bretagna da un lato, la Germania (e la Turchia) da un altro, e alcuni paesi come l\u2019Italia in un incerto terreno mediano, legato pi\u00f9 alla dimensione transatlantica che a quella europea.<\/p>\n<p><b>Beau geste<\/b><br \/>In altri termini, nel Mediterraneo rischia di riprodursi (anche se in modo meno aspro e con configurazioni diverse) quella divisione tra europei che avevamo gi\u00e0 sperimentato all\u2019epoca della guerra in Iraq. Ma un\u2019Europa divisa ben difficilmente riuscir\u00e0 ad elaborare una nuova credibile strategia verso il Mediterraneo ed il Medioriente.<\/p>\n<p>Dalle divisioni causate dalla guerra in Iraq l\u2019Europa riusc\u00ec a uscire positivamente anche grazie all\u2019approvazione, nel dicembre 2003, della strategia comune di sicurezza proposta dall\u2019allora Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza, Javier Solana: \u201cUn\u2019Europa sicura in un mondo migliore\u201d. Oggi si delinea la necessit\u00e0 di un\u2019iniziativa analoga per urgenza ed importanza, che stabilisca le linee guida della strategia comune europea nel Mediterraneo e nel Medioriente.<\/p>\n<p>Il riconoscimento che i popoli del Nord Africa e del Medioriente aspirano a forme pi\u00f9 moderne &#8211; pi\u00f9 aperte e democratiche &#8211; di governo deve essere accompagnato dagli opportuni incentivi economici e commerciali e dagli investimenti necessari per collegare i \u201ccorridoi\u201d continentali europei con un certo numero di \u201cautostrade marittime\u201d attraverso il Mediterraneo. L\u2019Unione europea non pu\u00f2 allargarsi a Sud come ha fatto ad Est, ma pu\u00f2 offrire ai paesi che lo desiderano forme pi\u00f9 avanzate di integrazione economica anche nei settori pi\u00f9 protetti, come l\u2019agricoltura.<\/p>\n<p><b>Sicurezza mediterranea<\/b><br \/>Allo stesso tempo \u00e8 necessario formulare i principi di una politica complessiva di \u201csicurezza mediterranea\u201d, basata sulla cooperazione tra l\u2019Ue, la Nato e un certo numero di paesi arabi e\/o islamici democratici o in via di democratizzazione, come la Turchia, il Marocco, la Tunisia, l\u2019Egitto e qualche altro, cui offrire un vero e proprio partenariato di sicurezza, forme agevolate di politica dei visti e aiuti e cooperazione nel campo della lotta alla criminalit\u00e0 organizzata e al terrorismo.<\/p>\n<p>In altri termini, una nuova politica \u201cmediterranea e mediorientale\u201d dell\u2019Unione deve saper diversificare le sue offerte e il suo partenariato con i paesi della regione, privilegiando decisamente quelli che scelgono la strada della maggiore democratizzazione. Solo cos\u00ec infatti l\u2019Europa, oltre a recuperare credibilit\u00e0 politica e morale, potr\u00e0 consolidare il processo di modernizzazione in atto e sostituire la vecchia e fallimentare politica di (illusoria) stabilit\u00e0 con una strategia di trasformazione nella sicurezza.<\/p>\n<p>La nuova sfida dell\u2019Ue \u00e8 quella di impostare una nuova politica di sicurezza e cooperazione diretta verso Sud che, pur nella diversit\u00e0 degli strumenti, punti ad essere almeno altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento dell\u2019allargamento verso Est.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Noi europei ci eravamo illusi che, con la fine della Guerra Fredda, il Mediterraneo fosse diventato un affare di famiglia. 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