{"id":17110,"date":"2011-03-31T00:00:00","date_gmt":"2011-03-30T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/rivolte-arabe-il-pesante-passivo-dellitalia\/"},"modified":"2017-11-03T15:34:01","modified_gmt":"2017-11-03T14:34:01","slug":"rivolte-arabe-il-pesante-passivo-dellitalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/03\/rivolte-arabe-il-pesante-passivo-dellitalia\/","title":{"rendered":"Rivolte arabe, il pesante passivo dell&#8217;Italia"},"content":{"rendered":"<p>In Italia la crisi libica ha dato adito all\u2019ennesima edizione di un dibattito trito e astratto che, pur tra dotte citazioni di Erodoto e Sant\u2019Agostino, di Machiavelli e Sun Zu, \u00e8 ruotato attorno ai soliti quesiti: se il paese sia in guerra o in missione di pace e se l\u2019uso dello strumento militare sia giustificato e abbia fini nobilmente umanitari oppure contrario ai dettami della Costituzione e mosso da biechi interessi, come sono sempre quelli relativi al gas e al petrolio, di cui siamo tuttavia allegri consumatori. Intanto, la crisi \u00e8 sfociata in un serio insuccesso di politica estera, probabilmente gravido di conseguenze durature.<\/p>\n<p>\t<b>Trasformazione epocale<\/b><br \/>Ancora una volta si \u00e8 persa l\u2019occasione per una riflessione adeguata su come sta cambiando la conflittualit\u00e0 nel mondo, sui modi per legittimare l\u2019impiego della forza e per limitarne il pi\u00f9 possibile le conseguenze. E sul ruolo, in questo contesto, delle istituzioni internazionali e delle \u201ccoalizioni dei volonterosi\u201d. Tutte cose che non si lasciano catalogare facilmente nelle categorie di guerra giusta o ingiusta, di difesa o attacco, eccetera.<\/p>\n<p>Ancor pi\u00f9 grave \u00e8 che, nello specifico degli eventi che hanno improvvisamente interessato un\u2019area di cos\u00ec acuto interesse geopolitico e geoeconomico per il nostro paese, come il Nord Africa e il mondo arabo in generale, non si sia saputo cogliere il significato della trasformazione avviata, pur nell\u2019inevitabile incertezza sulla sua portata e durata. Ad esserne investito \u00e8 l\u2019intero quadro internazionale, in primo luogo quello euro-americano in modi anche paradossali, se li rapportiamo alla nostra esperienza storica. Vediamone alcuni esempi.<\/p>\n<p>Il movimento popolare, che dalla Tunisia si \u00e8 sviluppato in una spontanea reazione a catena, propagandosi e autosostenendosi mediante le ultime tecnologie di comunicazione, si \u00e8 rivolto contro regimi e leader autocratici, con cui gli Stati Uniti e i paesi europei avevano stabilito strette convivenze e connivenze, ove meno ove pi\u00f9 (e ove troppo, come nel caso dell\u2019Italia), tanto da essere colti in flagrante reato di incertezza e ambiguit\u00e0 nelle loro reazioni agli eventi inattesi, sorprendentemente inattesi (se si eccettuano pochi centri di studio, fra quali crediamo di poter annoverare lo IAI). <\/p>\n<p>\tTuttavia i manifestanti che si sono riversati nelle piazze arabe non hanno rivolto la loro ira contro l\u2019Occidente. Non vi sono state bandiere americane bruciate (e neppure israeliane), ma solo bandiere nazionali sventolate, con l\u2019eccezione della Libia, dove i rivoltosi agitano un vessillo diverso da quello del regime.<\/p>\n<p><b>Cautele americane<\/b><br \/>Lo stesso movimento di rivolta, caratterizzato da un\u2019et\u00e0 media bassa, da un livello culturale elevato e da una partecipazione femminile variabile, ma certo maggiore che in ogni precedente occasione, pu\u00f2 esser visto come l\u2019estensione popolare di quell\u2019uditorio campione che nel giugno del 2009 aveva assistito al discorso di Barack Obama all\u2019universit\u00e0 del Cairo. <\/p>\n<p>Eppure la reazione della stessa amministrazione Obama al moltiplicarsi delle notizie e delle immagini dalle piazze tunisine e poi soprattutto di quelle egiziane, \u00e8 stata, in una prima fase, esitante fra diverse esigenze e interessi: da un lato, l\u2019utilit\u00e0 del traballante Mubarak nella strategia americana nel Medio Oriente e la volont\u00e0 di non apparire come fomentatore esterno del movimento; dall\u2019altra, l\u2019istintiva simpatia per le rivendicazioni democratiche e l\u2019imperativo di stabilire un ponte con le nuove, ancorch\u00e9 incerte, leadership.<\/p>\n<p>La prospettiva di una guerra civile in Libia ha evidenziato ulteriormente le cautele di un\u2019America \u201creticente\u201d, \u201criluttante\u201d, \u201cselettiva\u201d, \u201cfrugale\u201d, per citare solo alcuni degli aggettivi che hanno avuto corso fra commentatori e politologi. Gli imperativi erano diversi: non perdere influenza in un\u2019area in sommovimento, critica per gli interessi nazionali, ma nello stesso tempo non impegnarsi in un nuovo conflitto che coinvolge l\u2019Islam e non ritrovarsi isolati. Donde una nuova insistenza sullo strumento multilaterale (Onu e, forse prematuramente, la Corte penale internazionale) e sul coinvolgimento degli europei, chiamati, come nella crisi nei Balcani, ad assumersi le dovute responsabilit\u00e0 nel loro vicinato.<\/p>\n<p><b>Divisioni europee<\/b><br \/>In verit\u00e0 l\u2019Europa ha risposto in maniera pi\u00f9 pronta e meno sfuggente che ai tempi di Milosevic, dimostrando fra l\u2019altro che il legame transatlantico, dato periodicamente per morto, \u00e8 poi sempre l\u00ec, <i>estrema ratio<\/i>. Dopo la loro buona parte di esitazioni, o anche paurose oscillazioni, i governi di Parigi e di Londra hanno preso la guida della reazione militare alla repressione di Gheddafi, sviluppando un\u2019efficace azione diplomatica in sede Onu sulla base di un\u2019intesa non subalterna con Washington, coinvolgendo una pur ambigua Lega araba, e infine ricorrendo allo strumento Nato, per chiudere il cerchio.<\/p>\n<p>Questo profilo eccezionalmente alto degli europei in una crisi internazionale \u00e8 stato tuttavia accompagnato da una manifestazione plateale delle loro divisioni, superiore se possibile ad ogni precedente. L\u2019astensione dell\u2019ambasciatore tedesco al Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu sulla risoluzione che ha autorizzato l\u2019azione militare e il riconoscimento unilaterale del Consiglio nazionale di transizione in Cirenaica da parte di Sarkozy il giorno prima del vertice europeo che doveva discutere della risposta alla crisi libica, non sono che due esempi di una cacofonia sistematica. Dalla quale, tra l\u2019altro, \u00e8 risultata definitivamente confermata l\u2019irrilevanza degli strumenti di politica estera creati con il trattato di Lisbona.<\/p>\n<p><b>Isolamento italiano<\/b><br \/>Il passivo per l\u2019Italia \u00e8 pesante. Le sue voci pi\u00f9 onerose non sono tanto il mancato invito alla teleconferenza dei quattro grandi occidentali alla vigilia del composito vertice di Londra, n\u00e9 la solitudine dinanzi all\u2019afflusso eccezionale di migranti e profughi, come i media italiani tendono a far credere. In entrambi i casi, non mancano giustificazioni oggettive.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 grave \u00e8 stata l\u2019incapacit\u00e0, fin dall\u2019inizio, di trovare una strategia di uscita dall\u2019imbarazzo che, come detto, non era certo solo nostro. David Cameron, colto dalla rivolta mentre stringeva mani di autocrati nel Golfo, \u00e8 riuscito a recuperare leadership. Il presidente francese, <i>vilain <\/i>a Tunisi, \u00e8 diventato eroe a Benghasi. La Merkel sembra poter rientrare nel gioco dopo lo scivolone dell\u2019astensione della Germania sulla risoluzione Onu.<\/p>\n<p>Il nostro presidente del Consiglio italiano ha invece sperimentato, com\u2019era prevedibile, gli effetti perversi di quella politica estera \u201cpersonale\u201d, di cui \u00e8 sempre stato convinto cultore. Donde il suo finir di essere \u201ca Dio spiacente e agli inimici suoi\u201d in quasi ogni paese o contesto di coalizione. Anche nella cacofonia europea, di cui l\u2019Italia \u00e8 ad un tempo vittima e partecipe.<\/p>\n<p>Ma a ben vedere anche la cultura e i media dovrebbero fare un esame di coscienza, interrogarsi sulla tradizionale difficolt\u00e0 nazionale, verificabile sull\u2019intero arco dei 150 anni di unit\u00e0, ad afferrare che la politica estera \u00e8 sempre un insieme di idealismo e di <i>realpolitik<\/i>, di finalit\u00e0 e di fattibilit\u00e0, di iniziativa autonoma e di reattivit\u00e0 a eventi esterni e imprevisti. A cui si \u00e8 aggiunta, negli ultimi cinquant\u2019anni, la necessit\u00e0 di combinare l\u2019interesse nazionale con quello comune dell\u2019Unione europea e, in qualche misura, delle altre istituzioni multilaterali, di cui siamo parte.<\/p>\n<p>E infine oggi bisogna saper cogliere, come si diceva sopra, una certa metamorfosi nella natura della violenza internazionale e il ruolo crescente delle societ\u00e0 civili fra loro interconnesse, di cui le folle di Piazza della Casbah a Tunisi e di Piazza Tahrir al Cairo non sono che i segni visibili pi\u00f9 recenti. Ispiriamoci pure alle Guerre del Peloponneso, alla Citt\u00e0 di Dio e al Principe, ma per adattarli alla realt\u00e0 che ci circonda, non viceversa.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Italia la crisi libica ha dato adito all\u2019ennesima edizione di un dibattito trito e astratto che, pur tra dotte citazioni di Erodoto e Sant\u2019Agostino, di Machiavelli e Sun Zu, \u00e8 ruotato attorno ai soliti quesiti: se il paese sia in guerra o in missione di pace e se l\u2019uso dello strumento militare sia giustificato [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[96,135],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17110"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=17110"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17110\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":63590,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17110\/revisions\/63590"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=17110"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=17110"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=17110"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}