{"id":17190,"date":"2011-04-05T00:00:00","date_gmt":"2011-04-04T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/se-in-siria-crolla-il-regime\/"},"modified":"2017-11-03T15:33:58","modified_gmt":"2017-11-03T14:33:58","slug":"se-in-siria-crolla-il-regime","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/04\/se-in-siria-crolla-il-regime\/","title":{"rendered":"Se in Siria crolla il regime"},"content":{"rendered":"<p>Alla fine l\u2019onda lunga della rivoluzione araba \u00e8 arrivata violentemente anche in Siria, sorprendendo autorevoli commentatori e analisti che per mesi avevano ritenuto il regime di Bashar al-Assad immune dal cambiamento. Le proteste, iniziate in sordina a Damasco, si sono poi scatenate a Dara\u2019a, piccolo centro agricolo vicino al confine con la Giordania, dopo l\u2019arresto di alcuni studenti \u201ccolpevoli\u201d di aver imbrattato i muri della scuola con scritte contro il regime. Proteste da subito fuori controllo, cui hanno aderito migliaia di persone chiedendo il ripristino delle libert\u00e0 civili e la fine dello stato di emergenza in vigore dal 1963.<\/p>\n<p><b>Emergenza e repressione<\/b><br \/> Per la prima volta in quarant\u2019anni sono stati attaccati i simboli del regime. La sede del partito al potere \u00e8 stata incendiata, le gigantografie di al-Assad sono state sfregiate e la statua di Hafez al-Assad (padre dell\u2019attuale presidente e &#8211; a sua volta &#8211; capo dello stato dal 1971 al 2000) \u00e8 stata rovesciata, in una sequenza che riporta alla mente un\u2019altra piazza e una statua ancora pi\u00f9 imponente, quella di Saddam Hussein in Piazza del Paradiso a Baghdad, abbattuta dagli iracheni entusiasti per l\u2019arrivo degli americani nel 2003. Scene non immaginabili solo alcune settimane fa.<\/p>\n<p>Le forze di sicurezza siriane hanno risposto brutalmente, uccidendo decine di dimostranti. Secondo <i>Human Rights Watch<\/i>, i morti sarebbero oltre 60. Ma la rivolta non si \u00e8 placata, anzi si \u00e8 estesa anche ad altre citt\u00e0, arrivando fino alla capitale, Damasco.<\/p>\n<p>All\u2019aggravarsi della situazione, il regime ha tentato di correre al riparo ordinando il rilascio di 260 prigionieri politici per lo pi\u00f9 curdi e islamisti e annunciando l\u2019aumento fino al 30% dei salari dei dipendenti pubblici. Il presidente si \u00e8 anche impegnato a studiare una serie di riforme politiche mirate ad abrogare la legge d\u2019emergenza, aprire a nuove formazioni politiche, allentare la censura sui media e concedere pi\u00f9 potere alle organizzazioni non governative. Le riforme annunciate, se effettivamente attuate, sarebbero \u201ca dir poco rivoluzionarie\u201d.<\/p>\n<p><b>Salto nel buio<\/b><br \/>L\u2019opposizione non si fida delle promesse del presidente ed \u00e8 nuovamente scesa in piazza dopo la tradizionale preghiera del venerd\u00ec per chiedere la fine del regime. Dovrebbe, tuttavia, essere attenta a ci\u00f2 che desidera. La Siria non \u00e8 un paese coeso e omogeneo come l\u2019Egitto, ma una societ\u00e0 multi-etnica e multi-religiosa, come l\u2019Iraq e il Libano. La violenta rimozione del regime porterebbe, pertanto, a uno scontro senza fine tra le diverse fazioni. <\/p>\n<p> La Siria si trova al centro di una fitta rete di vecchie e nuove alleanze all\u2019interno del mondo arabo (Iran, Hezbollah, Hamas, Jihad islamica, Turchia) e un suo scivolare nell\u2019anarchia e verso la guerra civile potrebbe avere conseguenze molto serie sui suoi alleati, oltre a modificare sensibilmente gli attuali equilibri di forza nella regione.<\/p>\n<p><b>Silenzio di Teheran<\/b><br \/>Il fondamento della politica estera siriana \u00e8 rappresentato dalla partnership con la Repubblica islamica d\u2019Iran. Nata agli inizi degli anni ottanta quale strategia per contenere Baghdad, questa partnership si \u00e8 rafforzata in seguito al sostegno del movimento sciita libanese Hezbollah e al contenimento della superiorit\u00e0 militare di Israele. Permettendo il sistematico trasferimento di armi iraniane di ogni tipo attraverso il suo territorio, Damasco ha garantito a Tehran un \u201cvero e proprio avamposto di opposizione armata contro Israele\u201d e, allo stesso tempo, si \u00e8 assicurata un\u2019influenza decisiva sulle dinamiche politiche libanesi.<\/p>\n<p>Le autorit\u00e0 iraniane seguono con timore l\u2019evolvere della situazione in Siria. L\u2019eventuale rimozione di al-Assad potrebbe portare alla formazione di un governo a maggioranza sunnita che impedirebbe all\u2019Iran l\u2019accesso al Libano e ridurrebbe l\u2019influenza di Hezbollah nel paese dei cedri. Non \u00e8 certo un caso che la Repubblica islamica, dopo aver reagito con entusiasmo alle ribellioni in Tunisia, Egitto, Libia e Bahrain, abbia questa volta scelto il \u201csilenzio-assenso\u201d nei confronti delle azioni del regime siriano. <\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 certa: qualsiasi cambiamento in Siria non potr\u00e0 non avere un impatto sul Libano, un paese profondamente spaccato in seguito alla caduta del governo di Saad Hariri e alla decisione di affidare l\u2019incarico di formare un nuovo esecutivo a Najib Mikati, amico personale di al-Assad e vicino a Hezbollah.<\/p>\n<p> In Libano, la tensione politica tra lo schieramento anti-siriano e anti-iraniano \u201c14 Marzo\u201d, guidato dall\u2019ex primo ministro Hariri, e il fronte \u201c8 Marzo\u201d, guidato da Hezbollah e appoggiato dall\u2019Iran e dalla Siria, \u00e8 aumentata notevolmente dall\u2019inizio delle proteste in Siria, facendo temere nuovi scontri armati. Al-Manar (emittente televisiva di Hezbollah) e Cham Press (agenzia di stampa siriana molto vicina al regime) hanno esplicitamente accusato \u201cmembri del Movimento 14 Marzo di fomentare la protesta e di fornire soldi e armi ai ribelli siriani\u201d.<\/p>\n<p>Le notizie dell\u2019esplosione di un ordigno di fronte a una chiesa nella Valle della Bekaa e gli scontri tra sunniti anti-siriani e sciiti pro-Damasco, davanti alla sede dell\u2019ambasciata siriana a Beirut, \u201csembrano confermare i timori condivisi dalla maggioranza dei libanesi di pericolose e imminenti ripercussioni locali\u201d della crisi siriana.<\/p>\n<p><b>Preoccupazione turca<\/b><br \/>Anche la Turchia segue con attenzione la crisi siriana. Negli ultimi anni, Damasco \u00e8 diventata il fulcro attorno al quale ruota la nuova ambiziosa politica mediorientale del primo ministro Recep Tayyip Erdogan e del ministro degli Affari esteri Ahmet Davutoglu, finalizzata alla creazione di un\u2019area di libero scambio tra Turchia, Siria, Libano e Giordania annunciata lo scorso giugno.<\/p>\n<p>Con il progetto la Turchia spera di rilanciare il proprio ruolo diplomatico nella regione e il volume degli scambi commerciali nel mondo arabo. Nel frattempo, Ankara e Damasco hanno gi\u00e0 raddoppiato il volume degli interscambi, eliminato il sistema dei visti alla frontiera e avviato i lavori per l\u2019istituzione di un consiglio di cooperazione strategica. Una lotta di potere in Siria potrebbe ritardare l\u2019entrata in vigore dell\u2019area di scambio prevista per la seconda met\u00e0 del 2011 e porre un freno ad ulteriori iniziative.<\/p>\n<p>Non sono solo gli amici a essere preoccupati per l\u2019evoluzione della situazione, ma anche i \u201cnemici\u201d. Stati Uniti e Israele seguono con molta attenzione gli sviluppi della crisi e, nonostante le accuse mosse da al-Assad, restano estranei alle proteste in corso e sperano, anzi, che riesca a mantenere lo <i>status quo<\/i>.<\/p>\n<p><b>Usa per la non ingerenza<\/b><br \/>Sebbene, successivi governi sia americani che israeliani abbiano ripetutamente criticato la Siria per l\u2019alleanza con l\u2019Iran, il rapporto con Hezbollah e il legame con le fazioni radicali palestinesi Hamas e Jihad islamica, Washington e Gerusalemme temono adesso che il regime laico di al-Assad possa essere sostituito da gruppi islamici fondamentalisti. <\/p>\n<p>Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha fatto recentemente sapere che gli Stati Uniti considerano al-Assad un \u201criformatore\u201d per cui non interferiranno negli affari interni siriani, mentre un articolo dell\u2019autorevole quotidiano israeliano Haaretz ha definito al-Assad \u201cil dittatore arabo pi\u00f9 amato in Israele\u201d.<\/p>\n<p>Un paradosso del conflitto tra Siria e Israele \u00e8 che, nonostante Damasco sia uno dei nemici irriducibili di Gerusalemme, non un solo colpo di artiglieria sia stato sparato dall\u2019ottobre del 1973. A dispetto della forte retorica anti-americana e anti-israeliana, prima Hafez e poi Bashar hanno compreso che l\u2019unico modo per recuperare le Alture del Golan, conquistate da Israele nel 1967, \u00e8 attraverso il negoziato con Israele. Se al-Assad fosse deposto, Washington e Gerusalemme perderebbero un interlocutore che potrebbe essere disposto a firmare un trattato di pace con lo stato ebraico.<\/p>\n<p>Solo qualche settimane fa, al-Assad si era detto pronto a riprendere negoziati di pace diretti con Israele. Coloro che a Gerusalemme sono favorevoli a restituire le Alture del Golan, in cambio della pace e della normalizzazione dei rapporti, temano che ogni prospettiva cada insieme al regime.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 difficile immaginare che \u201crivolte popolari diffuse, ma sparpagliate riescano a rovesciare il regime\u201d. Una posizione determinante a favore di al-Assad \u00e8 quella dei comandanti militari alawiti che, temendo di essere allontanati dal potere e di essere perseguitati, si sono schierati dalla parte del presidente, una differenza fondamentale rispetto al caso tunisino e egiziano.<\/p>\n<p>Fintanto che i comandanti militari rimarranno uniti e obbediranno al presidente, sar\u00e0 molto difficile per l\u2019opposizione abbattere il regime. Resta da vedere se le grandi famiglie industriali sunnite, che dominano l\u2019economia e hanno sostenuto gli al-Assad per oltre quarant\u2019anni in nome della sicurezza e della stabilit\u00e0, continueranno a farlo.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alla fine l\u2019onda lunga della rivoluzione araba \u00e8 arrivata violentemente anche in Siria, sorprendendo autorevoli commentatori e analisti che per mesi avevano ritenuto il regime di Bashar al-Assad immune dal cambiamento. 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