{"id":1720,"date":"2006-08-02T00:00:00","date_gmt":"2006-08-01T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/un-nuovo-ruolo-per-lamerica-nelle-crisi-internazionali\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:22","slug":"un-nuovo-ruolo-per-lamerica-nelle-crisi-internazionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/08\/un-nuovo-ruolo-per-lamerica-nelle-crisi-internazionali\/","title":{"rendered":"Un nuovo ruolo per l\u2019America nelle crisi internazionali"},"content":{"rendered":"<p><b>Intervista a Esther Brimmer<\/b><\/p>\n<p>Il conflitto tra Israele e Libano che infiamma il gi\u00e0 tormentato Medio Oriente riporta in auge la questione del ruolo della comunit\u00e0 internazionale nella gestione dei conflitti. La conferenza tenutasi a Roma il 26 luglio ha segnalato la volont\u00e0 delle grandi potenze di concertare le rispettive azioni diplomatiche. Notevole \u00e8 stato l\u2019attivismo del Segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, che aveva compiuto un viaggio a sorpresa a Beirut e in Israele per sondare la situazione sul campo prima di prendere parte ai lavori della conferenza. Questo rinnovato impegno americano a favore dello strumento diplomatico pare venire incontro alle richieste avanzate all\u2019amministrazione Bush dai governi europei dopo gli aspri dissensi sull\u2019intervento militare in Iraq. Anche la \u201csuperpotenza senza rivali\u201d, sottolineano le diplomazie europee, dovrebbe ascoltare i suoi alleati prima di agire e dovrebbe ricorrere allo strumento militare solo in ultima istanza. Ma quanto \u00e8 realmente cambiata la politica estera americana durante il secondo mandato di Bush? Siamo sicuri che le tensioni transatlantiche si siano appianate? Ne discutiamo con <b>Esther Brimmer<\/b>, direttore della ricerca presso il <a href= http:\/\/transatlantic.sais-jhu.edu\/staff_bios\/BrimmerBio.htm target= \"blank\"><b><u> Centro per le Relazioni Transatlantiche della Scuola di Studi Internazionali Avanzati (Sais) <\/u><\/b><\/a> della Johns Hopkins University a Washington D.C.<\/p>\n<p><b>\u00c8 prematuro esprimere una valutazione sull\u2019azione americana nel contesto della crisi tra Israele e Libano. Crede tuttavia che lo sforzo diplomatico della Rice confermi quella che molti commentatori internazionali vedono come una virata della seconda amministrazione Bush verso un approccio multilaterale e diplomatico alla soluzione dei conflitti?<\/b><\/p>\n<p>\u00c8 sicuramente troppo presto per esprimere un giudizio definitivo, ma non mi sembra che la risposta iniziale americana alla crisi in Libano sia un buon esempio di diplomazia. Mi pare al contrario che le troppe esitazioni sull\u2019imposizione di una tregua tra le parti dimostri che Bush e la Rice siano ancora convinti che lo strumento militare possa costituire il modo adeguato per risolvere problemi politici, come quelli che oppongono il popolo di Israele agli Hezbollah.<\/p>\n<p><b>Sta dicendo che in fondo nulla \u00e8 cambiato nella politica estera americana del secondo mandato di Bush?<\/b><\/p>\n<p>No, il mio giudizio si ferma al Libano. Su altre questioni importanti, credo si siano verificati cambiamenti significativi. Il catalizzatore del nuovo approccio dell\u2019amministrazione americana \u00e8 stata la situazione terribile in cui versa l\u2019Iraq. La d\u00e9bacle irachena ha messo sotto gli occhi di tutti che anche la superpotenza americana non ha le risorse sufficienti per gestire da sola i conflitti internazionali. Anche l\u2019egemone ha bisogno di partner. Questo rinnovato interesse per l\u2019approccio multilaterale si sta rendendo evidente in questioni come quelle della Corea del Nord e dell\u2019Iran.<\/p>\n<p><b>Come sta evolvendo, secondo lei, la questione iraniana?<\/b><\/p>\n<p>Anche in questo caso \u00e8 prematuro esprimere un giudizio definitivo, soprattutto perch\u00e9 si pu\u00f2 al momento solo speculare sulla strategia che Teheran adotter\u00e0 come risposta alle richieste occidentali. Tuttavia, l\u2019elemento nuovo e importante \u00e8 che a Washington si parla ora seriamente di diplomazia. Ancora pi\u00f9 notevole \u00e8 che l\u2019amministrazione Bush sembra essere disposta a lasciare la guida a Francia, Germania e Gran Bretagna, la cosiddetta UE-3. Bush ha frenato sul versante delle sanzioni e sta lasciando che il Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu lavori sulle linee direttive che l\u2019Europa ha proposto come base di un\u2019azione diplomatica.<\/p>\n<p><b>La nuova stagione della politica estera americana passa, dunque, attraverso un recupero della fiducia degli alleati europei?<\/b><\/p>\n<p>Cruciale \u00e8 stata la visita che il presidente Bush ha fatto nel febbraio 2005 alle istituzioni europee all\u2019inizio del secondo mandato. La visita a Bruxelles, sede della Nato e della Commissione europea, nonch\u00e9 capitale simbolica dell\u2019Unione europea, \u00e8 stata importante da un punto di vista anche storico: la prima visita ufficiale di un presidente americano in carica alle istituzioni comunitarie europee. Non direi tuttavia che le tensioni transatlantiche sono appianate. Purtroppo, le differenze persistono e a volte sono profonde. Riguardano il modo stesso di intendere le minacce internazionali.<\/p>\n<p><b>Quali sono queste concezioni divergenti?<\/b><\/p>\n<p>Gli attacchi dell\u201911 settembre sono stati davvero uno spartiacque. La campagna contro il terrorismo \u00e8 l\u2019elemento centrale della politica estera di Bush. L\u2019America sta modificando le proprie relazioni con gli altri paesi della comunit\u00e0 internazionale a seconda del loro impegno o della loro rilevanza strategica nella guerra al terrorismo. Per le nazioni europee la vittoria sul terrorismo \u00e8 un obiettivo prioritario, ma non tale da cambiare in modo sostanziale la natura delle loro relazioni con l\u2019estero.<\/p>\n<p>Strettamente legata alla percezione della minaccia terroristica, vi \u00e8 poi la questione dell\u2019uso della forza. Come la ricerca del German Marshall Fund ha messo in evidenza (Transatlantic Trends 2005), il 55% degli americani ritiene possibile, nonostante le ombre sulle motivazioni vere dell\u2019intervento militare in Iraq, che sia possibile condurre una \u201cguerra giusta\u201d. Vale a dire, che la forza militare di un paese possa essere impiegata per risolvere in modo efficace una ingiustizia. Anche se in percentuale diversa da paese a paese, gli europei sono invece in maggioranza contrari a questa idea. Questa divergenza di vedute sulle minacce internazionali e il modo pi\u00f9 corretto per risolverle sta condizionando la politica occidentale non solo verso l\u2019Iraq, ma anche in crisi minori, come nel caso dell\u2019intervento umanitario a favore delle popolazioni del Darfur.<\/p>\n<p><b>Vi \u00e8 dunque discrepanza nel modo di intendere il concetto stesso di sicurezza nazionale? <\/b><\/p>\n<p>Direi che c\u2019\u00e8 al momento una difficolt\u00e0 comune da parte dell\u2019Occidente a definire le varie dimensioni della sicurezza di una nazione e stabilire poi chi all\u2019interno della complessa macchina di uno Stato chi ha il compito di garantire cosa. Ecco perch\u00e9 ho di recente pubblicato un <a href= \"http:\/\/transatlantic.sais-jhu.edu\/Publications\/books_monographs.htm\" target= \"blank\"><b><u> libro <\/u><\/b><\/a>che si propone di fare chiarezza sui termini. \u00c8 un invito a intensificare il dialogo transatlantico su questi temi cos\u00ec importanti.<\/p>\n<p><b>Lei ha servito nel Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato alla fine degli anni \u201990, quando era presidente il democratico Bill Clinton e la politica estera americana era condotta dalla signora Albright. Crede che alcuni dei problemi che ci troviamo ora ad affrontare a livello transatlantico siano dovuti a una \u201crivoluzione\u201d che Bush ha compiuto nel concepire il ruolo e la sicurezza degli Stati Uniti nel nuovo secolo?<\/b><\/p>\n<p>Credo davvero che l\u2019amministrazione Bush abbia marcato una rottura con la tradizione americana precedente. E lo ha fatto almeno su due questioni fondamentali: l\u2019atteggiamento nei confronti delle istituzioni internazionali e l\u2019uso della forza. Per ben sessant\u2019anni, dalla fondazione delle Nazioni Unite e della Nato, la politica estera americana si \u00e8 basata sul principio che era nell\u2019interesse degli Stati Uniti partecipare attivamente al funzionamento delle istituzioni internazionali multilaterali. Questa idea fu condivisa dal Partito Democratico cos\u00ec come da quello Repubblicano. Bush e la sua squadra di governo hanno abbandonato questo principio a favore di coalizioni e alleanze ad hoc. Anche nell\u2019area del commercio internazionale, l\u2019amministrazione Bush si \u00e8 distinta per una preferenza per gli accordi bilaterali piuttosto che per le negoziazioni a base ampia, come quelle del Doha Round in seno al Wto.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda l\u2019uso della forza, il problema non riguarda solo l\u2019intervento in Iraq, ma pi\u00f9 in generale l\u2019idea che i problemi politici si possano risolvere con mezzi militari. Se Clausevitz ha ragione nel sostenere che la guerra \u00e8 la prosecuzione della politica con altri mezzi, a maggior ragione, un superpotenza come gli Stati Uniti prima di ricorrere al conflitto armato dovrebbe avere individuato una strategia politica capace di servire i suoi interessi politici ed economici nel lungo periodo. L\u2019amministrazione Bush, prima ancora dell\u201911 settembre, si era proposta un obiettivo molto chiaro: impedire a qualsiasi altra nazione di raggiungere la parit\u00e0 con gli Stati Uniti. Invece di usare il potere ineguagliato della superpotenza americana per costruire un \u201cimpero benevolo\u201d, Bush ha sfruttato il \u201cmomento egemonico\u201d di cui l\u2019America gode per condurre una campagna a tutto campo contro i suoi nemici, reali o potenziali. L\u2019avere abbinato a questa aspirazione una fissazione e uno schiacciamento sullo strumento militare ha fino ad ora reso l\u2019America meno amata e pi\u00f9 vulnerabile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Esther Brimmer Il conflitto tra Israele e Libano che infiamma il gi\u00e0 tormentato Medio Oriente riporta in auge la questione del ruolo della comunit\u00e0 internazionale nella gestione dei conflitti. La conferenza tenutasi a Roma il 26 luglio ha segnalato la volont\u00e0 delle grandi potenze di concertare le rispettive azioni diplomatiche. 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