{"id":17260,"date":"2011-04-13T00:00:00","date_gmt":"2011-04-12T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/organizzazioni-regionali-alla-prova-della-crisi-libica\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:26","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:26","slug":"organizzazioni-regionali-alla-prova-della-crisi-libica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/04\/organizzazioni-regionali-alla-prova-della-crisi-libica\/","title":{"rendered":"Organizzazioni regionali alla prova della crisi libica"},"content":{"rendered":"<p>La crisi in Libia ha riaperto il dibattito sul ruolo delle organizzazioni regionali &#8211; nella fattispecie, la Nato, l\u2019Unione europea (Ue) e l\u2019Unione africana (Ua) &#8211; nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza. Alla prova \u00e8 l\u2019approccio \u201cregionale\u201d alle crisi, l\u2019idea che le si debba affrontare facendo sempre pi\u00f9 affidamento sugli attori istituzionali locali con presenza o capacit\u00e0 di proiezione nelle aree di conflitto.<\/p>\n<p><b>Divisione del lavoro<\/b><br \/>Le organizzazioni regionali hanno iniziato a svolgere un ruolo sempre pi\u00f9 importante nella gestione delle crisi, data anche la crescente difficolt\u00e0 delle Nazioni Unite a rispondere alle crescenti richieste di intervento.<\/p>\n<p>La Nato \u00e8 impegnata in un processo di riesame della propria funzione. Il nuovo Concetto strategico, approvato a Lisbona nel novembre del 2010, assegna all\u2019alleanza il compito di agire al di fuori dei suoi confini sulla base di un \u201capproccio ad ampio spettro\u201d (<i>comprehensive approach<\/i>), anche in risposta a minacce non convenzionali, come gli attentati terroristici e gli attacchi cibernetici.<\/p>\n<p>A partire dal 2003, l\u2019Unione europea ha dispiegato missioni civili e militari nell\u2019ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc), in linea con il principio del multilateralismo efficace sancito nella Strategia europea di sicurezza.<\/p>\n<p>L\u2019Unione africana, fondata nel 2002, si \u00e8 dotata progressivamente di strutture e meccanismi per la prevenzione e gestione dei conflitti, con l\u2019obiettivo di offrire alle crisi del continente soluzioni che maturino a livello regionale, secondo il principio dell\u2019<i>African ownership<\/i>.<\/p>\n<p>Si \u00e8 delineata anche una sorta di divisione del lavoro, in base alla quale l\u2019Unione europea giocherebbe un ruolo di sostegno, promuovendo un approccio integrato alla gestione delle crisi, con una forte componente diplomatica e civile, soprattutto nel suo immediato vicinato (Balcani e area mediterranea <i>in primis<\/i>). <\/p>\n<p>La Nato dovrebbe garantire invece azioni pi\u00f9 incisive laddove un suo intervento sia politicamente accettabile, oppure fornire supporto logistico e strutture di comando per missioni condotte da altri attori, come l\u2019Ue (vedi le missioni Concordia in Macedonia o Althea in Bosnia-Erzegovina) o l\u2019Ua (come nel caso di Amis in Sudan e di Amisom in Somalia).<\/p>\n<p>Infine, all\u2019Unione africana spetterebbe la responsabilit\u00e0 principale per gli interventi di gestione dei conflitti africani. L\u2019Ua fornirebbe gli \u201cstivali sul terreno\u201d laddove, per valutazioni politiche e operative,i paesi occidentali scegliessero di non intervenire direttamente.<\/p>\n<p><b>Caso Libia <\/b><br \/>La crisi libica avrebbe potuto rappresentare un caso di scuola per un intervento dell\u2019Unione europea, attraverso i nuovi strumenti diplomatici e operativi previsti dal Trattato di Lisbona, entrato in vigore quasi un anno e mezzo fa. La Libia \u00e8 infatti tra i paesi \u201cvicini\u201d all\u2019Ue, non soltanto dal punto di vista geografico, ma anche in virt\u00f9 di rapporti privilegiati con alcuni paesi membri dell\u2019Ue, Italia in testa, nei settori finanziario, commerciale ed energetico.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 avrebbe dovuto, in linea di principio, indurre l\u2019Ue a mobilitare le sue risorse politiche e diplomatiche fin dalle prime fasi della rivolta, per assicurare una mediazione efficace tra il governo di Gheddafi e i leader della sollevazione popolare. Il ruolo principale avrebbe dovuto essere affidato all\u2019Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, con il supporto del nuovo servizio diplomatico europeo e dei rappresentanti dei governi pi\u00f9 vicini al regime libico, tra i quali il presidente del Consiglio italiano. L\u2019Ue avrebbe anche potuto assicurare, attraverso i meccanismi della Psdc, un contributo operativo tempestivo all\u2019attuazione delle risoluzioni 1970 e 1973 adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p><b>Grande sconfitta<\/b><br \/>La risposta europea si \u00e8 invece rivelata debole, tardiva e frammentata: gli Stati membri hanno fatto scelte indipendenti e non condivise, dettate o da esigenze di politica interna &#8211; \u00e8 il caso della Germania e della Francia &#8211; o da un prevalente interesse per il legame transatlantico . \u00e8 il caso della Gran Bretagna &#8211; o da preoccupazioni per entrambi gli aspetti &#8211; \u00e8 il caso dell\u2019Italia. L\u2019Unione europea ne \u00e8 uscita come la grande sconfitta, anche a causa di un atteggiamento troppo cauto dei suoi vertici istituzionali, incapaci di far valere le competenze che gli attribuiscono i trattati e di assumere tempestive iniziative politiche. A complicare il tutto ci \u00e8 messa anche la smania di protagonismo dei leader nazionali.<\/p>\n<p>Il braccio operativo della Psdc, che avrebbe potuto garantire almeno una presenza sul terreno, \u00e8 stato bloccato a lungo dalle divergenze politiche tra gli stati membri. Solo il primo aprile il Consiglio dell\u2019Ue ha infatti deciso il dispiegamento di una missione militare di supporto alle azioni umanitarie in Libia (Eufor Libya), che avr\u00e0 il comando operativo a Roma e sar\u00e0 a guida italiana. Eppure una missione sotto cappello Ue condotta da alcuni Stati abili e volenterosi, non necessariamente da una coalizione a 27, avrebbe potuto essere avviata molto prima.<\/p>\n<p><b>Protagonismo Nato<\/b><br \/>La Nato ha invece assunto un ruolo da protagonista, intervenendo con una missione militare aerea e navale, denominata <i>Operation Unified Protector<\/i>. In base al mandato della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, l\u2019operazione deve garantire l\u2019embargo delle armi, la <i>no-fly zone <\/i>istituita nei cieli della Libia e la protezione dei civili. In realt\u00e0 sin dall\u2019inizio l\u2019intervento in Libia \u00e8 stato perlopi\u00f9 condotto e realizzato da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. La Francia, rientrata nelle strutture di comando integrato dell\u2019Alleanza al Vertice di Strasburgo-Kehl dell\u2019aprile del 2009 dopo la fuoriuscita decisa dal generale Charles De Gaulle nel 1966, si \u00e8 inizialmente opposta a questo passaggio di mano e lo ha accettato solo dopo aver ottenuto una distinzione, anche se pi\u00f9 di facciata che sostanziale, tra la linea di comando politica e quella operativa della missione.<\/p>\n<p>Con l\u2019<i>Operation Unified Protector<\/i>, l\u2019alleanza \u00e8 intervenuta direttamente nel continente africano, un\u2019area che sembrava restare al di fuori delle sue competenze. Solo di recente, d\u2019altronde, la Nato ha cominciato ad essere presente in Africa. Dall\u2019anno scorso \u00e8 in atto un processo di rafforzamento del nucleo Nato istituito ad Addis Abeba nel 2005, con competenza per Darfur e Somalia, e oggi impegnato anche nel consolidamento delle relazioni con l\u2019Unione africana.<\/p>\n<p><b>Iniziative africane<\/b><br \/>In occasione di quest\u2019ultima crisi proprio l\u2019Unione africana ha promosso alcune iniziative di rilievo, come l\u2019istituzione di un Comitato ad hoc di alto livello per la Libia, composto da Repubblica del Congo, Mali, Mauritania, Sud Africa e Uganda, e la redazione di una piano per la risoluzione della crisi che prevedeva la cessazione delle ostilit\u00e0, un negoziato fra le parti e l\u2019attuazione delle riforme politiche richieste dal popolo libico. Anche le giovani istituzioni pan-africane hanno giocato un ruolo non trascurabile, in particolare attraverso l\u2019azione diplomatica condotta dal presidente della Commissione dell\u2019Ua, Jean Ping. Tuttavia, il piano di pace proposto dall\u2019Ua \u00e8 stato respinto dai leader dei ribelli, soprattutto perch\u00e9 non prevedeva l\u2019uscita di scena di Gheddafi e della sua famiglia.<\/p>\n<p>L\u2019azione dell\u2019Ua \u00e8 stata sostanzialmente oscurata da quella di altri attori regionali, la Lega degli Stati arabi in primo luogo, ma anche l\u2019Organizzazione della Conferenza islamica (Oci). La Lega araba e l\u2019Oci hanno appoggiato &#8211; con la sola astensione di Siria e Algeria &#8211; la Risoluzione 1973 che ha autorizzato l\u2019intervento, ponendosi come i principali interlocutori dei paesi occidentali in vista dell\u2019intervento in Libia. I paesi arabi e musulmani hanno preso cos\u00ec la distanza dalle istituzioni dell\u2019Ua, aprendo la strada a nuove opportunit\u00e0 di cooperazione arabo-occidentale in sede Onu.<\/p>\n<p>La crisi libica ha dunque delineato nuovi scenari e un parziale riposizionamento degli attori di sicurezza globali e regionali. Se le Nazioni Unite hanno confermato di essere la fonte principale e imprescindibile di legittimit\u00e0 per gli interventi internazionali di gestione delle crisi, le organizzazioni regionali direttamente interessate avrebbero potuto giocare un ruolo molto pi\u00f9 incisivo ed efficace. L\u2019Ue ha mostrato una sostanziale impotenza ad affermarsi come attore credibile anche nel suo immediato vicinato, la Nato ha trovato con fatica nuovi canali di legittimazione e nuovi teatri di impegno, mentre l\u2019Ua \u00e8 ancora in cerca di una difficile affermazione sia regionale (rispetto alla Lega araba e altre entit\u00e0 sub-regionali) che internazionale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La crisi in Libia ha riaperto il dibattito sul ruolo delle organizzazioni regionali &#8211; nella fattispecie, la Nato, l\u2019Unione europea (Ue) e l\u2019Unione africana (Ua) &#8211; nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza. 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