{"id":17330,"date":"2011-04-19T00:00:00","date_gmt":"2011-04-18T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/cosa-ci-stiamo-a-fare-in-libano\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:25","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:25","slug":"cosa-ci-stiamo-a-fare-in-libano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/04\/cosa-ci-stiamo-a-fare-in-libano\/","title":{"rendered":"Cosa ci stiamo a fare in Libano?"},"content":{"rendered":"<p>Cosa ci stiamo a fare in Libano? Non \u00e8 una domanda affatto banale, anche se \u00e8 sospetto che ricominci a circolare in un momento politico particolare, in cui si parla di bilancio, di elezioni amministrative, di braccio di ferro all\u2019interno e all\u2019esterno della maggioranza e di richieste, al momento respinte, di un nostro maggior coinvolgimento militare in Libia.<\/p>\n<p>A dire il vero, la questione delle missioni italiane all\u2019estero era stata affrontata in termini assai generali dal Consiglio dei ministri lo scorso 15 aprile: partendo proprio dal Libano, era stata avviata una riflessione su come economizzare riducendo il numero dei nostri militari all\u2019estero.<\/p>\n<p>Questione non nuova, che riemerge periodicamente. \u00c8 vero, infatti, che di una riduzione del contingente in Libano si discute almeno da quando il generale Claudio Graziano &#8211; ora capo di gabinetto del ministero della Difesa &#8211; ha lasciato il comando di Unifil, la corposa missione  dell\u2019Onu. Il ministro Ignazio La Russa aveva gi\u00e0, in pi\u00f9 occasioni, accennato a un migliaio di uomini da far tornare progressivamente a casa &#8211; in Libano l\u2019Italia aveva, a fine 2010, 1.780 uomini &#8211; oltre al previsto ritiro dal Kosovo per il termine naturale della missione. Tutto ci\u00f2, naturalmente, andava concordato nelle sedi internazionali, senza strappi o tensioni.<\/p>\n<p><b>Le missioni infinite dell\u2019Onu<\/b><br \/>L\u2019esperienza ci insegna che le missioni di interposizione dell\u2019Onu hanno una durata indefinita, e prima di farsi avanti \u00e8 necessario riflettere bene perch\u00e9, se \u00e8 assai facile essere accettati con entusiasmo, \u00e8 poi molto difficile uscirne. Lo testimoniano gli esempi della Corea, della Bosnia, del Kosovo, della Somalia, del Sinai e anche della stessa Unifil in Libano, alla quale, con il picco del 2006 per Unifil 2, stiamo dando il nostro contributo continuativo da almeno una trentina d\u2019anni, mentre per la Bosnia sono circa quindici e per il Kosovo \u201csolo\u201d dodici.<\/p>\n<p>Ricordo ancora di aver personalmente trasportato con un Hercules da Pisa a Beirut, nel 1978, i primi due elicotteri AB. 204 dell\u2019Esercito, destinati a Nacqura in sostituzione di quelli norvegesi. In effetti, talvolta verrebbe emotivamente da pensare che le operazioni di cui al capitolo VII della carta dell\u2019Onu, se da una parte hanno il grandissimo merito di fermare stragi e spargimento di sangue, dall\u2019altro hanno purtroppo il difetto congenito di \u201csurgelare\u201d le crisi, impedendo la loro risoluzione naturale e perpetuandole cos\u00ec in modo latente. Soprattutto quando l\u2019azione diplomatica che segue il dispiegamento militare si dimostra inefficace, per i pi\u00f9 disparati motivi. Il caso del Libano, eterno stato cuscinetto, potrebbe essere proprio uno di questi. Vediamo perch\u00e9, senza entrare nel merito della situazione politica interna libanese, di cui <i>AffariInternazionali <\/i>si \u00e8 gi\u00e0 recentemente occupata.<\/p>\n<p><b>Mandato inapplicabile<\/b><br \/>Nel 2006 in Unifil 2 ci siamo entrati da volontari. Anzi, da elemento trainante. Dopo la difficile prova di forza tra Hezbollah e le truppe israeliane, qui da noi qualcuno, con il pieno assenso per questa missione di pace \u201cbuona\u201d &#8211; cui si contrapponevano quelle \u201ccattive\u201d di Iraq e Afganistan &#8211; di coloro che solitamente dissentivano persino sulla stessa esistenza delle forze armate, aveva pensato bene di qualificarsi sia sulla scena politica interna che su quella internazionale inviando in Libano un buon numero di \u201csoldati di pace\u201d, qualche fregata e alcuni aerei per trasporto umanitario.<\/p>\n<p>Alla conferenza di Bruxelles ci eravamo gonfiati il petto, proponendoci come leader, anche se sino ad allora nessuno ci aveva chiamato, e forzando la mano ai perplessi cugini d\u2019oltralpe e ad altri neghittosi amici europei. L\u2019operazione, dopo ore di sbarco a tutto teleschermo, aveva avuto un eccezionale ritorno mediatico, mentre sotto il profilo tecnico si era svolta in modo ordinato, senza intoppi e in tempi brevi, ottenendo il plauso internazionale. In patria, anche i pi\u00f9 dubbiosi e perplessi alla partenza si erano stretti attorno ai nostri soldati, ai marinai e agli aviatori.<\/p>\n<p>La risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1701 sembrava aver portato chiarezza anche sui termini della missione, che, con la sostanziosa partecipazione dell\u2019esercito libanese, doveva sigillare i confini con la Siria per impedire il traffico d\u2019armi, disarmare ogni milizia non regolare e contribuire a ristabilire la sovranit\u00e0 dello Stato su tutto il territorio libanese.<\/p>\n<p>La fascia tra il fiume Litani e il confine israeliano doveva essere smilitarizzata e resa franca da depositi di armi. Il particolare che un\u2019altra risoluzione del Consiglio, la 1559 del 2004, che con identica chiarezza indicava i medesimi obiettivi &#8211; da conseguirsi allora con i 70 mila uomini dell\u2019esercito libanese &#8211; fosse rimasta del tutto disattesa e avesse cos\u00ec prodotto l\u2019attacco da parte di Israele in risposta ad anni di lanci indiscriminati di razzi, non sembrava aver destato alcuna perplessit\u00e0 n\u00e9 nell\u2019opinione pubblica, n\u00e9 in chi si accingeva a inviare le truppe.<\/p>\n<p>Forse, all\u2019inizio, c\u2019era stato addirittura un malinteso: in Italia nessuno protestava (anzi, una certa parte applaudiva) perch\u00e9 non a tutti era ben chiaro se andavamo l\u00e0 per proteggere Israele dopo sei anni di attacchi o, al contrario, per proteggere Hezbollah e il Libano dalle irruzioni di Israele. Cos\u00ec, tra lunghi silenzi e momenti di grande risalto mediatico, mille ambiguit\u00e0 e un limitato numero di certezze, con una 1701 rimasta vistosamente inapplicata perch\u00e9, nel contesto libanese passato, attuale e futuro non \u00e8 assolutamente applicabile, siamo giunti ai giorni nostri. Sono trascorsi cinque anni.<\/p>\n<p><b>Passaggio del testimone<\/b><br \/>In questo lungo periodo, anche dopo le speranze alimentate dalla Rivoluzione dei Cedri, le condizioni politiche per un\u2019effettiva applicazione della risoluzione 1701 non sono affatto migliorate. Anzi, dopo la caduta del governo Hariri e lo stallo perdurante, con Hezbollah militarmente sempre pi\u00f9 forte e politicamente sempre pi\u00f9 arbitro dei destini del Libano, sono state vanificate e rese sterili una ad una.<\/p>\n<p>I nostri soldati hanno fatto bene il loro dovere, si sono dimostrati preparati ed efficienti, hanno contribuito alla bonifica del territorio e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, mentre i Comandanti &#8211; in particolare il generale Graziano &#8211; sono stati unanimemente apprezzati sul piano internazionale e sono persino riusciti ad attivare, per la prima volta, un dialogo sistematico tra tutte le parti. Perci\u00f2, se qualcuno prima o poi dichiarer\u00e0 \u201c<i>mission accomplished<\/i>\u201d, ovvero che da parte nostra \u201cla missione \u00e8 compiuta\u201d, non rammarichiamoci pi\u00f9 di tanto. Ad altri continuare l\u2019arduo compito, pu\u00f2 essere tempo di passare onorevolmente la mano. \u00c8 evidente che, in queste condizioni, non possiamo fare di pi\u00f9.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cosa ci stiamo a fare in Libano? 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