{"id":17580,"date":"2011-05-16T00:00:00","date_gmt":"2011-05-15T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/missioni-allestero-e-interesse-nazionale\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:18","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:18","slug":"missioni-allestero-e-interesse-nazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/05\/missioni-allestero-e-interesse-nazionale\/","title":{"rendered":"Missioni all\u2019estero e interesse nazionale"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 un periodo di rapidi e importanti mutamenti e la politica estera italiana deve adeguarsi. Bisogna ripensare gli impegni presi, considerare attentamente quelli futuri, scegliere le nuove priorit\u00e0. Purtroppo, per\u00f2, il peso esorbitante delle polemiche di politica interna e delle restrizioni di bilancio spingono verso decisioni frettolose e riduttive, apparentemente vantaggiose nel breve termine, ma poco consapevoli della posta in gioco.<\/p>\n<p><b>Orizzonte Mediterraneo<\/b><br \/>Il Mediterraneo \u00e8 in piena trasformazione. Il cambiamento di regime in Egitto e Tunisia e la guerra civile in Libia cambiano gli equilibri regionali, ma la \u201cprimavera araba\u201d \u00e8 ancora incerta e carica di rischi. Si delineano nuove assi, con l\u2019Algeria vicina alla Siria, a forte difesa del proprio sistema, e il Marocco, assieme alla Giordania, alla ricerca di nuove alleanze con le monarchie arabe, attraverso una loro adesione al Consiglio di Cooperazione del Golfo.<\/p>\n<p>Nel frattempo l\u2019Egitto accresce il suo ruolo politico in Palestina sponsorizzando, al Cairo, la firma di un accordo di collaborazione tra Al-Fatah, Hamas e undici altri gruppi politici palestinesi, che dovrebbe mettere fine alla divisione tra le fazioni prevalenti a Gaza e in Cisgiordania.<\/p>\n<p>Cambia, forse in meglio, il quadro della minaccia terroristica. L\u2019uccisione di Bin Laden, in Pakistan, \u00e8 una nuova sconfitta di al-Qaida, gi\u00e0 largamente emarginata all\u2019interno del mondo arabo e di quello islamico e scavalcata e ignorata dalle manifestazioni che segnano il risveglio popolare nell\u2019intera regione. Rimangono situazioni ad alto rischio, in primo luogo in Yemen, dove le tattiche dilatorie messe in atto dal presidente Saleh hanno sinora impedito la firma di un accordo con le opposizioni, mediato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, che prevede le dimissioni di Saleh in cambio dell\u2019immunit\u00e0.<\/p>\n<p>Il presidente invece vorrebbe rimanere in carica almeno sino alle elezioni previste per il 2013. Ma anche se tutto ci\u00f2 desse nuova forza alla branca yemenita di al-Qaida, gli analisti ritengono che il processo di frammentazione regionale del terrorismo salafita continuerebbe, consentendo una pi\u00f9 agevole attivit\u00e0 di repressione e diminuendo le capacit\u00e0 operative complessive dell\u2019organizzazione.<\/p>\n<p><b>Nuove priorit\u00e0<\/b><br \/>Si complicano per\u00f2 le gi\u00e0 tese relazioni tra il Pakistan e gli Stati Uniti, rendendo pi\u00f9 incerte le prospettive di un progressivo disimpegno militare in Afghanistan. E intanto la crisi economica non \u00e8 ancora superata e le fiammate speculative sul prezzo del petrolio e del gas rendono pi\u00f9 lenta ed incerta la ripresa economica.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che questi ed altri mutamenti porteranno ad un ripensamento degli attuali impegni internazionali nelle aree di crisi. Ci si aspetta a breve una decisione circa la permanenza di una significativa presenza militare americana in Iraq. Saranno prese importanti decisioni anche sulla presenza internazionale in Afghanistan, da cui dovrebbe iniziare un primo ritiro.<\/p>\n<p>Dopo anni di impegno contro la pirateria nelle acque della Somalia, del Mar Rosso e dell\u2019Oceano Indiano, ci si domanda se l\u2019aggravarsi della crisi in Somalia e forse in futuro anche nello Yemen richiedano un nuovo tipo di intervento. Bisogner\u00e0 accrescere la cooperazione contro le attivit\u00e0 del gruppo di al-Qaida nel Maghreb. E rimane il punto interrogativo sul futuro della missione Unifil anche alla luce della doppia crisi in atto in Siria e in Libano (dove da mesi non si riesce a formare un nuovo governo).<\/p>\n<p><b>Responsabilit\u00e0 nazionale<\/b><br \/>L\u2019Italia \u00e8 parte importante di questo quadro. \u00c8  presente con missioni militari, civili e di polizia in Medio Oriente (Libano, Gaza, Egitto, Iraq, Cisgiordania e Israele), in Asia Centrale (Afghanistan e Kashmir), nell\u2019Oceano Indiano, in Africa (Congo, Marocco, Sudan), nelle operazioni contro la Libia e a Cipro, a Haiti, nell\u2019ex-Jugoslavia, in Albania e in Georgia.<\/p>\n<p>Si tratta di un impegno complessivo di lungo periodo, confermato nel corso degli ultimi decenni senza soluzioni di continuit\u00e0, che ha caratterizzato la politica estera e di sicurezza dell\u2019Italia in ambito Onu, Nato e Ue, nonch\u00e9 nei rapporti bilaterali con numerosi paesi. \u00c8 un impegno sia umano (attualmente circa 7.500 uomini) sia finanziario (circa 1,2 miliardi di euro l\u2019anno solo per le spese straordinarie), giustificabile solo se corrisponde a chiare priorit\u00e0 politiche.<\/p>\n<p>Sino ad oggi nessuno aveva avuto seri dubbi. La partecipazione a tali operazioni risponde sia ad esigenze umanitarie che di sicurezza e consolida il ruolo italiano all\u2019Onu, nella Nato e nell\u2019Ue, oltre ad accrescere la credibilit\u00e0 del paese nei confronti degli alleati e a confermare la sua importanza come interlocutore per molti paesi chiave.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente come le minacce e i rischi siano sempre pi\u00f9 transnazionali e globali e che quindi debbano essere affrontati con la pi\u00f9 ampia collaborazione internazionale: la partecipazione attiva alla gestione delle crisi \u00e8 il modo pi\u00f9 efficace per ottenere tale collaborazione.<\/p>\n<p>Sinora le maggiori obiezioni venivano dall\u2019ala \u201cpacifista\u201d dello spettro politico italiano, che considera molte missioni alla stregua di \u201cguerre\u201d pi\u00f9 che di operazioni di riduzione della minaccia e stabilizzazione. Ma \u00e8 sempre stato facile dimostrare quanto importanti fossero gli obiettivi di sicurezza, pace e giustizia e quanto infondata, quindi, quella visione delle missioni militari.<\/p>\n<p><b>Collocazione internazionale<\/b><br \/>Ora invece si afferma semplicemente che questo non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019interesse prevalente dell\u2019Italia, che il paese non ha risorse da sprecare e che deve piuttosto concentrarsi su altri obiettivi, tra cui spicca soprattutto quello di chiudere le sue frontiere alla migrazione illegale. A parte la fattibilit\u00e0 di un simile obiettivo (certo non raggiungibile semplicemente dispiegando qualche migliaio di militari in pi\u00f9 lungo le coste), l\u2019idea di fondo che sembra affermarsi tra alcune forze politiche \u00e8 che sia possibile, oltre che necessario, assicurare la sicurezza restando chiusi in difesa del proprio recinto, all\u2019interno dei confini nazionali.<\/p>\n<p>Ritirarsi da una missione in cui si \u00e8 impegnati, specie da quelle in cui l\u2019impegno \u00e8 pi\u00f9 consistente, \u00e8 una decisione seria, perch\u00e9 comporta, in molti casi, la necessit\u00e0 di essere sostituiti: in altri termini, si scarica su qualcun altro il peso che inizialmente si era deciso di portare.<\/p>\n<p>Diverso \u00e8 il caso di quelle missioni che si avviano ad una loro conclusione naturale (come avviene ad esempio nei Balcani), ma per andarsene dal Libano o dall\u2019Afghanistan non basta semplicemente lamentarsi dei costi, bisogna dare delle giustificazione politiche valide. E comunque, per una missione che finisce, un\u2019altra \u00e8 gi\u00e0 alle porte: basta considerare i mutamenti in atto nella regione di nostro pi\u00f9 immediato interesse.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo pensare di poter affermare il proprio ruolo internazionale e difendere la propria sicurezza rinserrando le frontiere \u00e8 una pericolosa illusione. Criminalit\u00e0 e terrorismo non sono mai stati arrestati dalle barre confinarie, tanto meno oggi, in una societ\u00e0 globalizzata. E questo vale a maggior ragione per la difesa della propria sicurezza economica o energetica. Persino le migrazioni illegali perforano queste porosissime barriere in cento modi diversi, tra i quali i barconi che solcano il Mediterraneo sono solo i pi\u00f9 scenografici e tragici, ma non certo i pi\u00f9 importanti.<\/p>\n<p>Ma soprattutto, passare da una politica di forte impegno internazionale ad una del piede di casa non \u00e8 una scelta tecnica, bens\u00ec un grosso mutamento della collocazione e del ruolo del paese, sia all\u2019Onu che nei rapporti con gli alleati. Prima di una svolta di questa importanza sarebbe bene avviare un serio e approfondito dibattito nazionale.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 un periodo di rapidi e importanti mutamenti e la politica estera italiana deve adeguarsi. Bisogna ripensare gli impegni presi, considerare attentamente quelli futuri, scegliere le nuove priorit\u00e0. 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