{"id":17680,"date":"2011-05-26T00:00:00","date_gmt":"2011-05-25T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/le-patologie-del-bilancio-della-difesa\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:16","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:16","slug":"le-patologie-del-bilancio-della-difesa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/05\/le-patologie-del-bilancio-della-difesa\/","title":{"rendered":"Le patologie del bilancio della difesa"},"content":{"rendered":"<p>Lo studio \u201cEconomia e industria della Difesa\u201d recentemente pubblicato dallo Iai merita un esame attento, poich\u00e9 evidenzia un rischio che non pu\u00f2 non preoccupare: quello di un costante deterioramento dello strumento militare italiano.<\/p>\n<p>La questione non \u00e8 tanto di quantit\u00e0, ma di qualit\u00e0. Per chiunque operi nel settore, qualit\u00e0 significa equilibrio nella tipologia della spesa: acquistare il pi\u00f9 moderno sistema di comunicazione, il migliore e pi\u00f9 aggiornato velivolo da combattimento, l\u2019unit\u00e0 navale meglio dotata di sistemi per la lotta sopra e sotto la superficie del mare, pu\u00f2 essere un modo ottimo, oppure pessimo, di spendere i denari del contribuente.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 a seconda della congruenza dei sistemi con lo strumento militare nel suo complesso e con il livello di ambizione ad esso sotteso e della capacit\u00e0 di mantenerlo in adeguato stato di prontezza, per poterlo utilizzare con efficacia nel momento in cui se ne dovesse presentare la necessit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Squilibrio stridente<\/b><br \/>Con queste premesse, il giudizio sul bilancio della difesa negli ultimi esercizi finanziari non pu\u00f2 che essere: \u201cpochi soldi, che potrebbero essere spesi meglio\u201d. Analizzando infatti la struttura del bilancio si nota un divario stridente, ben messo in evidenza dallo studio dello Iai, rispetto alla composizione universalmente riconosciuta come ottimale: il 50% per le retribuzioni, e il restante 50% diviso equamente tra spese di ammodernamento (acquisizione di nuovi sistemi) ed esercizio (addestramento, manutenzione, ricambi, carburante e quant\u2019altro).<\/p>\n<p>Le cifre del bilancio italiano sono invece molto diverse e indicano una situazione che non \u00e8 azzardato definire patologica. La tabella 20 dello <a href= \"http:\/\/www.iai.it\/pdf\/Economia_difesa\/Tabelle-grafici-IT-2010.pdf\" target= \"blank\"><b><u> studio dello Iai<\/u><\/b><\/a>, ci dice che, tenuto conto dei fondi per le missioni operative, una parte dei quali finanzia attivit\u00e0 imputabili all\u2019esercizio, e dei fondi per le acquisizioni messi a disposizione dal ministero dello sviluppo economico, l\u2019Italia spende per il personale il 60% del bilancio, per l\u2019ammodernamento il 26,5%, mentre all\u2019esercizio resta un magro 12,5%.<\/p>\n<p>In altre parole, abbiamo troppo personale, malamente distribuito per gradi e anzianit\u00e0, con un pesante sbilanciamento verso le fasce pi\u00f9 costose, comperiamo mezzi e sistemi in giusta quantit\u00e0 &#8211; e, dobbiamo dire, anche di ottima qualit\u00e0 &#8211; che tuttavia non siamo in grado di utilizzare al meglio perch\u00e9 non possiamo permetterci di fare il necessario addestramento, ci manca il carburante per operare e non abbiamo i fondi per assicurarne la manutenzione. Il risultato \u00e8 che il numero di piloti effettivamente in grado di affrontare una missione operativa \u00e8 molto inferiore al necessario, le navi trascorrono la maggior parte del tempo al molo, i corazzati restano mestamente nei loro ricoveri.<\/p>\n<p><b>Degrado<\/b><br \/>Molto responsabilmente le poche risorse disponibili vengono concentrate sui reparti e sui sistemi che oggi possono essere impiegati nelle missioni di mantenimento della pace (<i>peace-keeping<\/i>) che vedono impegnate le nostre forze armate. Se ci\u00f2, da un lato, garantisce che uomini e donne in Afghanistan come in Libano ed altrove operino efficacemente e, per quanto possibile, in sicurezza, dall\u2019altro costringe ad una sostanziale inattivit\u00e0 le unit\u00e0 che non trovano utile impiego nell\u2019attuale quadro strategico. Questo processo non pu\u00f2 che condurre a un rapido e difficilmente recuperabile degrado delle capacit\u00e0 operative che si potrebbero utilizzare in altri scenari.<\/p>\n<p>Anche la decisione responsabile, assunta negli ultimi due anni, di compensare, ancorch\u00e9 in misura assai ridotta, i drastici tagli dei fondi per l\u2019esercizio con un incremento dei fondi semestrali per le missioni, si rivela di limitata efficacia, sia perch\u00e9 il ministero dell\u2019economia eroga tali fondi dopo mesi di estenuanti battaglie per superare le difficolt\u00e0 burocratiche, sia per la natura \u201ceventuale\u201d di questi fondi: nel momento in cui le missioni dovessero essere ridimensionate, come una componente fondamentale dell\u2019attuale maggioranza vorrebbe, tali risorse verrebbero meno, lasciando davvero le forze armate nell\u2019impossibilit\u00e0 di assicurare le necessarie capacit\u00e0 operative.<\/p>\n<p>Come ho avuto gi\u00e0 modo di osservare in sede di audizione parlamentare, lo strumento militare, essenziale per la gestione di un\u2019efficace politica estera, verrebbe trasformato in uno \u2018stipendificio\u2019, una sorta di ammortizzatore sociale privo di una significativa utilit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Scelte necessarie<\/b><br \/>Che fare, dunque? Non c\u2019\u00e8 che un modo: se le risorse finanziarie per la Difesa non possono crescere, occorre riqualificarle drasticamente, riducendo dal 60 al 50% del totale le spese per il personale e trasferendo la differenza alla quota \u2018esercizio\u2019, per riportarla ad un virtuoso 23\/24% del totale. Per ottenere un simile risultato bisogna intervenire con determinazione sui numeri, trasferendo ad altre amministrazioni, che sono in sofferenza, ma hanno finora tenacemente rifiutato tale misura, personale in esubero, che appartiene alla fascia di et\u00e0 che va dai 45 ai 55 anni (risultato dei reclutamenti massicci effettuati a cavallo del 1980-82) e con provvedimenti di \u2018esodo agevolato\u2019.<\/p>\n<p>Anche sugli organici complessivi \u00e8 possibile agire: una riduzione del 20% del personale, attuato privilegiando le unit\u00e0 operative e intervenendo drasticamente sugli enti logistici e addestrativi (e azzerando l\u2019arcaica e oggi inutile struttura territoriale), integrandoli in senso interforze, paradossalmente migliorerebbe la prontezza operativa e le capacit\u00e0 dello strumento nel suo complesso. Si creerebbero inoltre spazi per reclutare giovani, mantenendo il mix di et\u00e0 indispensabile per l\u2019organizzazione militare.<\/p>\n<p> \u00c8 ovvio che queste misure presuppongono una ferma volont\u00e0 di riforma per superare le inevitabili resistenze e richiedono altres\u00ec, una tantum, un certo sforzo finanziario, che peraltro verrebbe recuperato nel giro di pochi esercizi.<\/p>\n<p>La Difesa italiana aveva avviato una riforma radicale alla fine degli anni \u201990, in anticipo rispetto agli altri pi\u00f9 importanti paesi europei; purtroppo la naturale resistenza al cambiamento ha fortemente attenuato l\u2019impulso della riforma, ed oggi dobbiamo constatare che Francia e Gran Bretagna hanno realizzato, dal punto di vista organizzativo, progressi che per noi sono ancora solo sulla carta, quando ci sono.<\/p>\n<p>Occorre uscire dalle politiche puramente declaratorie e dalla ricerca di compromessi all\u2019italiana, che non scontentino nessuno: le nicchie di inefficienza devono essere eliminate, il che creer\u00e0 malumori e insoddisfazione. Non ci sono per\u00f2 alternative, se non vogliamo che il nostro rango internazionale venga compromesso.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo studio \u201cEconomia e industria della Difesa\u201d recentemente pubblicato dallo Iai merita un esame attento, poich\u00e9 evidenzia un rischio che non pu\u00f2 non preoccupare: quello di un costante deterioramento dello strumento militare italiano. La questione non \u00e8 tanto di quantit\u00e0, ma di qualit\u00e0. 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