{"id":1780,"date":"2006-09-04T00:00:00","date_gmt":"2006-09-03T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/le-occasioni-diplomatiche-dopo-il-conflitto-fra-israele-e-hizbollah\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:21","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:21","slug":"le-occasioni-diplomatiche-dopo-il-conflitto-fra-israele-e-hizbollah","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/09\/le-occasioni-diplomatiche-dopo-il-conflitto-fra-israele-e-hizbollah\/","title":{"rendered":"Le occasioni diplomatiche dopo il conflitto fra Israele e Hizbollah"},"content":{"rendered":"<p>La guerra condotta da Israele contro il Partito di Dio libanese nel luglio-agosto 2006 si collega agli altri sviluppi che si sono avuti nel Medio Oriente a partire dal 2003. Questi sviluppi hanno origine, infatti, nella decisione americana di invadere l\u2019Iraq con l\u2019obiettivo di far emergere in questo paese una democrazia e di innescare un movimento di democratizzazione nell\u2019insieme della regione. Questo progetto si \u00e8 rivelato inconsistente e l\u2019occupazione americana ha invece provocato la frattura dell\u2019Iraq fra le sue componenti etnico-religiose.<\/p>\n<p>La presenza militare americana in Iraq, aggiungendosi a quella in Afghanistan e Asia centrale, ha acuito le percezioni di minaccia in Iran e ha favorito l\u2019ascesa dell\u2019attuale leadership radicale e nazionalista. Questa leadership ha scelto una strategia di difesa in avanti, prendendo iniziative interne (lo sviluppo nucleare) ed estere volte a coagulare un fronte rivoluzionario sciita come piattaforma di una pi\u00f9 vasta aggregazione mussulmana, antioccidentale e antiamericana. <\/p>\n<p>Questa piattaforma tende ad appropriarsi di tutti i temi di lotta e di conflitto della regione, in particolare del conflitto arabo-israeliano. Essa, in questo senso, sta sostituendo con successo l\u2019egemonia di al Qaida nella mobilitazione politica e ideologica dei mussulmani e della regione. \u00c8 a questo punto che gli eventi si ricongiungono con l\u2019attivismo sciita in Libano e si aprono verso nuovi possibili sviluppi conflittuali.<\/p>\n<p><b>La nuova egemonia sciita<\/b><br \/>Gli sviluppi che si sono susseguiti dal 2003 hanno apportato notevoli cambiamenti al panorama strategico della regione. Il primo \u00e8 l\u2019ascesa degli sciiti nella regione e l\u2019egemonia politica che ci\u00f2 gli provvede. L\u2019Iraq, nato ed evoluto come baluardo sunnita,  sta diventando un paese ad egemonia sciita. Il Libano sta anch\u2019esso seguendo la stessa parabola, e dietro il conflitto con Israele c\u2019\u00e8 la crescita della componente sciita sia in termini demografici, sia in termini politici e quindi una forte tensione negli equilibri interni del paese.<\/p>\n<p>Nel complesso, la regione appare oggi polarizzarsi in un confronto sciita-sunnita. Tuttavia, gli sciiti sono oggettivamente alla testa di uno schieramento islamista e antioccidentale che raccoglie tutte le forze, anche sunnite, che si mobilitano in senso antioccidentale. La linea di scontro \u00e8 dunque sciita\/sunnita ma \u00e8 anche fra radicali e moderati, anti e filoccidentali. In questo senso si pu\u00f2 parlare di egemonia sciita nel Medio Oriente.<\/p>\n<p>Un secondo cambiamento sta nel fatto che gli Stati in ascesa, o comunque forti, della regione sono tutti non arabi: Turchia, Iran e Israele. Anche i curdi in un certo senso sono in ascesa grazie all\u2019autonomia che la presenza americana in Iraq ha loro portato.<\/p>\n<p>Il terzo cambiamento \u00e8 il reciproco del secondo: gli Stati arabi o sono scomparsi dalla scena, o hanno un ruolo secondario. Tutti si trovano sulla difensiva. Con l\u2019eccezione della Siria, essi hanno tutti buone relazioni con l\u2019Occidente, quando non sono suoi alleati. La presenza e la pesante interferenza americana nella regione li indebolisce politicamente nei confronti delle opposizioni interne, islamiste e nazionaliste che siano. Inoltre, l\u2019incapacit\u00e0 degli Usa e dell\u2019Occidente di venire militarmente a capo delle forze radicali che combattono in Afghanistan e Iraq ha contribuito rafforzare i radicali e far emergere gli sciiti e, invece, ha contribuito a indebolire amici e alleati, cio\u00e8 i moderati e i sunniti. <\/p>\n<p><b>Le opzioni strategiche dell\u2019Occidente<\/b><br \/>In sostanza, lo scontro in corso nella regione \u00e8 essenzialmente interno. Tuttavia, non c\u2019\u00e8 dubbio che, in questo scontro interno, l\u2019Occidente \u00e8 fortemente implicato, ben al di l\u00e0 dei suoi normali e legittimi interessi. Lo scontro \u00e8 in parte alimentato e orientato dalla stessa partecipazione ad esso dell\u2019Occidente. Perci\u00f2, \u00e8 innanzitutto necessario rendere all\u2019impegno occidentale nel Medio Oriente una sua ragion d\u2019essere pi\u00f9 cogente e quindi una proporzione pi\u00f9 adeguata. In gran parte, questo significa ricondurre la presenza occidentale a una dimensione, da un lato, pi\u00f9 politica e diplomatica e, dall\u2019altro, pi\u00f9 consona alla legalit\u00e0 internazionale.<\/p>\n<p>Due opzioni strategiche appaiono aperte dinnanzi agli occidentali. La prima \u00e8 quella che perseguono gli Stati Uniti. L\u2019amministrazione americana continua a portare avanti una politica di scontro, nella quale si trova alleata con le forze perdenti, soprattutto perch\u00e9 \u00e8 la sua stessa politica a provocare il coagularsi delle forze antioccidentali e il loro rafforzamento. La politica americana in occasione della crisi libanese ha, da ultimo, confermato questa tendenza, cercando di orientare gli sviluppi del conflitto nel senso dell\u2019apertura di un terzo fronte contro le forze islamiste, nazionaliste e, ora, anche sciite, dopo l\u2019Afghanistan e l\u2019Iraq. Tutto sommato, la logica di fondo di questa politica \u00e8 quella di tagliare i nodi politici esistenti ottenendo delle vittorie militari. Questa opzione non sembra destinata a un esito positivo e ha causato una situazione molto difficile che potrebbe aggravarsi.<\/p>\n<p>Una seconda opzione \u00e8 quella di affrontare i problemi politici alla radice dell\u2019antioccidentalismo del Medio Oriente e, offrendo loro una soluzione positiva e consensuale, rafforzare il fronte filo-occidentale e le diverse forze sociali della regione che sono interessate a un dialogo culturale e politico con l\u2019Occidente. Per questo \u00e8 necessario ritornare al conflitto arabo-israeliano, a cominciare dalla componente palestinese, per proseguire con quella siriana, e volgersi poi alla pi\u00f9 complessa situazione del Libano. La soluzione di questi conflitti potr\u00e0 provocare delle radicalizzazioni nell\u2019immediato, ma non c\u2019\u00e8 dubbio che nel medio- lungo termine rafforzer\u00e0 le forze moderate \u2013 comprese quelle che oggi si vanno raccogliendo nei partiti islamisti ad orientamento democratico \u2013 e porter\u00e0 alla normalizzazione della regione .<\/p>\n<p><b>Una diplomazia nuova in Medio Oriente<\/b><br \/>La tregua in corso fra Libano e Israele e l\u2019intervento dell\u2019Onu nel conflitto con il rafforzamento della sua forza d\u2019interposizione presentano opportunit\u00e0 favorevoli all\u2019inaugurazione di una diplomazia nuova in Medio Oriente nel senso che si \u00e8 appena detto. L\u2019amministrazione Usa guarda con scetticismo e qualche diffidenza alla missione che l\u2019Europa ha intrapreso nel quadro della risoluzione 1701, perch\u00e9 la valuta in contrasto con la sua prospettiva di prosecuzione e rafforzamento dello scontro regionale. L\u2019amministrazione vorrebbe che la 1701 fosse usata, al di l\u00e0 del suo stesso dettato, come strumento di coercizione e disarmo dei miliziani di Hizbollah. Reputa, d\u2019altra parte, che gli europei non sapranno o non vorranno procedere con determinazione a farlo. Al contrario, una parte maggiore e qualificata dell\u2019opinione americana conviene con l\u2019idea che la missione europea non deve essere destinata a svolgere un ruolo coercitivo bens\u00ec politico e, quindi, a creare occasioni perch\u00e9 inizi nella regione un\u2019azione diplomatica volta a sciogliere i nodi all\u2019origine dello scontro. <\/p>\n<p>Questa stessa parte dell\u2019opinione americana vede, inoltre, nell\u2019iniziativa europea un rilancio dell\u2019alleanza transatlantica dopo l\u2019eclissi causata dall\u2019Iraq. L\u2019importante \u00e8 che l\u2019Europa ci sia e si impegni nella stessa direzione degli Usa. \u00c8 meno importante che ci siano poi divergenze sulle politiche specifiche o sull\u2019ampiezza delle opportunit\u00e0 che di fatto la regione offre alla diplomazia per la soluzione dei conflitti. Questa parte dell\u2019opinione americana, dopo l\u2019esperienza della politica di Bush in Iraq, \u00e8 convinta che condizione di una leadership globale americana effettiva \u00e8 di agire di concerto con gli alleati in un quadro quanto pi\u00f9 multilaterale e internazionale possibile.<\/p>\n<p>Va infine notato che anche da Israele vengono consensi all\u2019iniziativa europea. Essa viene giudicata bilanciata, se non addirittura favorevole a Israele dagli ambienti pi\u00f9 moderati. Viene anche vista come un buon aiuto nella fase di spinoso ripensamento che ha generato la conclusione della guerra con Hizbollah con le sue implicazioni regionali e interne.<\/p>\n<p>Si apre dunque una stagione diplomatica da inventare ed eseguire con equilibrio e professionalit\u00e0. Le prime indicazioni vanno verso la Palestina ma anche verso la Siria. L\u2019Italia, che ha favorito con la sua determinazione il varo della nuova Unifil in Libano e contribuito cos\u00ec a rilanciare il ruolo dell\u2019Onu verso il Medio Oriente, potrebbe continuare a svolgere questo ruolo di punta mettendo in cantiere un\u2019azione diplomatica di grande respiro, rivolta a protagonisti e comprimari della regione, nel tentativo di preparare il terreno a una combinazione internazionale capace di dare finalmente soluzione ai conflitti storici della regione e disinnescarne l\u2019instabilit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra condotta da Israele contro il Partito di Dio libanese nel luglio-agosto 2006 si collega agli altri sviluppi che si sono avuti nel Medio Oriente a partire dal 2003. 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