{"id":17890,"date":"2011-06-16T00:00:00","date_gmt":"2011-06-15T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/giordania-in-movimento\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:11","slug":"giordania-in-movimento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/06\/giordania-in-movimento\/","title":{"rendered":"Giordania in movimento"},"content":{"rendered":"<p>Nonostante l&#8217;apparente stabilit\u00e0 che sembra contrassegnare la monarchia hascemita rispetto ai paesi vicini, anche la Giordania non \u00e8 immune da un&#8217;ondata di proteste che stanno mettendo il regno di fronte a importanti dilemmi.<\/p>\n<p>  La Giordania \u00e8 stato il primo paese arabo dopo la Tunisia a essere oggetto di contestazioni di piazza per l&#8217;attuazione di riforme politiche e sociali, iniziate con il  cosiddetto \u201cGiorno della rabbia\u201d, il 14 gennaio. La manifestazione in questione \u00e8 stata organizzata da un piccolo movimento, la Sinistra Sociale, che si colloca al di fuori dello spettro dei partiti di opposizione \u201cufficiale\u201d. Le proteste, che si sono succedute regolarmente ogni venerd\u00ec fino alla fine di marzo, hanno visto anche l&#8217;adesione degli islamisti legati alla Fratellanza musulmana locale, la cui ala politica \u00e8 rappresentata dall&#8217;Islamic Action Front (Iaf), il principale partito di opposizione; ci\u00f2 ha contribuito ad aumentare la partecipazione, che per\u00f2 non ha mai superato le poche migliaia di persone.<\/p>\n<p>Il movimento per le riforme continua tuttora a esercitare una pressione costante: non mette in discussione la monarchia hascemita, ma l\u2019ha costretta a prendere alcuni provvedimenti.<\/p>\n<p><b>Nuovo governo<\/b><br \/>Dopo le prime settimane di proteste, il cui obiettivo erano le dimissioni del governo Rifai, i manifestanti hanno avanzato richieste di riforme pi\u00f9 ampie e sostanziali. Il gabinetto Rifai \u00e8 stato effettivamente sostituito, a inizio febbraio, dall&#8217;attuale governo Bakhit. Con l&#8217;evoluzione del contesto regionale, tuttavia, \u00e8 risultato sempre pi\u00f9 difficile ignorare il corto circuito creato dalla totale assenza di responsabilit\u00e0 politica dei governi, arbitrariamente nominati dal re e indipendenti dal parlamento, dotato di pochissimi poteri.<\/p>\n<p>La Camera bassa, per quanto espressione di periodiche elezioni che in genere sono proceduralmente regolari, \u00e8 il risultato di una legge elettorale emendata \u201cprovvisoriamente\u201d nel 1993 e basata sul sistema elettorale definito \u201cun uomo un voto, che determina una sovra-rappresentazione delle aree rurali (tendenzialmente tribali e lealiste) a scapito di quelle urbane, pi\u00f9 densamente popolate e a maggioranza palestinese.<\/p>\n<p>Le proteste si sono dunque focalizzate sulla necessit\u00e0 di riforme concrete, a partire da una nuova legge elettorale. Sono anche state avanzate richieste di limitazione dei poteri del sovrano, attualmente in grado di controllare direttamente esecutivo, legislativo e giudiziario. Il regime ha adottato una tattica attendista, evitando il confronto con la piazza e istituendo un Comitato di dialogo nazionale che raccoglie i rappresentanti di alcuni partiti e movimenti di opposizione.<\/p>\n<p><b>Spaccatura<\/b><br \/>Allo stesso tempo, il regime ha fatto leva sulla divisione storica tra transgiordani e palestinesi per indebolire i movimenti, anche attraverso l&#8217;uso strumentale di gruppi che non esitano a ricorrere alla violenza, presentandosi come sostenitori della monarchia. Sono questi gruppi che hanno provocato gli scontri che durante il sit-in del 24 marzo scorso hanno portato alla morte di due persone. Questa frattura ha indebolito il movimento, che d&#8217;altra parte non si \u00e8 appiattito sulla retorica pro-palestinese e anti-israeliana, che tradizionalmente ha egemonizzato la piazza giordana, tranne che in occasione delle manifestazioni al confine israeliano in commemorazione della Nakba il 14 maggio scorso, durante le quali i manifestanti sono stati attaccati dalle autorit\u00e0.<\/p>\n<p>Le proteste sono state cavalcate anche da un gruppo legato alle trib\u00f9 transgiordane che rivendicano la riacquisizione della loro posizione privilegiata di compagine fondamentale per la stabilit\u00e0 della monarchia. Questi gruppi si sentono spodestati dai palestinesi che, a loro avviso, sono stati favoriti dalla regina Rania (nata in Kuwait, ma di origine palestinese) e dal suo <i>entourage<\/i>. Dunque lo spettro della frattura-madre del polifonico regno hascemita si \u00e8 insinuato nel movimento giordano, contribuendo fin da subito a condizionarne gli effetti e a ridimensionarne la portata. La monarchia rimane l&#8217;unica istituzione depositaria di un&#8217;unit\u00e0 nazionale altrimenti difficile da preservare in una societ\u00e0 in cui i discendenti dei palestinesi sono quasi i due terzi della popolazione.<\/p>\n<p>Nell&#8217;ultimo periodo \u00e8 stata riproposta anche un&#8217;altra paura tradizionalmente sfruttata dai regimi arabi moderati per scoraggiare la piazza e indebolire il movimento, ovvero la minaccia salafita. Nell\u2019ultimo mese rappresentanti degli estremisti di Hizb al Tahrir e i salafiti jihadisti sembrano aver tolto la scena nell&#8217;ultimo mese ai movimenti riformisti.<\/p>\n<p><b>Verso il Golfo<\/b><br \/>Il movimento di protesta giordano \u00e8 debole perch\u00e9 ostaggio delle divisioni che caratterizzano la societ\u00e0. La reazione dei partiti di opposizione \u201cufficiale\u201d alle proteste che stanno infiammando la vicina Siria ne ha messo a nudo molte contraddizioni: essi hanno finora dato un timido supporto ai manifestanti siriani. In Giordania sia gli islamisti sia i palestinesi fanno fatica a rinunciare a un\u2019inveterata retorica pro-Assad in quanto paladino anti-israeliano.<\/p>\n<p>Anche se l&#8217;istituzione monarchica di per s\u00e9 \u00e8 considerata ancora necessaria, la pressione \u00e8 sempre pi\u00f9 focalizzata sulla lotta alla corruzione, <i>modus vivendi <\/i>di un regime che ha costruito la propria sicurezza e stabilit\u00e0 su una fitta rete clientelare, basata sulla rendita di posizione. Il regno hascemita, infatti, pur non possedendo importanti risorse energetiche gode di un ingente flusso di fondi provenienti soprattutto dagli Stati Uniti grazie all&#8217;appartenenza della monarchia al blocco dei regimi conservatori moderati e pro-occidentali. Ci\u00f2 rende la Giordania a tutti gli effetti un semi<i> rentier-State<\/i>, la cui natura \u00e8 legata a doppio filo alla sopravvivenza del regime.<\/p>\n<p>Ma il quadro regionale \u00e8 in movimento, e cos\u00ec anche la monarchia giordana si sta avvicinando alle monarchie arabe e ai regimi conservatori sunniti che gravitano nell&#8217;orbita saudita, in antitesi ai processi di cambiamento in corso nella regione.<\/p>\n<p><b>Nuovi equilibri<\/b><br \/>Il riavvicinamento diplomatico con il Qatar, tradizionalmente in rotta di collisione con la monarchia, il sostegno al Bahrein e da ultimo, ma ancora pi\u00f9 significativo, il possibile ingresso della Giordania nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, rafforzano questa tendenza. La precaria situazione economica impone al regno di cercare attivamente l\u2019aiuto dei paesi del Golfo. In particolare, Amman non pu\u00f2 pi\u00f9 contare, come in passato, sull&#8217;Egitto &#8211; da cui \u00e8 dipendente per l&#8217;80% del fabbisogno di gas &#8211; per il proprio approvvigionamento energetico, a causa dei sabotaggi che sono stati attuati contro i gasdotti del Sinai e all&#8217;incerto esito della transizione cairota.<\/p>\n<p>Pur con una spesa pubblica fuori controllo e un debito galoppante, il regime ha evitato di aumentare i prezzi dei combustibili per non esacerbare la piazza, ma ha disperatamente bisogno di un aiuto esterno. \u00c8 comprensibile quindi che punti sul Golfo. La svolta verso il blocco conservatore e tendenzialmente anti-rivoluzionario che ricalcherebbe la guerra fredda araba degli anni &#8217;50, sembra d\u2019altronde confermare che il regime non ha intenzione di avviare un genuino processo di riforme e di attuare reali aperture politiche.<\/p>\n<p>Per sventare questo tentativo di accantonare il cambiamento, \u00e8 stato recentemente formato un Fronte nazionale per le riforme,che unisce i principali partiti di opposizione ufficiale e non, tra cui gli islamisti, i palestinesi, i comunisti e la sinistra sociale, guidato dall&#8217;autorevole ex primo ministro Ahmed Obeydat. \u00c8 un segnale che la societ\u00e0 giordana non \u00e8 disposta a rinunciare facilmente all&#8217;attuazione di riforme politiche sostanziali.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nonostante l&#8217;apparente stabilit\u00e0 che sembra contrassegnare la monarchia hascemita rispetto ai paesi vicini, anche la Giordania non \u00e8 immune da un&#8217;ondata di proteste che stanno mettendo il regno di fronte a importanti dilemmi. 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