{"id":17920,"date":"2011-06-23T00:00:00","date_gmt":"2011-06-22T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/risposta-araba-alla-pirateria-in-somalia\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:09","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:09","slug":"risposta-araba-alla-pirateria-in-somalia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/06\/risposta-araba-alla-pirateria-in-somalia\/","title":{"rendered":"Risposta araba alla pirateria in Somalia"},"content":{"rendered":"<p>Il prossimo settembre si terr\u00e0 a Roma il World maritime day (Wmd) 2011, evento organizzato dall\u2019agenzia delle Nazioni Unite specializzata nello sviluppo e nella sicurezza della navigazione internazionale (World maritime organization, Wmo). La giornata sar\u00e0 incentrata sul tema della pirateria, in particolare quella somala, fenomeno in continua ascesa dal 2006.<\/p>\n<p><b>Impennata<\/b><br \/>\nLa pirateria somala ha intensificato la propria attivit\u00e0 illecita soprattutto negli ultimi due anni: nel biennio 2009-2010 gli attacchi sono saliti a 437, rispetto ai 161 del triennio 2006-2008. Tre diverse missioni internazionali sono ad oggi attive nell\u2019area compresa tra il Mar Arabico e l\u2019Oceano Indiano: la <i>Combined Task Force 151<\/i> (CTF-151) guidata dagli Stati Uniti; l\u2019Operazione <i>Atalanta <\/i>condotta dai Paesi europei; l\u2019<i>Operation Ocean Shield <\/i>della Nato, che coinvolge decine di paesi in tutto il mondo (Stati Uniti, Canada, Arabia Saudita, Russia, India, Cina e Giappone, solo per citarne alcuni, oltre all\u2019Unione europea).<\/p>\n<p>Ad accrescere la preoccupazione della comunit\u00e0 internazionale \u00e8 stata la capacit\u00e0 dei pirati somali di spingersi sempre pi\u00f9 lontano dalla costa; se all\u2019inizio gli attacchi si verificavano entro le 50 miglia al largo della Somalia, oggi arrivano a circa 130 miglia, interessando la zona delle Seychelles fino all\u2019Oceano Indiano.<\/p>\n<p>Questa tendenza rende ancora pi\u00f9 complesso il pattugliamento: basti pensare che solamente la CTF-151 compie attivit\u00e0 di sorveglianza di un\u2019area di quasi tre milioni di km\u00b2. La relativa facilit\u00e0 dimostrata dai pirati nel reperimento di telefoni satellitari, lance veloci e armi molto articolate (quali AK-47 o RPG7), ha inoltre incrementato la frequenza e la violenza degli attacchi pirateschi, i quali sono percepiti dalla criminalit\u00e0 somala come un\u2019attivit\u00e0 a basso rischio e con elevati rendimenti.<\/p>\n<p>Gli attacchi pirateschi hanno comportato perdite per l\u2019economia globale tra i sette e i 12 miliardi di dollari, considerando anche il pagamento dei riscatti per ottenere la liberazione degli equipaggi e la restituzione delle navi. Solo nel 2010, circa 238 milioni di dollari sono finiti nelle tasche dei due-tremila pirati che operano nel Golfo di Aden. Uno dei rischi \u00e8 che petroliere e navi cargo optino per la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, determinando un aumento dei costi di navigazione pari a circa tre miliardi di dollari.<\/p>\n<p><b>\u201cOrchestrare una risposta\u201d<\/b><br \/>\nSar\u00e0 questo l\u2019indirizzo dei dibattiti che animeranno il Wmd 2011. Prendendo in considerazione il caso della Somalia, il termine \u201corchestrare\u201d non potrebbe essere pi\u00f9 adatto. La pirateria nel Golfo di Aden ha infatti ripercussioni su scala globale e richiede una stretta cooperazione tra i principali soggetti internazionali. \u00c8 ormai opinione largamente condivisa che una reale soluzione del problema della pirateria somala potr\u00e0 essere raggiunta nel lungo periodo solamente con una stabilizzazione della parte terrestre del paese. Obiettivo non semplice da perseguire, visti i fallimenti degli anni passati.<\/p>\n<p>Un coordinamento tra le diverse operazioni navali nel Mar Arabico \u00e8 tuttavia indispensabile, quanto meno per limitare i costi che la comunit\u00e0 internazionale \u00e8 costretta a pagare. Sostanziali passi avanti sono stati compiuti recentemente dalle flotte militari operanti nella regione. Il potenziamento delle misure di deterrenza e condivisione delle informazioni sta gi\u00e0 dando i suoi frutti. Alle operazioni di pattugliamento Vbss (<i>\u201cVisit\u201d, \u201cBoard\u201d, \u201cSearch\u201d and \u201cSeizure\u201d<\/i>), sono state affiancate quelle di riconoscimento delle unit\u00e0 navali transitanti tra l\u2019Oceano Indiano ed il Mar Arabico (<i>Maritime Patrol and Reconnaissance Aircraft<\/i> &#8211; Mpra e il cosiddetto Shade &#8211; <i>SHared Awareness and DEcodification<\/i>).<\/p>\n<p><b>Soluzione regionale?<\/b><br \/>\nRecentemente i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), che riunisce Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, hanno avviato un intenso dibattito sulla possibilit\u00e0 di contribuire pi\u00f9 attivamente alle operazioni di lotta alla pirateria.<\/p>\n<p>L\u2019allargamento del raggio d\u2019azione dei pirati somali sta infatti colpendo duramente il traffico petrolifero dei paesi del Gcc. Circa 20 mila navi, il 20% dei trasporti commerciali globali via mare, passano attraverso il Golfo Persico; a queste si aggiungono le petroliere che ogni anno trasportano il 4% della domanda globale di greggio. Nel solo Stretto di Hormuz transita il 90% del petrolio estratto dai paesi del Gcc e diretto in Asia ed Europa.<\/p>\n<p>Una eventuale \u201csoluzione araba\u201d del problema vedrebbe quindi un ruolo primario dei paesi del Golfo, verosimilmente in seno alle missioni internazionali gi\u00e0 operative, come la Ctf-151. In particolare, gli Emirati Arabi Uniti si stanno affermando tra i pi\u00f9 attenti alla lotta alla pirateria somala. La presenza di condizioni economiche e politiche pi\u00f9 stabili rispetto agli altri paesi della regione risulterebbe essenziale; il caso dello Stretto di Malacca insegna che una soluzione duratura al fenomeno piratesco \u00e8 possibile solo grazie ad un ruolo attivo da parte degli Stati rivieraschi coinvolti.<\/p>\n<p>Stati come Singapore, Malesia e Indonesia, caratterizzati da una certa solidit\u00e0 politico-economica, hanno assunto un ruolo decisivo nei successi conseguiti nello Stretto di Malacca contro la pirateria locale. Da non trascurare, inoltre, l\u2019aspetto delle intense relazioni commerciali esistenti tra paesi arabi e la Somalia; relazioni che hanno favorito una notevole familiarit\u00e0 degli arabi con il sistema tribale somalo.<\/p>\n<p>Ad oggi, tuttavia, i limiti di un\u2019eventuale soluzione su scala regionale sono cospicui. Alle inadeguate risorse in fatto di mezzi navali capaci di intervenire oltre il semplice controllo costiero, occorre aggiungere anche la scarsa interoperabilit\u00e0 e l\u2019inadeguato addestramento degli equipaggi arabi nella conduzione di attivit\u00e0 coordinate di pattugliamento. Carenze che interessano anche le capacit\u00e0 di <i>intelligence<\/i>.<\/p>\n<p>Un potenziamento della cooperazione tra la Nato e i Paesi del Golfo, prima fra tutti l\u2019<i>Istanbul Cooperation Initiative<\/i> (Ici), potrebbe giovare ad un possibile intervento dei Paesi del Gcc nella lotta alla pirateria. Come il caso della guerra in Libia insegna, paesi come Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi stanno lentamente cercando di imporsi come nuovi interlocutori nella regione mediorientale e potrebbero rappresentare una risorsa anche nella lotta alla pirateria somala.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il prossimo settembre si terr\u00e0 a Roma il World maritime day (Wmd) 2011, evento organizzato dall\u2019agenzia delle Nazioni Unite specializzata nello sviluppo e nella sicurezza della navigazione internazionale (World maritime organization, Wmo). La giornata sar\u00e0 incentrata sul tema della pirateria, in particolare quella somala, fenomeno in continua ascesa dal 2006. 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