{"id":17950,"date":"2011-06-28T00:00:00","date_gmt":"2011-06-27T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/se-atene-piange-roma-non-ride\/"},"modified":"2017-11-03T15:32:09","modified_gmt":"2017-11-03T14:32:09","slug":"se-atene-piange-roma-non-ride","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2011\/06\/se-atene-piange-roma-non-ride\/","title":{"rendered":"Se Atene piange, Roma non ride"},"content":{"rendered":"<p>Il Consiglio europeo della scorsa settimana verr\u00e0 probabilmente ricordato soprattutto per la nomina di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea (Bce), ma sulla crisi del debito sovrano, segnatamente di quello della Grecia, sono emersi o, meglio, sono stati ribaditi, scelte e orientamenti che peseranno non poco sull\u2019evoluzione delle economie degli Stati membri e che presentano alcuni aspetti problematici, su cui vale la pena richiamare l\u2019attenzione.<\/p>\n<p><b>Primo bilancio<\/b><br \/>Sarebbe ingeneroso giudicare come un fallimento un vertice che forse era stato caricato di troppe aspettative. Come da programma, sono stati approvati in via definitiva &#8211; dopo i giudizi gi\u00e0 resi noti  alcune settimane fa &#8211; i Piani nazionali di riforma e i Programmi di stabilit\u00e0 dei singoli paesi. In quest\u2019ottica si \u00e8 pure tentato un provvisorio bilancio del primo \u201csemestre europeo\u201d, lo strumento di coordinamento varato lo scorso anno per vagliare a livello comunitario le priorit\u00e0 di politica economica dei singoli paesi prima della loro adozione definitiva.<\/p>\n<p>Tuttavia, il giudizio estremamente positivo su questo nuovo strumento espresso nel resoconto finale della riunione lascia perplessi. Nelle scorse settimane si sono levate molte voci critiche sulla sua efficacia. \u00c8 opinione diffusa che non abbia caratteristiche tali da garantire un ambiente macroeconomico sano e correggere gli squilibri che caratterizzano l\u2019Unione. Fra i numerosi punti di debolezza c\u2019\u00e8 la scarsa attenzione al problema delle dinamiche divergenti dei saldi commerciali dei vari paesi.<\/p>\n<p><b>Squilibri commerciali<\/b><br \/>Si tratta di un problema che caratterizza l\u2019unione monetaria dalla sua nascita e che, dopo una breve correzione durante la crisi, si sta ripresentando con maggiore intensit\u00e0, senza che i suoi effetti vengano tenuti nella dovuta considerazione dagli organismi europei. <\/p>\n<p>Nei primi anni dopo l\u2019introduzione della moneta unica si era diffusa la tesi secondo cui l\u2019allargamento degli squilibri commerciali all\u2019interno dell\u2019Ue fosse da imputare alla crescente integrazione finanziaria dei paesi membri: si credeva, cio\u00e8, che i paesi caratterizzati da un livello di ricchezza pro-capite pi\u00f9 basso avrebbero attratto una maggiore quantit\u00e0 di capitale rispetto ai paesi pi\u00f9 ricchi, e che questo gli avrebbe permesso di migliorare la produttivit\u00e0 del lavoro e di realizzare quindi un tasso di crescita maggiore in futuro. <\/p>\n<p>L\u2019ampliamento dei deficit commerciali, secondo questa tesi, non andava dunque visto con preoccupazione, n\u00e9 richiedeva interventi correttivi di politica economica, ma anzi era il riflesso della crescente integrazione ed efficienza dei mercati finanziari europei. L\u2019andamento degli squilibri commerciali degli ultimi anni ha tuttavia messo seriamente in discussione tale impostazione.<\/p>\n<p>La stessa Commissione europea, gi\u00e0 nei <i>Quarterly Report<\/i> del 2009 e del 2010, aveva evidenziato come l\u2019afflusso dei capitali stranieri non sempre era stato impiegato nei settori pi\u00f9 produttivi, andando invece a finanziare spesso un livello di consumi troppo elevato. La produttivit\u00e0 e competitivit\u00e0 dei sistemi economici non se ne erano quindi avvantaggiate.<\/p>\n<p><b>Dinamiche divergenti<\/b><br \/>Tale effetto \u00e8 stato poi ulteriormente rafforzato dalla dinamica divergente dell\u2019inflazione e dei tassi di interesse reali. Infatti, l\u2019aumento dei consumi ha portato il tasso di inflazione al di sopra della media europea e questo ha determinato tassi di interesse reali pi\u00f9 bassi a fronte di tassi di interesse nominali praticamente identici in tutta l\u2019area dell\u2019euro. Il risultato \u00e8 stato un ulteriore aumento del disavanzo delle partite correnti di quasi tutti i paesi dell\u2019area mediterranea e non solo. Al contrario, i paesi con un tasso di inflazione inferiore alla media hanno dovuto affrontare un periodo di alti tassi di interesse reali che hanno finito per ridurre la domanda interna e il flusso di importazioni, migliorando il saldo commerciale.<\/p>\n<p>Il problema della scarsa competitivit\u00e0 di alcuni paesi, pur essendo un elemento da non trascurare, non \u00e8 quindi la causa ma piuttosto l\u2019effetto della crescente integrazione finanziaria, unita all\u2019incapacit\u00e0 del mercato di convogliare le risorse raccolte verso impieghi capaci di aumentare la capacit\u00e0 produttiva: sono state invece dirottate verso il finanziamento di enormi bolle speculative immobiliari o di disavanzi pubblici eccessivi. <\/p>\n<p>Nonostante anche la Commissione abbia riconosciuto tali distorsioni, le istituzioni europee continuano ossessivamente a porre l\u2019accento sui problemi legati alla competitivit\u00e0 e a considerare gli squilibri commerciali come un problema da risolvere a livello dei singoli Stati.<\/p>\n<p>La correzione viene poi caricata interamente sulle spalle dei paesi in disavanzo \u2013 i cosiddetti Pigs &#8211; attraverso modifiche dei meccanismi di indicizzazione salariale, tagli agli stipendi pubblici e un\u2018ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro. Il tutto viene imposto ad una popolazione gi\u00e0 stremata dalla crisi e dalle pesanti manovre di rientro, con i parlamenti assediati da continue manifestazioni di piazza e in un contesto economico europeo tutt\u2019altro che roseo. <\/p>\n<p>L\u2019adozione del patto Euro-plus, approvato dal Consiglio europeo gi\u00e0 nella riunione di fine marzo nella speranza di consolidare il pilastro economico dell\u2019unione monetaria, sembra infatti aver delineato per l\u2019Europa uno scenario di generale deflazione competitiva da cui i paesi in difficolt\u00e0 non potranno trarre alcun beneficio nei loro percorsi di aggiustamento. <\/p>\n<p><b>Nodo Grecia<\/b><br \/>Fra questi, a stare nelle condizioni peggiori \u00e8 la Grecia. Pur riconoscendo i notevoli progressi ottenuti in materia di risanamento del bilancio, \u00e8 stato dato il via libera ad un nuovo finanziamento di oltre 100 miliardi di euro per garantire al governo di Atene la possibilit\u00e0 di continuare a collocare i propri titoli a condizioni pi\u00f9 vantaggiose rispetto a quelle di mercato.<\/p>\n<p>Il lungo braccio di ferro fra la Bce, contraria a qualsiasi forma di ristrutturazione del debito greco, e la Germania, assai poco incline a concedere ulteriori finanziamenti al governo ellenico, sembra essersi risolto a favore della prima. Viene naturalmente incoraggiata con particolare enfasi la messa a punto di un nuovo pacchetto di riforme economiche concordato con la Commissione, il Fondo monetario e la Bce. <\/p>\n<p>Sotto traccia, ma nemmeno tanto, c\u2019\u00e8 la pressione dei governi europei e degli organismi comunitari per spingere l\u2019esecutivo di Atene a dare il via ad un massiccio piano di privatizzazioni, ancora pi\u00f9 ambizioso di quello presentato solo qualche settimana fa. <\/p>\n<p>Resta in campo la proposta tedesca di coinvolgere il settore privato in una forma di ristrutturazione informale e volontaria del debito greco che preveda un allungamento delle scadenze, ma le disponibilit\u00e0 in tal senso non sembrano essere molte. <\/p>\n<p>Nonostante queste decisioni, peraltro gi\u00e0 anticipate nei giorni precedenti all\u2019incontro di Bruxelles, ormai fra i commentatori non c\u2019\u00e8 nessuno disposto a scommettere un solo euro sulla possibilit\u00e0 della Grecia di potersi risollevare dalla grave situazione in cui si trova senza una qualche forma di ricontrattazione del debito. <\/p>\n<p>L\u2019obiettivo primario delle istituzioni europee e internazionali dovrebbe essere quello di riportare l\u2019indebitamento ellenico su un sentiero di sostenibilit\u00e0 nel tempo. Sembra invece che la strada scelta sia quella di prolungare il pi\u00f9 possibile l\u2019agonia della Grecia, sperando di minimizzare le perdite politiche ed economiche che ne potrebbero scaturire. Si tratta, per\u00f2, di un ragionamento pericoloso. <\/p>\n<p><b>Spada di Damocle<\/b><br \/>\u00c8 pur vero che, a mano a mano che passa il tempo, la quota di debito greco posseduta dalle banche private sta diminuendo, riducendo cos\u00ec in prospettiva gli effetti negativi che un taglio del valore nominale dei titoli potrebbe avere sul bilancio delle istituzioni finanziarie. Ma non va dimenticato che, contemporaneamente, \u00e8 in costante aumento la quota di titoli greci posseduta dalla Bce e dall\u2019<i>European Financial Stability Facilities <\/i>(Efsf): c\u2019\u00e8 quindi il rischio che, dopo essersi gi\u00e0 fatti carico negli anni scorsi del salvataggio del sistema finanziario privato europeo, i singoli paesi debbano pure accollarsi le perdite della Grecia, senza che le banche vengano coinvolte.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 la concreta possibilit\u00e0 che governi gi\u00e0 impegnati in difficili sentieri di aggiustamento dei conti pubblici si trovino improvvisamente a dover mettere nel passivo anche dei crediti non pi\u00f9 esigibili. Un pericolo che rischia di gravare come una spada di Damocle proprio su un paese come l\u2019Italia, altamente indebitato ma anche fra i principali erogatori dei finanziamenti alla Grecia.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Consiglio europeo della scorsa settimana verr\u00e0 probabilmente ricordato soprattutto per la nomina di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea (Bce), ma sulla crisi del debito sovrano, segnatamente di quello della Grecia, sono emersi o, meglio, sono stati ribaditi, scelte e orientamenti che peseranno non poco sull\u2019evoluzione delle economie degli Stati membri e [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[80,133],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17950"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=17950"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17950\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":62060,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/17950\/revisions\/62060"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=17950"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=17950"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=17950"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}